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La nave “pre-vichinga” di Nydam Mose; le regioni
scandinave in età classica e tardo antica


Nella Grecia classica, come nella cultura romana (che di quella è debitrice),
il nord del mondo conosciuto ha sempre rappresentato una parte, forse la
più remota, di tutto quello che rimaneva “al di fuori” dalla civiltà che si è
sviluppata intorno al mediterraneo. Questa ha tracciato, in maniera più o
meno chiara, i suoi confini, in tutte le direzioni: le Colonne d'Ercole ad
ovest, il deserto del Sahara a sud, ed una serie di confini, materialmente
poco definibili ma chiari nella mente degli uomini, verso l'oriente e i suoi stati.
Il confine nord tracciava una divisione netta tra lo stato romano e le tribù
germaniche (o la “Germania” così come l'aveva definita nel 98 d.C. Tacito
nella sua opera “De origine situ moribus ac populis Germanorum”). Quel
confine correva lungo il Reno e il Danubio, con le sue fortezze che costituivano un “Limes” ininterrotto e facevano dei due fiumi una lunghissima frontiera.
L'idea che molti antichi autori avevano rispetto la mondo “al di fuori”, tuttavia, non escludeva una certo sentimento di ammirazione per quelle popolazioni; una dimensione tutto sommato positiva, l'immagine di un mondo incontaminato (di fronte
alla incipiente decadenza
dei costumi romani).
Questa immagine del
“nord” come  un ideale
e mistico paradiso in
terra, viene ben
rappresentata dal mito greco (tramandato poi a Roma) degli “Hyperboreani” e della loro terra inaccessibile.
In accordo con la leggenda “delfica” costoro dovevano essere una mitica popolazione intimamente connessa con l'origine preistorica di altri miti come Apollo delfico e Artemide di Delo. Il loro nome derivava, chiaramente, dalla “Borea”, il vento del nord, unito ad “Hyper” (al di la), ed indicava una popolazione che viveva al di la della terra da dove si pensava soffiasse il vento del nord; i greci ritenevano che questo vento provenisse dalla Tracia, e che quindi “Hyperborea” fosse una regione non specificata oltre i Balcani, che si trovava al di là del luogo dove nasceva il vento del nord. La leggenda, tramandata per generazioni grazie alle storie di Erodoto (480 – 420 a.C. ca) e Diodoro Siculo (I secolo a.C.), suggerisce che per i greci quelle terre lontane e misteriose rappresentassero una sorta di paradiso (questo è significativo se si pensa che nella successiva tradizione “occidentale”, e poi cristiana, il paradiso verrà situato verso l'estremo oriente, e che in epoca tardo antica e medievale l'estremo nord verrà considerato, piuttosto, una terra inabitabile e inaccessibile).
Un'altra importante tradizione, che ha influenzato a lungo la visione
occidentale e “mediterranea” in epoca classica, ed oltre, è stata la teoria
pseudo-aristotelica delle “zone climatiche” e delle influenze astrologiche
esercitate su ciascuna di queste zone; in accordo con lo schema
aristotelico (o comunque a lui attribuito), entrambe le opposte direzioni,
nord e sud, sono accomunate da un sistema di corrispondenti situazioni
variabili: fuoco, aria terra e acqua, e i corrispondenti quattro “umori”:
collerico, sanguigno, melanconico e flemmatico; da qui derivano le quattro
primarie qualità e contrarietà: il caldo, il freddo, il bagnato e l'asciutto.
In questo sistema il nord (o settentrione) era associato all'acqua, al bagnato
e alla flemma, che presumibilmente spiegavano il carattere, appunto,
flemmatico, freddo e rigido delle genti del nord.
Questo sistema dovette avere un'importante impatto nella concezione
complessiva del mondo conosciuto (corrispondente con la parte abitata o
che si riteneva tale) e di quello lontano e inaccessibile, per i greci, i romani
e i loro tardi successori, cristiani e non.

Le suddette “immagini” sono difficilmente riconducibili, tuttavia, a quelli che
furono poi i rapporti “storici” tra il Mediterraneo e le regioni “Baltiche”
durante l'antichità. Sappiamo che il commercio dell'ambra fu di vitale
importanza nel mantenimento dei rapporti tra il nord Europa e il mondo
romano. Sappiamo anche di alcuni contatti marittimi tra le due aree, come
il viaggio di Pytheas il greco da Massalia (Marsiglia) al Baltico, già nel
IV secolo a.C., fino alle campagne militari di Giulio Cesare nel I sec. a.C.
Su quello che fu l'immaginario collettivo vi sono due aspetti che non possono
essere separati: uno è relativo alla dicotomia tra civiltà e barbarie, che riguarda soprattutto l'atteggiamento dell'Impero Romano (e poi della chiesa romana); l'altro riguarda la tendenza, specificatamente ellenistica, all'idealizzazione del nord, come accennato. Il primo è, almeno in parte, basato su una percezione reale del nord, mentre il secondo è piuttosto l'espressione di un'ideale precostituito, relativo ad un luogo lontano e delle sue popolazioni.
Due autori in particolar modo hanno dato voce a questi sentimenti contrastanti:
Jordanes e Paolo Diacono, facendo da ponte tra la cultura classica e la visione medievale. È singolare il fatto che i due, essendo i massimi storici dell'epoca delle “migrazioni”, abbiano identificato - senza tuttavia influenzarsi a vicenda - proprio la Scandinavia come terra di origine dei Goti e dei Longobardi. È molto probabile che i due abbiano operato questa scelta solo per colmare un vuoto di notizie, solo vagamente riempito dalle tradizioni tramandate oralmente; ma dal tono dei racconti sembrerebbe che la scelta sia stata dettata anche dal desiderio di porre i due popoli al di fuori e “al di sopra” della gran massa delle genti germaniche, attingendo in parte agli autori classici, in parte a notizie di incerta provenienza, ingigantite dal tempo: si veda la trasposizione “germanica” che fa Paolo Diacono del mito dei Sette santi Dormienti, la descrizione del “sole di mezzanotte”, collocandolo tuttavia sulla costa nord della Germania, o il mito nordico dell'ombelico del Mare Oceano; ancora Paolo riporta notizie certamente di seconda mano, su popoli che vestivano con pelli di Renna (gli Scritofinni), che andrebbero collocati molto più a nord-est.

Nydam Mose (palude di Nydam) è un sito archeologico che si trova presso Øster Sottrup, un centro del Sundeved, nei pressi di Sønderborg, sulla costa orientale della Danimarca. Il sito, unico nel suo genere, testimonia quelli che dovettero essere i primissimi contatti tra le tribù dei Cimbri, non romanizzate ma in buoni rapporti commerciali con le province nordiche dell'impero romano, e quelle popolazioni scandinave ("Scatinavia" il nome classico dato a quella terra) che i geografi greci e latini conoscevano solo attraverso vaghe tradizioni orali.
Si tratta di contatti, avvenuti per lo più tra il II e il IV secolo d.C. (ma anche più antichi), che non sembrano aver avuto come scopo il commercio, quanto piuttosto la razzia, e che dovettero risolversi in brevi conflitti locali, documentati dagli oggetti (armi e suppellettili) rinvenuti a più riprese.
Sebbene questi episodi di “pirateria” siano avvenuti in epoca “storica” e in una zona, tra il Mare del Nord e il Mar Baltico largamente frequentata da mercanti, nessuno dei grandi geografi greci e latini ne fa alcun cenno; anzi essi dipingono, piuttosto, una regione pacifica, popolata si da uomini valorosi nell'arte della guerra, ma sostanzialmente dedita ai commerci.
Va anche detto che, ad eccezione di Tacito, nessuno degli autori che qui vengono citati sembra riferire notizie e dati geografici assunti “di prima mano”; gran parte dei toponimi e degli antroponimi riportati si sono, ad oggi, non localizzabili con precisione. Tra le popolazioni scandinave citate da autori del I secolo d.C. solo i Sueoni hanno una loro precisa collocazione, storica e geografica in un area che, nel medioevo, corrispondeva alla costa orientale della Svezia, affacciata sul Golfo di Bothnia.

Due autori del I secolo citano i Sueoni (Suiones):
Tacito (55 – 120 d.C.)
e Plinio il Vecchio (Como, 23 - Stabia, dopo l'8 settembre del 79 d.C.).
Il primo, nel “
De Origine et situ Germanorum” (44, 45; 98 d.C.) parla
del popolo dei Suiones ("erano forti anche nello stesso Oceano per
la flotta oltre che per uomini ed armi
"), le cui navi si distinguevano
per avere la prua su entrambi gli estremi. In questo modo Tacito fornisce
la prima, stringata ma efficace, descrizione delle navi nordiche, che si
adatta alla perfezione a quelle rinvenute a Nydam Mose, realizzate solo
due secoli dopo.
Il secondo (
Plinio il Vecchio) parla delle regioni scandinave già note ai
romani: Penisola dei Cimbri (Jutland), il Golfo di Codano (att. Kattegat) e
alcune grandi isole  tra cui la Scatinavia; in una parte di questa viveva il
popolo detto Hillevionum Gente, in 500 villaggi, che consideravano
quella loro terra “alterum orbem terrarum”.
La dettagliata descrizione della “Scatinavia” e delle zone circostanti,
redatta da
Plinio il vecchio (IV, XCVI) alla fine del I secolo d.C., lascia
aperti molti interrogativi sull'effettivo grado di conoscenza relativo a quella
terra tanto lontana e misteriosa. Scrivendo con la competenza di un uomo
che ha viaggiato, Plinio introduce la descrizione della “Regione
Settentrionale
”, affermando che vi sono 23 isole "già ben note
all'esercito romano
"  in questo settore. La più nota fra queste, la
Scatinavia”; è la più grande, anche se di dimensioni sconosciute.
Plinio descrive, per sommicapi, quella che doveva essere la rotta
marittima per la “Scatinavia” (partendo dalle foci della Vistola) facendo
riferimento al monte “Saevo” (“Mons Saevo Ibi”), la Baia “Codanus
(“Codanus Seno”) e il promontorio “Cimbra”. Questi tre toponimi sono
stati identificati in vari modi: secondo alcuni storici "Saevo" indicherebbe
la costa montuosa della Norvegia all'ingresso del fiordo del Skagerrak,
mentre la penisola “Cimbra”, con maggiore probabilità, sarebbe la regione di Skagen, l'estrema punta nord dello Jutland (Danimarca).
Plinio, infine, cita la Scandinavia ancora una volta nel libro VIII (VIII, XVII), dove afferma che l'animale chiamato “achlis” (Alce ?), sarebbe originario di quell'isola. L'animale vivrebbe sui pascoli, avrebbe un grande labbro superiore ed alcuni attributi che ne fanno piuttosto un essere mitologico.
Ciò che ha colpito gli storici, relativamente a questi due testi quasi contemporanei, è il fatto che l'unico popolo scandinavo allora conosciuto venga apparentemente ignorato da Plinio: è stato quindi proposto di sostituire “Hillevionum Gente”, della "Naturalis Historia", con “Illa Svionum Gente” considerandolo un errore di copiatura.

Il termine "Scandia", che ricorre anch'esso nella “Naturalis Historia”, viene invece utilizzato per indicare un gruppo di isole a nord dell'Europa, e a nord est della Britannia. "Scandia" così come viene utilizzato, non sembra indicare in maniera specifica l'isola di “Scatinavia”; l'idea che "Scatinavia" possa essere stata una delle isole di "Scandia" è stata invece introdotta dal geografo egiziano Tolomeo nel II secolo d.C.. Questi ha utilizzato il nome di "Skandia" per indicare la più grande e più orientale delle tre isole "Scandiai", che secondo lui erano tutte situate ad est dello Jutland.

I nomi latini tramandati dal testo di Plinio, hanno dato luogo a diverse
definizioni geografiche nei testi medievali. Nella storia dei Goti di
Jordanes (551 d.C.) il termine “Scandza” viene utilizzato per indicare
la loro terra originaria, separata dall'Europa dal “Mare Germanico”
(capitolo 1, 4). In che modo Jordanes abbia individuato la
semi-leggendaria isola come sede originaria delle genti gotiche, è ancora
una questione fortemente dibattuta. la Scadinavia come la sede originaria
dei Longobardi, appare anche in
Paolo Diacono, nella sua “Historia
Langobardorum
”; in altre versioni dello stesso testo sono riportate
le forme “Scadan”, “Scandanan”, “Scadanan” e “Scatenauge”. Le
fonti franche utilizzano “Sconaowe” e “Aethelweard”; i testi storici
anglosassoni utilizzano “Scani”. In Beowulf, le forme “Scedenige” e
Scedeland”, mentre la traduzione “Alfrediana” di Orosio e il diario di
viaggio di Wulfstan di Hedeby utilizzano l'inglese antico “Sconeg”.

Ricerche di carattere storico, antropologico e paleobotanico hanno
appurato che l'attuale palude di Nydan, verso la fine dell'età del ferro
danese (tra il 100 e il 400 d.C. ca.), doveva essere un lago sacro dove
gli abitanti della zona gettavano offerte di vario tipo alle divinità locali, per
ringraziarle in casi di vittorie militari o scampato pericolo. Tra le offerte
rinvenute nel suolo melmoso, nel corso di vari ritrovamenti succedutisi a partire dalla seconda metà del XIX secolo, vi sono vari tipi di armi, locali e non, manufatti di uso quotidiano ed alcune imbarcazioni a remi in legno, tra le più antiche oggi note.
Alcuni di questi oggetti vennero deliberatamente distrutti o tagliati in pezzi prima di essere gettati nelle acque del lago, il che denota l'esistenza di veri e propri rituali di tipo sacrificale; questi si succedettero in un arco di tempo che va dal 200 al 400 d.C. circa.
I primi rinvenimenti, ad opera degli agricoltori della zona, si ebbero a partire dal 1830; ma le scoperte di maggior rilievo sono quelle effettuate dal 1859 al 1863 dall'archeologo danese Conrad Engelhardt (Kopenhagen 1825 - 1881); tra queste vi sono i tre celebri battelli in legno, tra i quali, il più lungo misura 23 metri ed è interamente costruito in quercia. Questa imbarcazione non sembra appartenere all'età età del ferro danese, ed è considerata la più antica nave a remi di fabbricazione Nord Europea, certamente scandinava. Il rinvenimento comprendeva un gran numero di armi ed utensili vari (lance, frecce, asce da guerra e scudi), indumenti ed oggetti che, in parte, potevano costituire la “dotazione di bordo” dell'equipaggio.
Un secondo battello, anch'esso rinvenuto integro,
era realizzato in legno di pino, mentre al di sotto di
queste ne venne rinvenuto un terzo che sembrava essere
stato intenzionalmente demolito nel corso del “sacrificio”.
La più piccola tra le due barche rinvenute integre, lunga
19 metri, andò distrutta nel 1864 nel corso della guerra
di Schleswig tra la Danimarca e la Prussia; nella stessa
occasione andarono dispersi molti dei reperti rinvenuti da 
Engelhardt.
Gli scavi nella palude di Nydam sono stati ripresi a
partire dal 1989 a cura del Museo Nazionale di
Danimarca, ed hanno portato al rinvenimento di altri
oggetti relativi alla vita delle comunità che abitavano
la zona, e ai sacrifici propiziatori che venivano compiuti
nel lago; oltre alle armi sono tornati in luce una gran
quantità di oggetti di uso quotidiano dell'epoca, fibbie
per cinture, spille e fermagli decorati, oltre che parti di
altre barche demolite.
Sulla base di tutto questo materiale è stato appurato
che il deposito archeologico di Nydam Mose può datarsi
a partire dalla fine dell'età del ferro danese, e si è accresciuto
fino al 550 d.C. circa.
L'utilizzo del sito per sacrifici dovrebbe essere proseguito, in maniera forse discontinua, tra il 200
e il 450 d.C. circa. Il battello in quercia, il primo ad essere rinvenuto da Engelhardt e l'unico oggi
conservato, è stato datato tra il 310 e il 320 (sulla base di misurazioni dendrocronologiche).
Come accennato si ritiene che questa sia una delle più antiche navi nordiche conosciute, ma soprattutto il più antico natante realizzato con la tecnica costruttiva a fasciame sovrapposto; le sue dimensioni (23 x 4 metri), la disposizione del fasciame e degli scalmi per i remi, fanno supporre che pesasse oltre tre tonnellate, e sia stato realizzato per ospitare 15 paia di rematori
L'equipaggiamento personale (elementi di vestiario, cinghie e accessori, utensili, oggetti di valore e oggetti di uso quotidiano), e tutto il materiale d'uso comune rinvenuto, è oggi in corso di analisi e interpretazione, per quanto riguarda la cronologia, gli aspetti funzionali e storico-sociali, nel quadro di ricerca svolta dall'Università di Kiel. Lo studio tenterà di far luce anche sull'esatta provenienza dei guerrieri coinvolti nel conflitto, sulle tecniche di battaglia, così come sulla struttura sociale e le implicazioni di tali conflitti nella società “barbarica” del tempo.

(la nave Nydam è oggi esposta nel Castello di Gottorp nello Schleswig).

Non esistono testimonianze scritte di quanto accadde in riva al lago nella prima metà del IV secolo ...





L'isola di Scandia, o Scatinavia, e lo Jutland in una mappa quattrocentesca ispirata all Geografia di Tolomeo
“Mai la Musa cessa di vigilare sul loro cammino: le cetre risuonano, i flauti gridano e ovunque cori di fanciulle echeggiano vorticosi. Né la malattia né l'amara vecchiaia si mescolano nel loro sangue sacro, essi vivono lontani dalla fatica e dalla guerra”.
(Pindaro, decima Ode Delfica)
Mappamondo medievale ispirato alle zone climatiche individuate da Macrobio
Mappa della Danimarca con la localizzazione di Nydam Mose e di altri siti archeologici "vichinghi" in territorio danese
Il nord dell'Europa, le isole britanniche, lo Jutland e la Scandinavia (come una grande isola), nella c.d. Mappa Anglosassone della fine del X secolo
La terza nave di Nydam Mose, datata tra il 315 e il 330 d.C., nella ricostruzione proposta dal suo scopritore, l'archeologo danese Conrad Engelhardt, nel 1866