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Xuanzang, un pellegrino buddista nel VII secolo

Il nome di Chen Yi Xuanzang (Luoyang 602 - Yu Hua Gong 664) dice certamente poco
a noi occidentali, ma più si procede verso est, oltre il Mar Caspio, più la sua figura assume
contorni epici, se non leggendari; un personaggio che è assieme grande viaggiatore, devoto
pellegrino, cronista, narratore, profondo conoscitore della cultura del suo tempo, ma
soprattutto studioso e divulgatore dei testi e delle dottrine del buddhismo storico. Si deve
a lui, infatti, la diffusione di questa dottrina nell'impero cinese, in un momento in cui questo
attraversava un lungo periodo di pace, prosperità e grande apertura verso le altre culture,
confinanti e lontane.
Xuanzang ci consente, con il lungo resoconto del suo viaggio dalla Cina all'India, di
conoscere un altro aspetto di quel VII secolo che, per l'Europa e il vicino oriente, ha
rappresentato la vera cesura, improvvisa e drammatica, tra la tarda antichità e il medioevo.
Vissuto in Cina nella prima metà del VII secolo, durante la Dinastia Tang, maestro
spirituale, dotato di enorme forza d'animo e determinazione, Xuanzang compì un cammino
di oltre ottomila chilometri per raggiungere il monastero di Nalanda, in India, culla della
fede buddhista, per poi ritornare in Cina  carico di preziosi manoscritti e di un gran numero
di immagini sacre.
Xuanzang è anche uno di quei personaggi intorno a cui è difficile distinguere gli
avvenimenti storici dalla ragnatela di leggende che li hanno avvolti nel corso del tempo,
ma la lettura di un solo capitolo del suo “Ricordi del viaggio in occidente al tempo della
grande dinastia Tang
”, scritto dopo il rientro in patria nel 645, sembra non lasciare troppi
dubbi sulla veridicità di quanto egli racconta.

Xuanzang, tuttavia, non è l'unico pellegrino che abbia percorso il lungo e pericoloso
cammino verso l'India; infatti mentre in epoca medioevale i pellegrini europei percorrevano
in lungo e in largo il continente per raggiungere santuari e centri religiosi, valicando
montagne e affrontando briganti e malattie, nella stessa epoca anche i monaci cinesi ed
indiani facevano la spola fra la Cina ed il sud dell'Asia, percorrendo le distese desertiche
dell'Asia centrale e superando le catene di monti più alte della terra.
La cosiddetta “Via Della Seta Cinese”, sia terrestre che marittima, servì infatti per secoli a
collegare tra loro le varie civiltà asiatiche, raggiungendo l'apice proprio in epoca Tang
(618-907), quando l'atmosfera di apertura creata dagli illuminati sovrani della dinastia portò
ad un fiorire di scambi culturali e commerciali mai avutosi prima di allora.

La Dinastia Sui

Xuánzàng nacque nel 602 a Luoyang nella Cina centrale, sotto il regno dell'imperatore 
Wendi Yang Jian (581-604), fondatore della Dinastia Sui.
Questa dinastia avrebbe regnato per appena 37 anni (dal 581 al 618), ma è fondamentale
nella storia cinese per il contributo dato al consolidamento dell'impero e della Cina come
nazione dopo quasi quattro secoli di guerre intestine, politiche e dinastiche: il periodo che
viene ricordato come quello "dei sedici stati" per la comparsa di numerosi piccoli regni in
costante lotta tra loro.
Fondata nel 587 da Wendy Yang Jian (il cui vero nome era Yang Jian), la dinastia appoggiò
energicamente il Buddhismo e ricostruì economicamente il territorio dando nuovo prestigio
internazionale al Paese. Il fondatore era discendente di una nobile famiglia da lungo tempo
al servizio dei re Wei settentrionali e Wei occidentali; il padre Yang Zhong, per i suoi
successi militari, era stato nominato duca di Sui, località da cui la dinastia prenderà il nome.
Nel 580, a seguito della morte del re Yuwen Yu (che era asceso al trono nel 578 col nome
di imperatore Xuan);  Yang Jian, allora ministro della difesa, assunse la reggenza del figlio
di Xuan dando subito prova di essere un buon governante, abolendo le politiche crudeli e
gli sprechi perpetrati dal vecchio imperatore. L'anno successivo, dopo aver represso una
serie di rivolte fomentate dalla nobile famiglia Yuwen, fece abdicare il giovane imperatore
in suo favore e diede inizio alla dinastia Sui assumendo il nome di Sui Wendy.

Xuanzang, secondo quanto egli stesso racconta, a undici anni sapeva già leggere i Sutra e fu
presto affascinato dalla filosofia buddhista, anche se in precedenza aveva avuto una
formazione confuciana dal padre, piccolo funzionario di Shiyan (cittadina dell'attuale
provincia del Henan); entrò come novizio a tredici anni nel più famoso centro culturale
del tempo, il monastero di Luoyang, al seguito del fratello maggiore che già aveva preso i
voti; studiò presso molti maestri in tutto il paese approfondendo la conoscenza della
dottrina; di conseguenza a 18 anni era già famoso nell’ambito buddhista, per la sua perfetta
conoscenza del Vinaya Pitaka, del Sutta Pitaka e dell’Abhidhamma Pitaka del buddhismo
indiano, e veniva chiamato rispettosamente “Maestro Tripitaka”.
Alla caduta dei Sui nel 618, Xuánzàng ed il fratello si spostarono nel Sichuan per sfuggire
alle guerre collegate al passaggio dinastico, quindi si recarono prima a Chang'an, nuova
capitale dei Tang, poi a Chengdu, nel Sichuan, presso il monastero di Kong Hui. Xuanzang
seguiva la vita monastica già da diversi anni, ma venne ordinato monaco solo nel 622,
appena ventenne.
In seguito, insoddisfatto delle molte contraddizioni presenti nelle versioni cinesi dei testi
sacri del buddhismo, lasciò il fratello e tornò a Chang'an per studiare il sanscrito, grazie
ai monaci indiani che al tempo si trovavano nei monasteri del posto giunti tramite la via
della seta, ed ampliare la propria cultura con altre discipline come la metafisica e la filosofia Yogacara (della pura coscienza). La sua partenza per l'India era dettata, appunto dal  desiderio di studiare i testi originali direttamente nella loro lingua madre, e dalla speranza di poter avere accesso a più opere rispetto a quelle disponibili in Cina.

La Dinastia Tang

Xuanzang iniziò il suo pellegrinaggio nel 629, al tempo dell'imperatore Tài Zòng Li Shimin
(626 - 649), secondo esponente della Dinastia Tang.
I Tang regnarono sulla Cina per quasi tre secoli (tra il 618 e il 907). La storia di questa
importante dinastia ha inizio nel 617 con la ribellione del generale Li Yuan Gaozu,
comandante della guarnigione di Taiyuan nello Shanxi. Questi, alleatosi con i turchi orientali,
marciò sulla capitale Chang'an, espugnandola.
I malumori dell'aristocrazia, e della popolazione, contro l'imperatore Yangdi Yang Guang,
secondo esponente della Dinastia Sui, erano cresciuti dopo le disastrose spedizioni militari
contro la Corea, contro i Turchi dell'est e in Mongolia; il malcontento diffuso era dovuto
anche all'alta tassazione imposta ai sudditi per finanziare tali spedizioni. La rivolta iniziò a
diffondersi nel 61 e la situazione sfuggì presto al controllo; nel 616 l'imperatore dovette
rifugiarsi a Jiangdu, una delle capitali dell'impero e nel 618 viene ucciso da uno dei generali
ribelli.
Nel 617 Li Yuan Gaozu, mise sul trono un nipote dell'imperatore destituito Yang Guang,
considerato l'ultimo esponente della dinastia Sui. Ma l'anno successivo, poco dopo
l'uccisione del vecchio sovrano Li Yuan prese direttamente il potere e fondò la dinastia
Tang. Nel 626, infine, abdicò in favore di suo figlio Taizong Li Shimin.

All'epoca della partenza del giovane monaco buddhista il Confucianesimo tornava a
diffondersi nell'impero, nei circoli educativi e tra gli esponenti dell'aristocrazia candidati a
cariche pubbliche, per le quali veniva addirittura richiesto lo studio dei suoi canoni. In
questo modo le molte scuole presenti nelle capitali attraevano studenti dalle terre dell'impero
e da fuori. Contemporaneamente in Cina giungevano missionari di altre terre che
predicavano il cristianesimo nestoriano, il Mazdeismo e il Manicheismo; si costruivano
chiese e templi e si traducevano testi sacri.
Ma anche i buddisti cinesi, sebbene in costante diminuzione, andavano alla ricerca dei fondamenti del loro credo e intensificano gli scambi e i soggiorni in India e a Ceylon. Si sviluppò allora una sorta di “via delle religioni” (in gran parte coincidente con la via della seta), aperta verso occidente e verso sud, che rispecchiava gli scambi culturali e commerciali della Cina anche con lontane regioni del mondo (il tutto si interromperà con la caduta della Dinastia Tang all'inizio del X secolo).
Il viaggio si rivelò avventuroso e rischioso fin dalla partenza; Xuanzang decise di costeggiare a nord il deserto di Taklimakan (nome che nella lingua Uigura signifuca: “chi vi entra non ne esce”), lasciandosi sulla destra le catene montuose dalle Tien Shan. Tuttavia poco dopo aver varcato il confine di Yumen (la “Porta di Giada”) l'esito del viaggio venne messo in forse dal clima torrido e dalle tempeste di sabbia che disorientavano i viaggiatori. Ma in questa, che era la parte più critica del percorso, il giovane monaco ebbe modo di rinfrancarsi, sia all'andata che al ritorno, presso uno dei santuari allora più antichi e venerati dai Buddhisti: le Grotte di Mogau, presso l'oasi di Dunhuang.

A Mogau già verso la metà del VII secolo una parete di
roccia lunga un chilometro e mezzo era perforata da
innumerevoli grotte (alcune naturali, altre scavate
dall'uomo), dove folle di pellegrini e mercanti
convergevano per pregare prima di affrontare la
pericolosa traversata del deserto, oppure per esprimere
la propria gratitudine per il buon esito del viaggio.
L'origine della grotte, scavate tra il IV e il XIV secolo si
fa risalire ad un evento miracoloso avvenuto nel  366
d.C.: una sera il monaco errante di nome Yuezun ebbe
la visione  di mille Buddha che risplendevano sulla
parete rocciosa. Impressionato decise di scavare in quel
luogo la sua cella per la meditazione; a questa se ne
aggiunsero presto altre e la comunità si ingrandi sempre
più nel corso dei secoli. Presto i monaci presero a
scavare grotte destinate alla devozione pubblica, adornate
con pitture e statue policrome che raffiguravano
l'immagine di Buddha e gli episodi della sua vita.
Il periodo di maggiore creatività a Mogao si ebbe
proprio tra il VII e l'VIII secolo, quando la Cina, nazione
potente e aperta alle culture, adottò il buddhismo come religione “di stato” e la regione di
Dunhuang aveva giurato fedeltà ai sovrani della dinastia Tang.

Kunduz e il regno di Gandhara

Ma le difficoltà del viaggio non erano terminate; infatti durante il valico dei monti innevati del
Pamir, la maggior parte del suo seguito perì decimata dal gelo; tuttavia Xuanzang riuscì a
raggiungere le famose città di Samarkanda e Bukhara, allora fiorenti centri buddisti,
scendendo poi ancora più a sud est fino a a Kunduz, dove rimase per qualche tempo ad
assistere alle esequie del Principe Tardu, che era stato avvelenato.
Qui incontrò un anziano monaco di nome Dharmasimha e su suo consiglio si diresse verso
ovest, nel territorio del regno di Bactria, fino all'antica città di Balkh (oggi nel nord
dell'Afghanistan), per vedere i santuari buddhisti e le reliquie che vi erano custodite.

Per lungo tempo la città era stata il centro della religione zoroastriana; qui sarebbe morto
il fondatore Zoroastro, secondo il poeta persiano Firdowsi. Fonti armene narrano che
Arsac re dei parthi stabilì qui la sua capitale. Alcuni studiosi ritengono che un certo numero
di leggendari governatori dell'Iran, ad esempio alcuni re della dinastia Kavi (o Kayanian in
persiano), siano stati in realtà governanti locali di un'area incentrata proprio intorno a Balkh.
Sulla Base delle memorie di Xuanzang all'inizio del VII secolo vi erano circa un centinaio
di monasteri buddhisti in città o nelle sue vicinanze; vi erano inoltre circa 3.000 monaci,
un gran numero di stupas e altri monumenti religiosi. Lo stupa più notevole era la Navbahar
(in sanscrito, Now-Vihara: nuovo monastero), che custodiva una preziosa immagine di
Buddha. Il tempio era allora retto dalla famiglia Pramukh originaria del Kashmir (che,
attraverso la forma arabizzata del nome, Barmak, sono oggi noti come Barmecidi).
Poco prima della conquista araba, il monastero divenne un tempio del fuoco zoroastriano.
Una nota interessante sulla città si trova negli scritti del geografo Arabo Ibn Hawqal, un
viaggiatore del x secolo, che descrive Balkh come costruita in argilla, con bastioni e sei porte,
estesa per una “mezza parasang”.
Qui Xuanzang trovò oltre 3000 monaci Theravada (la più antica scuola buddhista tra
quelle ancora oggi esistenti) che vivevano allora nelle grotte scavate sulla parete rocciosa;
tra questi era Prajnakara, un suo vecchio compagno di studi. In sua compagnia si spinse
ancor più a sud fino a Bamiyan, dove incontrò il re locale, visitò decine di monasteri, oltre
ai due grandi che Buddha scavati sul fianco della montagna.

Questa località faceva parte del famoso regno greco-buddhista di Gandhara, nel quale
esistevano allora più di cento monasteri con oltre 6.000 monaci. Questo regno, il cui
territorio comprendeva parte degli attuali Pakistan settentrionale e Afganistan orientale,
costituiva una sorta di stato cuscinetto tra l'India e l'impero persiano, avendo il fiume Indo
come linea di confine.
Gli Unni Hepthaliti (Noti dalle fonti persiane anche come Unni Bianchi) avevano occupato
Gandhara nel 450 senza tuttavia adottare il buddhismo come loro religione; durante il loro
dominio l'Induismo tornò a diffondersi, e la Civiltà di Gandhara iniziò il suo declino. Nel
568 i Sassanidi, alleati con i turchi dall'Asia Centrale, distrussero la base del potere degli
Unni in Asia Centrale, e Gandhara nella prima metà del VII secolo tornò sotto l'influenza
politica della Persia fino alla definitiva sconfitta dei Sassanidi da parte degli arabi
musulmani nel 644.

Il regno di Bamiyan

Xuanzang non soggiornò a lungo nella località ma il suo racconto, sebbene stringato, è
oggi di grande utilità per gli storici e gli archeologi.
Secondo Xuanzang, il Regno di Bamiyan misurava “più di duemila li (un li equivale a
circa 2 km) da est ad ovest e più di trecento li da Nord a sud”; una terra lunga e stretta
conformata secondo la topografia della valle del fiume omonimo. La capitale misurava
“sei o sette li di lunghezza e al suo centro sorgeva il palazzo reale”.
Alla base della montagna a nord-est del palazzo era scolpita una maestosa immagine di
Buddha che misurava 140 o 150 piedi in altezza (corrispondente al Buddha occidentale
alto 55 metri),
mentre un altro Buddha, alto oltre 100 piedi di altezza (corrisponde al Buddha orientale di
38 metri), si trovava poco ad est del primo.
Sulla base del numero di monaci segnalati è probabile che almeno la metà delle grotte
conosciute oggi venissero ancora utilizzate all'inizio del VII secolo.
Ancora più ad est di queste immagini colossali vi era “un samgharama (Tempio) edificato
da un antico re”, che probabilmente si trovava di fronte al lungo costone roccioso, e
custodiva l'immagine del Buddha dormiente più grande tra quelle presenti a Bamiyan. 
Xuanzang lo descrive senza tradire alcuna emozione, in maniera quasi prosaica, come un
immenso “Buddha Dormiente” sdraiato, lungo più di trecento metri.
Il Monaco coreano Hui Chao, l'ultimo a descrivere l'aspetto di Bamiyan come una città
buddihsta, scrive che quando vi giunse da Ghazni, nel 726, il governo della zona era in
mano ad un gruppo etnico che indica come Hu, del tutto indipendente da qualsiasi altra
nazione confinante, da identificare forse una stirpe di lontana origine sassanide; stranamente
egli non menziona il colossale Buddha dormiente visto da Xuanzang.
Quasi un secolo dopo la visita di Xuanzang, dunque, Bamiyan era ancora una città
buddista, ma Hui Chao osserva che a quel tempo le scuole locali praticavano sia il Hìnayàna
che il Mahayana (le due tradizioni fondamentali che caratterizzavano il buddhismo antico),
contrariamente a quanto avveniva al tempo di Xuanzang, quando gli insegnamenti erano
mirati esclusivamente alla tradizione fondamentalista Hìnayàna. Non molto tempo dopo la
partenza di Hui Chao, durante il Regno del secondo califfo abbaside, Al-Mansur
(754-775), il re di Bamiyan si arrese alle forze islamiche provenienti dall'Afghanistan
meridionale.
Xuanzang riprese il viaggio verso est, attraversando il valico di Shibar e scendendo verso
la capitale del Kapisi (circa 60 km a nord di Kabul), che ospitava oltre 100 monasteri e
6000 monaci. Questa zona, come accennato, era parte del mitico ed antico stato di
Gandhara; qui prese parte ad un dibattito religioso nel corso del quale riuscì a dimostrare
la sua conoscenza di diverse dottrine del buddhismo, ed incontrò i primi Jainisti e indù del
suo viaggio.

La fine dell'impero sassanide


Nonostante sia giunto tanto vicino all'impero Sassanide, Xuanzang non ne fa alcun cenno
nel suo resoconto di viaggio. Tuttavia proprio negli anni in cui il monaco cinese percorreva
il ramo meridionale della via della seta a poca distanza si consumava la crisi e poi il crollo
repentino del millenario impero erede degli Achemenidi, dei Seleucidi e dei Parthi.
Non è semplice seguire le complesse vicende dell'impero Sassanide nei 23 anni seguiti
alla deposizione di  Khosrau II (tra il 628 e il 651), anche in considerazione del fatto che
le uniche fonti a disposizione sono cronache frammentarie di autori persiani del IX e X
secolo, e che i nomi di alcuni dei molti pretendenti al trono di Persia, nel breve periodo
di anarchia militare, potrebbero essere addirittura andati persi.

Nel 628, a seguito della pesante sconfitta inflitta ai Persiani dall'imperatore Eraclio
(610–641), Khosrau II venne deposto in una congiura di palazzo e al suo posto salì sul
trono il figlio Kavadh II Siroe (590–628), che ordinò la morte del padre e dei suoi
diciotto fratelli. Chiese inoltre la pace ad Eraclio e iniziò i negoziati con lui, ma mori dopo  pochi mesi di regno.
Gli subentrò il figlio Ardashir III (ca. 621 - 27 aprile 630) che regnò dal 628 al 630; salì al trono all'età di sette anni ma venne deposto e ucciso 18 mesi dopo dal generale Shahrbaraz, che regnò per pochi mesi nel 630.
Shahvaraz , il generale persiano che sotto Khosrau II era riuscito a tenere in scacco l'impero romano per diversi anni occupando l'Anatolia, la Siria e l'Egitto, si era assicurato in precedenza l'appoggio di Eraclio promettendogli, in cambio di aiuti militari, il ritiro delle sue truppe dalle province orientali dell’impero, che ancora occupava, e la restituzione della reliquia della sacra croce. Eraclio accettò la proposta di Shahvaraz, e lo stesso anno il generale riuscì a conquistare il trono di Persia deponendo Ardashir III; tuttavia governò solo per due mesi in quanto venne assassinato, in una congiura, il 9 giugno dello stesso anno.
La fonte principale per ricostruire gli ultimi convulsi anni della dinastia sassanide è la “Storia dei profeti e dei re” dell'annalista persiano Ab? Ja‘far Muhammad ibn Jar?r Tabari ( Amul, 839 - Baghdad, 923). Nei due anni che seguono, tuttavia, la successione dei regnanti sul trono di Persia si fa più incerta, ed è probabile che alcune notizie siano state omesse dalle cronache o siano andate perse.
Dopo la morte di Shahvaraz viene segnalato il breve regno di Buran o Poran (o più correttamente Purandokht) una delle figlie di Khosrau II di Persia (590 - 628). Fu una delle due sole donne a sedere sul trono della dinastia sassanide (l'altra fu sua sorella e successore Azarmidokht), ed avrebbe regnato dal 630 al 631. Purandokht cercò di riportare la stabilità nell'impero, e a questo proposito avrebbe stipulato da un trattato di pace con l'Impero romano, favorito il rilancio dello stato e dell'economia attraverso la riforma della giustizia, la ricostruzione delle infrastrutture distrutte durante la guerra, la riduzione delle imposte, e l'emissione di moneta. Fallì, tuttavia, il proposito di restaurare e stabilizzare il potere centrale, notevolmente indebolito dalle guerre civili. Non è chiaro se abbia abdicato o sia stata uccisa.
Azarmidokht, anche lei figlia di Khosrau II, governò la Persia dopo la sorella Purandokht.
Anche il suo regno non è ben noto a causa di tradizioni frammentarie e contraddittorie
(ma anche perché una successione femminile nell'Impero persiano non sarebbe stata
prevista dalla legge); è possibile, tuttavia, che si sia limitata ad agire da reggente.
Secondo Tabari, il suo regno durò solo alcuni mesi nell'anno 630; anche se la cosa è
contraddetta dalla notizia secondo cui sua sorella Purandokht a cui probabilmente successe,
sarebbe morta non prima del 631. E' anche verosimile che le due abbiano governato
insieme per alcuni mesi, ma probabilmente negli anni 631-632. Tabari racconta inoltre che
il generale Farrukh avrebbe proposto ad Azarmidokht di sposarlo, ma la regina rifiutò e lo
fece uccidere. Il figlio del generale riuscì in seguito a prendere Ctesifonte e fece accecare
ed uccidere Azarmidokht.
Sempre secondo Tabari, questi sarebbe Rostam Farrokhzad, il generale di Yazdgard III,
definitivamente sconfitto dagli arabi nel 636
In un breve lasso di tempo si successero sul trono Ormisda V e Khosrau IV, sui quali si
hanno solo scarse notizie.
Un'altro dei vari pretendenti alla corona di Persia di cui si ha notizia, Ormisda VI, sarebbe
riuscito a governare per circa due anni, dal 631 al 632, nella sola provincia di Nisibis
nell'Anatolia sud orientale.
Solo sotto Yazdgard III, ultimo discendente maschio della famiglia regnante, la situazione
politica apparve stabilizzata per breve tempo, prima dell'invasione degli arabi nel 636.
Yazdgerd III (chiamato anche Yazdegerd or Yazdiger, "nato da Dio") ultimo re della
dinastia sassanide e nipote di Khosrau II, era figlio di Shahryar e nipote di Miriam, una
delle figlie dell'imperatore romano Maurizio andata in sposa a Khosrau nel 590. Ascese
al trono il 16 giugno 632 dopo una serie di conflitti interni. Il primo anno del suo regno
vide l'inizio della conquista islamica della Persia, e dopo la battaglia di al-Qadisiyya la sua
capitale Ctesifonte cadde in mano agli Arabi, costringendo Yazdgard e la sua corte a
rifugiarsi nella regione di Hamadan (Media) per cercare di organizzare una resistenza. Le
forze sassanidi vennero però duramente sconfitte alla battaglia di Nih?vand, per cui a
Yazdgard non rimase che cercare rifugio verso oriente, spostandosi di provincia in
provincia finché fu assassinato a Merv nel 651.
Una leggenda vuole che egli sia stato ucciso da un mugnaio per poi derubarlo dei suoi
vestiti e gioielli; ma è più probabile che lo stesso governatore di Merv, sia il vero
responsabile.
Il poeta persiano Ferdowsi (935 - 1020), autore dello Shahnameh ("Libro dei re",
epopea nazionale dei re di Persia), infatti, racconta dell'uccisione di Yazdgard da parte
del mugnaio per volere del governatore Mahuy Suri:

"Mahuy inviò il mugnaio per tagliargli la testa sotto la pena di perdere la propria, affinché nessuno della sua razza potesse rimanere in vita. Ma i suoi capi udito questo gridarono contro di lui, e un Mobed di nome di Raduy disse che uccidere un re o un profeta avrebbe portato il male su di lui e alla sua discendenza, e dicendo questo si appellava ad un sant'uomo di nome di Hormuzd Kharad Shehran e Mehronush. Il mugnaio allora ancor più malvolentieri si fece avanti e lo trafisse con un pugnale nel petto. Tutti i cavalieri di Mahuy si avvicinarono per vederlo, si tolsero le vesti e gli ornamenti e li gettarono a terra. Tutti i nobili maledirono Mahuy e gli augurarono la stessa sorte".

Più verosimilmente dopo l'invasione araba Yazdgard III, fuggito a Merv davanti all'esercito
arabo, perse la vita nella stessa località con gran parte dell'esercito.
Il resto dei nobili fuggiti si stabilirono in Asia centrale, dove contribuirono a diffondere
la cultura e la lingua persiana in quelle regioni. Contribuirono inoltre alla creazione della
prima dinastia iraniana, la dinastia Samanide, che cercò di mantenere alcune tradizioni
sassanidi, pur convertendosi all'Islam.
Peroz II, figlio di Yazdgerd III, è considerato da alcuni l'ultimo re sassanide di Persia; dopo
la morte del padre si ritirò nel territorio sotto il controllo della dinastia cinese dei Tang,
dove divenne generale al servizio dei Tang e satrapo del “Governatorato di Persia”, una
sorta prolungamento, in esilio, della corte sassanide. Secondo il “Nuovo Libro di Tang”,
Peroz morì dopo aver ricevuto il titolo di Youwuwei Jiangjun. Fu allora che suo figlio,
Narsieh, fino ad allora ostaggio alla corte Tang, venne ricondotto dal generale Pei Xingjian
in Persia nel 679 (o nel 678).
Secondo il “Vecchio Libro di Tang”, Pei giunse fino alla regione di Suiye, dove Narsieh
trascorse 20 anni in Bactria. Infine, sarebbe stato nuovamente Narsieh (e non il padre
Peroz) a ricevere il titolo di Zuoweiwei Jiangjun.
Narsieh, tuttavia, avrebbe proseguito la carriera militare al servizio della dinastia Tang e
trascorse la vita nelle regioni occidentali dell'impero cinese, dove probabilmente si erano
ritirati  in esilio altri esponenti della dinastia sassanide. Della sia vita non è nota alcuna data significativa.


Continua ...





Uno dei più celebri ritratti di Xuanzang, dipinto ad inchiostro su seta, nelle vesti di pellegrino, nel 14° secolo - Tokio, Museo Nazionale
Ritratto medievale dell'imperatore Sui Wendi Yang Jian
La Cina al tempo della dinastia Sui
Ritratto medievale dell'imperatore Tài Zòng Li Shimin
Le grotte di Mogao e l’abitato monastico circostante in un celebre affresco del Monte Wutai (Cina – IX secolo d.C.)
Affresco della grotta n. 202, a Mogau, raffigurante un anziano monaco, realizzato intorno al 642 d.C., all'epoca del passaggio di Xuanzang
Statua di Buddha proveniente da Gandhara (II sec. d.C.), Tokio Museo Nazionale
La statua del "Grande Buddha" di Bamyan in una foto del 1963
Immagine del Buddha di scuola ellenistica, risalente al VII secolo; Museo Nazionale di Kabul
Monete di epoca sassanide con i ritratti di Purandokht e di Azarmidokht, figlie di Khosrau II, che governarono la Persia, probabilmente tra il 630 e il 632
Moneta sassanide con il ritratto di Yazdgard III