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Gli archeologi nel nuovo contratto nazionale per i
professionisti operanti in studi professionali: ma in
Italia chi applica i contratti ?


Il nuovo
Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per i dipendenti degli
studi professionali
, stipulato nel novembre 2011 con la partecipazione
della “Confederazione Italiana Libere Professioni”
(CONFPROFESSIONI), della Confederazione Sindacale Italiana delle
Professioni Tecniche (CONFEDERTECNICA), della Federazione
Italiana dei Professionisti ed Artisti (CIPA), della Federazione Italiana
Lavoratori Commercio Turismo e Servizi (FILCAMS - CGL), della
Federazione Italiana Sindacati Addetti Servizi Commerciali Affini del
Turismo (FISASCAT - CISL) e della Unione Italiana lavoratori
Commercio Turismo e Servizi (UILTuCS - UIL), si prefigge lo scopo di disciplinare, su tutto il territorio nazionale i rapporti di “lavoro dipendente” nell'ambito delle attività “professionali”, organizzate in forma di “studio associato”, operanti nelle aree professionali “Economico-amministrative”, “Giuridiche”, “Tecniche”, “Medico-Sanitarie” ed altre.
Il contratto va a sostituire le norme contenute in precedenti contratti collettivi, allo scopo di normare i “rapporti di lavoro dipendente”, i “tirocini formativi” e le altre diverse forme di impiego, a tempo indeterminato e non.
Difatti va a disciplinare le seguenti modalità di impiego, già largamente applicate nei settori sopra elencati: il lavoro a tempo pieno e indeterminato, l'apprendistato, il lavoro a tempo parziale, il lavoro “ripartito” (il caso, cioè, in cui “due lavoratori assumono in solido un'unica obbligazione di lavoro subordinato”), i contratti a tempo determinato, nonché il telelavoro, i contratti di inserimento e la somministrazione di lavoro in forma intermittente (lavoro a chiamata).
Le
quattro aree professionali in cui è suddiviso il comparto, comprendono a loro volta otto livelli: Quadri, livello I°, livello II°, livello III° super, livello III°, livello IV° super, livello IV° e livello V°, caratterizzati per la qualità delle mansioni svolte dai lavoratori, la loro preparazione tecnico - teorica, la responsabilità, l'autonomia e responsabilità gestionale, le competenze personali etc.
In questo quadro di ripartizioni, apparentemente complesso, la figura professionale degli archeologi viene citata, nell'ambito dell'area professionale Tecnica, e nei livelli di: Quadri, II° livello e III° livello super; in tutti e tre i casi la definizione è la seguente: “Archeologo con compiti di direzione nelle attività di individuazione, ricognizione, scavo e rilievo dei siti di interesse archeologico”; oppure “Archeologo che sotto supervisione svolge attività di individuazione, ricognizione, scavo e rilievo dei siti di interesse archeologico, anche coordinando il lavoro altrui”; infine “Archeologo che sotto supervisione del professionista svolge attività di individuazione, ricognizione, scavo e rilievo dei siti di interesse archeologico”.
Mentre nel caso dei lavoratori identificati come “Quadri” viene specificata unicamente l'appartenenza ad un ordine professionale, l'alta responsabilità delle mansioni, l'autonomia e la discrezionalità operativa, per quanto riguarda i lavoratori di “II° livello” si fa riferimento anche al possesso di un idoneo titolo di studio nel settore di competenza, l'iscrizione ad un albo professionale, il coordinamento e controllo di altri lavoratori. I lavoratori che rientrano nel “III° livello”, invece, devono possedere unicamente competenze di tipo tecnico e teorico-pratico, e la capacità di operare in maniera autonoma sulla base di istruzioni ricevute.
Il fatto che, a titolo puramente esemplificativo, vengano citati unicamente gli archeologi operanti “sul campo” non dovrebbe escludere dal contratto anche quelli che operano nel campo della schedatura, della catalogazione, della documentazione grafica etc.
Come in altri casi, in questo contesto emerge l'assoluta “non conoscenza”, da parte degli estensori del testo, dell'effettiva realtà e complessità delle mansioni svolte nel campo dell'archeologia; va precisato, tuttavia, che le mansioni e le categorie elencate “a titolo esemplificativo” non dovrebbero essere viste come strettamente vincolanti ai fini dell'applicazione del contratto.
Tra le obbiezioni mosse dalle associazioni di categoria (leggi la
Confederazione Italiana Archeologi) al nuovo contratto in questione, appare del tutto giustificata la perplessità sul fatto che si sia inserita la medesima figura professionale in due diversi contratti. Ma qui entriamo in una materia per me assolutamente nuova: vi sono casi di archeologi, in Italia, assunti da “Studi Professionali” anziché da Ditte Edili ? Personalmente lo ignoro; ma nel caso in cui questa realtà esista mi sembra del tutto apprezzabile il fatto che se ne sia preso atto in un contratto di lavoro nazionale. L'altra obbiezione secondo cui “... dalla lettura del testo appena ratificato, invece, abbiamo appreso che gli unici archeologi che vi sono inseriti sono quelli che operano in cantiere”, come ho appena specificato mi sembra inconsistente. La categoria presa in esame è stata scelta a titolo puramente esemplificativo. Dal tenore del testo, che nella effettiva elencazione delle figure professionali non pone alcun vincolo specifico, mi sembra che nel contratto possano rientrare tranquillamente “gli archeologi che effettivamente lavorano negli studi professionali facendo catalogazione e schedature, elaborando piani paesaggistici e valutazioni di impatto archeologico,  disegnatori di reperti, archeometri, paleobotanici, archeozoologi, geoarcheologi, numismatici, epigrafisti, nonché tutte le figure operanti nel mondo dell'archeologia digitale”.
La possibilità, poi, che le imprese edili possano effettuare una “scelta al ribasso” nell'assunzione degli archeologi, utilizzando questa forma di contratto anziché quello dell'edilizia, evidentemente è più che reale, se è vero, come sembra, che casi del genere si stanno già verificando; ma questo è un male tutto italiano, o se vogliamo possiamo definirlo lo sport nazionale: “... se posso mettertelo in culo, te lo metto !”
Inoltre non mi sembra che questo contratto sia stato “... modellato su chi prevalentemente lavora in studi professionali, uffici e magazzini”, e che non possa quindi “... ritenersi adeguato a proteggere quei lavoratori che passano almeno 40 ore settimanali in un cantiere”. Al contrario, in più passaggi viene sottolineata quella peculiarità del lavoro dell'archeologo, che ne fa a tutti gli effetti una figura che opera prevalentemente “sul campo”.
Infine è stato giustamente sottolineato che “... nel CCNL degli Studi Professionali è prevista l’assunzione tra i quadri solo dei professionisti iscritti in albi e ordini: gli archeologi, dunque, sono inseriti nel contratto come 'parenti poveri'”. Questa peculiarità del nuovo contratto potrebbe spingere gli studi professionali ad assumere un archeologo inquadrandolo nel  livello III° super, l'unico che preveda questa figura, non vincolandola all'iscrizione in un albo o ordine professionale. È chiaro che in quel caso, dal punto di vista contrattuale, l'archeologo avrebbe le stesse prerogative di un operaio specializzato, pur svolgendo effettive mansioni di livello ben superiore.
Ma a questo punto entriamo nel campo dell'estrema discrezionalità nell'applicazione del contratto stesso (qualora esso venga applicato), discrezionalità che lo stesso testo consente appieno, triplicando una medesima figura professionale in tre livelli distinti, con le medesime mansioni, prevedendo addirittura la possibilità che vengano espletate in assenza di uno specifico titolo di studio.
Questo contratto, in definitiva, presenta le medesime “pecche” di qualsiasi altro contratto venga applicato alla categoria degli archeologi: applicarlo è una dato puramente discrezionale, dato che nessun sindacato, associazione o singolo individuo si è mai battuto seriamente perché questo avvenga.
Il 22 gennaio 2012 la  Confederazione Italiana Archeologi ha annunciato lo stralcio e la prossima ridiscussione, riguardo alla figura professionale degli archeologi nell'ambito del Contratto Nazionale degli Studi Professionali. Per quanto è dato di comprendere l'associazione punta a “diversificare” l'inquadramento contrattuale dell'archeologo sulla base delle effettive mansioni svolte, che non sono, necessariamente, quelle di cantiere. Queste ultime, invero, già rientrano nel contratto nazionale dei lavoratori edili, come è stato più volte sottolineato; tuttavia la sua applicazione è tuttora del tutto discrezionale, ben lungi dall'annullare il fenomeno delle false partite IVA, del passaggio fittizio di lavoratori tra più ditte (allo scopo di eludere la Legge Biagi relativamente all'obbligo di assunzione dopo tre anni di lavoro continuativo), quello del furto di metà stipendio da parte delle cooperative, ed infine quello del lavoro in nero, tuttora diffuso.
Rimarrebbe, comunque, l'anomalia di una medesima figura professionale “sdoppiata” su due diversi contratti di lavoro, caratterizzati da diverse funzioni ed un
diverso trattamento economico; coloro che operano su un cantiere continuerebbero a fare “la parte del leone”, anche se quello è e rimane il lavoro più massacrante e non sarebbe del tutto sbagliato il fatto di gratificarlo, anche con una maggiore remunerazione, così come previsto dal contratto dei lavoratori edili.
Poi ci sarebbe tutta la parte più “teorica” del lavoro che, come accade da sempre, è quella meno considerata (anche e soprattutto economicamente), quella che i più giovani si adattano a fare, anche senza intascare un soldo e investendoci gran parte del proprio tempo. I lavori da biblioteca, da archivio o da magazzino, insomma rimarrebbero sul Contratto Nazionale per i dipendenti degli studi professionali, magari arbitrariamente inquadrati nel III° livello super, e remunerati con poco più di 1000 € al mese.
Mi auguro che tutto questo rimanga solo a livello di ipotesi, perché sarebbe l'ennesimo caso di lavoratori messi contro altri lavoratori, quelli di serie A contro quelli di serie B, tutti a scannarsi per pochi euro in più o in meno. Tendenza, questa, già ipotizzata (ed in parte attuata) dalle vigenti politiche ultraliberiste sul lavoro, che, a conti fatti, puntano ad omologare il lavoro in Europa con quello delle grandi economie emergenti (Cina, India, Corea); unico escamotage che ci è rimasto per tentare di vincere la loro concorrenza.
L'abbiamo voluta la globalizzazione ??? Spero di svegliarmi e scoprire che è stato solo un brutto sogno !