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I movimenti “separatisti” e la dissoluzione dell'impero romano d'occidente: i
Circoncellioni d'Africa e i Bagaudi della Gallia

La crisi del mondo antico, che da secoli gli storici si sforzano di spiegare senza tuttavia trovare
una soluzione soddisfacente, trova una delle sue cause nel progressivo allontanamento di alcune
province “strategiche” dal potere centrale di Roma (e di Bisanzio dalla fine del IV secolo). La
conseguenza di questo sta nel fatto che al primo colpo portato dai germani prima e dagli arabi
poi, le popolazioni di queste province trovarono molto più conveniente sottomettersi ai nuovi
dominatori, piuttosto che difendere uno stato che sentivano come lontano, estraneo ed oppressivo.
Il malcontento diffuso, nelle Gallie, come nell'Illirico, Africa Siria ed Egitto, coinvolgeva soprattutto
gli strati inferiore della popolazione che per secoli aveva mantenuto la propria lingua e la propria
cultura, e resistito strenuamente alla romanizzazione, ma anche la “borghesia”, la classe mercantile
e latifondista, che mal sopportavano la svolta autoritaria post costantiniana ed il fiscalismo
opprimente, necessario a far fronte alle ingenti spese militari.
Nel momento in cui lo stato romano si cristianizza, prima in maniera non ufficiale con Costantino
e i suoi successori, poi adottando il cristianesimo come religione di stato a partire da Teodosio, le
accese polemiche interconfessionali divengono il pretesto per ulteriori e più profonde spaccature
tra il centro e la periferia.
In questo senso alcune province di più antica cristianizzazione, come l'Africa, l'Egitto e la Siria
abbracciarono la nuova fede nelle sue forme più intransigenti ed eterodosse, proprio come una
forma di ribellione contro la chiesa cattolica e gli imperatori, ad essa devoti (o tutt'al più seguaci
dell'arianesimo).
Non è un caso se le prime grandi ribellioni del IV secolo siano partite
proprio da province dove più forte era il malcontento da parte delle masse
contadine, l'Illirico, la Mauretania e la Gallia; secondo alcuni cronisti,
masse di contadini pannonici si unirono nel 406 alle tribù di germani che
sfondarono il Limes renano e contribuirono a spopolare quel territorio,
che fin dal primo secolo d.C., con le rivolte sedate da Tiberio e Germanico,
si era fortemente opposto alla romanizzazione.
Sempre nell'epoca di Stilicone, un'altra grande rivolta partì nel 397 dalla
Mauretania, ad opera del nobile Gildone, di origine berbera, “Comes
et Magister Utriusque Militiae per Africam”; questo evento, meglio
documentato nelle cronache contemporanee, si presta ad un ulteriore
approfondimento.
Solo due anni dopo la morte di Teodosio e la divisione dell'impero tra i
due figli, Gildone ruppe i rapporti con l’imperatore d’Occidente, Onorio,
dal quale dipendeva la diocesi africana, e decide di sottomettersi
all'autorità dell'imperatore d'oriente Arcadio. Come conseguenza si ebbe
l'immediato blocco dei rifornimenti granari diretti a Roma e la conseguente
carestia. In questo modo negli anni 397-398  Gildone riuscì a prostrare
Roma e a creare serie difficoltà all’intera parte occidentale dell'impero.
Secondo l'analisi storica più accreditata la lontananza da Costantinopoli, cui Gildone intendeva sottomettersi, gli avrebbe consentito una maggiore indipendenza, potere e libertà di gestione delle immense ricchezze dell'Africa. La storiografia si chiede, tuttavia, in quale misura tale obiettivo corrisponda alle ambizioni personali del principe, o se invece questi non si presenti come catalizzatore di spinte sociali dal basso, di natura marcatamente antiromana.
È probabile che, nelle sue previsioni, tutto il grano non inviato a Roma, riversandosi sul mercato locale, avrebbe generato un meccanismo di deflazione a tutto vantaggio dei consumatori locali e dei ceti meno abbienti.
Se questo è vero si spiega come l'iniziativa abbia riscosso un facile consenso tra le masse rurali ed urbane solo parzialmente romanizzate. Sotto questo aspetto è rilevante l’alleanza di Gildone con i capi più in vista del donatismo fra cui Optato, vescovo di Thamugadi, fondata sul comune  malcontento nei confronti di Roma.

Che l'Africa sia stata da sempre una provincia turbolenta, tuttavia, è testimoniato anche dalla breve rivolta dell'anno 238, contro l'imperatore Massimino il Trace ed il procuratore da lui inviato con lo scopo di prelevare più fondi possibile, indispensabili per le spese militari. In questo caso il malcontento accese gli animi dei ricchi agrari, minacciati nelle loro stesse proprietà, i quali trovarono subito un facile seguito nella popolazione contadina, formata da coloni e servi.
La ribellione fu tuttavia sedata in breve tempo dall'esercito regolare, e alla vittoria seguì presto un ondata di stragi, saccheggi e confische di beni a spese, soprattutto a spese della borghesia di Cartagine, delle casse delle principali città e dei grandi santuari.

Non è possibile stabilire con certezza la data di nascita del movimento dei “Circoncellioni”, braccio armato della chiesa donatista; questa stessa denominazione, del resto, non è storicamente fondata, dal momento che costoro si definivano piuttosto “Agonisti”, vale a dire combattenti di Dio, o atleti di Dio; la storiografia moderna ha voluto piuttosto vedere in questo movimento la volontà di portare alle estreme conseguenze l'esortazione di Paolo, in Efesini 6, 10-17, alla costituzione di una “militia Christi”.
A questo proposito i Circoncellioni chiamavano “Israel” il bastone con cui combattevano la loro guerra santa, in  riferimento al nome dato a Giacobbe dopo la lotta notturna con l’Angelo (Genesi 32, 25-32) che lo rivela “combattente di Dio”.

Abitualmente la loro comparsa sulla scena del conflitto inter-religioso e sociale, viene posta negli anni ’40 del IV secolo.
Agostino, in una lunga serie di rtattati polemici ed epistole, lascia piuttosto intendere come l’insorgenza del fenomeno risalga al momento stesso della rottura dell’unità cristiana in Africa, ovvero già nel primo decennio del IV secolo.
In breve tempo l’opposizione donatista nei confronti del cristianesimo incarnato da vescovo di Roma assumerà un netto connotato politico, vale a dire di contrasto fra una chiesa che viene vista come “cinghia di trasmissione” dell’autorità imperale, e una chiesa africana dei martiri, unica legittima erede della tradizione apostolica. Il dissidio, basato su questa premessa, si radicalizzò per oltre un secolo (almeno), nonostante l'intervento armato del potere imperiale, le confische di beni, e le condanne all'esilio.
La questione di quei cristiani che in tempo di persecuzione avevano accettato di compiere sacrifici (coloro che si piegarono all’osservanza dei decreti di Decio e Diocleziano  bruciando incenso davanti a un simulacro religioso o procacciandosi, con la corruzione, un falso certificato di lealismo politico, c.d. Libellatici), e quella ben più grave dei “traditores”, quei chierici che avevano consegnato alle autorità le Sacre Scritture perché venissero bruciate, vede come indiscusso protagonista Cipriano di Cartagine (+ 248), che nell'ambito del successivo conflitto tra cattolici e donatisti diverrà un modello aspramente conteso fra le due fazioni. 
Il conflitto donatista, infatti, non fa che riaprire nel IV secolo la polemica già intercorsa cento anni prima fra Cipriano e Stefano vescovo di Roma, sebbene lo scontro sia tutto all'interno alla chiesa africana. Stavolta, tuttavia, il problema investì anche Costantino (e di conseguenza i suoi successori), preoccupato di garantire a tutti i costi l’uniformità religiosa nell’impero.
E' stata giustamente sottolineata la difficoltà nell'emettere un giudizio sul movimento dei circoncellioni, in quanto la quasi totalità delle fonti relative è costituita dagli atti della controversia cattolica, fortemente critica nei loro confronti; testi, riferibili quasi esclusivamente ad Agostino e Ottato di Milevi. 
Ciò che emerge, tuttavia, sui loro fondamenti religiosi riguarda soprattutto la fortissima eversione sociale, la dissidenza sul piano politico e la contestazione nei confronti della chiesa ufficiale, il tutto espresso, tuttavia, in maniera estremamente violenta. È stato anche messo in evidenza il carattere “monastico” del movimento (forse la più antica manifestazione di un “ordine monastico” in occidente) teso alla realizzazione pratica di aspettative bibliche come l’ansia di giustizia sociale e la volontà di un sovvertimento nei rapporti tra regno di Dio e stato romano, che caratterizza il loro operato. 
In questo senso la figura del martire, esaltata in maniera parossistica, è precisamente il “combattente di Dio” contro il secolo dominato dal male, la cui incarnazione sono l'autorità imperiale e la chiesa cattolica; i suoi ministri vengono accusati di essere il braccio del potere politico, e ciò spiega la peculiare efferatezza dai Circoncellioni dei confronti verso la gerarchia avversa.
Il culto prestato ai martiri, descritto in forme entusiastiche ed esaltate, coinvolge non soltanto coloro che aderiscono al movimento dei Circoncellioni, ma investe le intere comunità, e, come sembra, non solo quelle donatiste.
Si ritiene, a questo proposito, che i Circoncellioni potessero venir reclutati anche tra le fila dei cattolici sfruttando il diffuso malcontento popolare, tuttavia tutti gli autori ribadiscono esclusivamente la loro contiguità con i Donatisti, che  in più di un'occasione utilizzarono la loro forza d'urto per realizzare la propria politica, salvo poi scaricarli quando la situazione sembrò sottrarsi al loro controllo.
Anche se il movimento dei Circoncellioni sembra esaurirsi, almeno agli occhi dei cronisti contemporanei, nei primi anni del V secolo, la loro presenza viene registrata in Africa ancora per diversi anni, ed è certo che un diffuso malcontento popolare continuerà a covare nella regione ancora in epoca bizantina, con le frequenti ribellioni della popolazione berbera.
Teodoreto di Cirro (Antiochia di Siria, 393 circa – 457 circa) verso la metà del V secolo ancora riferisce che, al suo tempo, i circoncellioni erano soliti annunciare la loro intenzione di diventare martiri molto tempo prima di attuarla, in modo da essere ben nutriti e trattati come bestie da macello.
(Haereticarum fabularum compendium, IV, VI)

“Un certo numero di questi fanatici, ingrassati come fagiani, incontrò
un giovane e gli offrì una spada affinché li colpisse, minacciando di
ucciderlo se si fosse rifiutato. Egli finse di temere che, dopo averne
ucciso qualcuno, il resto avrebbe potuto cambiare idea e vendicare
la morte dei compagni, così insistette sul fatto che dovessero essere
legati. Costoro furono d'accordo; così, quando furono indifesi, il
giovane diede a ciascuno di essi una sonora bastonata e se ne andò
per la sua strada”.


E' sintomatico il fatto che poco più di due secoli dopo lo stesso concetto
di impero romano-cristiano in Africa, sprofonderà in entrambi le
componenti (sia cattolica che eretica) sotto la forza d’urto dell’invasione
araba; si noti che ciò avviene “soltanto” in Africa, poiché le comunità
d’Oriente sopravviveranno, se non come romane, almeno come cristiane o
copte.

L'aspetto che, più di ogni altro, impressionò profondamente i contemporanei
è stata certamente la  “volontà suicida” dei Circoncellioni, che, di preferenza,
si gettavano a capofitto in burroni e precipizi. Questo aspetto trova un preciso
riscontro in uno dei pochi documenti di parte donatista sopravissuti, la
Passio Marculi risalente alla metà ca. del IV secolo. Vi si narrano le vicende
di questo vescovo, Marculus, membro di una delegazione donatista presso
Macario e Paolo, agenti imperiali incaricati di ristabilire (con la corruzione
o con la forza) l’unità religiosa della provincia. Marculus viene arrestato
insieme ai suoi colleghi, sottoposto ad una pubblica bastonatura ed infine,
rinchiuso nella fortezza di Nova Petra, dove muore precipitando da un
dirupo. I contemporanei diedero, tuttavia, diverse versioni dell'accaduto,
riportandolo come un atroce omicidio, per i donatisti, o un suicidio per i
cattolici.
Tuttavia quando Agostino condanna con asprezza il suicidio praticato dai
Circoncellioni e li accusa proprio di essere sedotti da “Marculano illo
magisterio”, dalla forza esemplare dell’insegnamento di Marcolo, finisce
per dare fondamento storico all'immagine del circoncellione alla ricerca
continua di un “venerato modello martiriale”, come un pellegrinaggio dalla
residenza terrena alla stabile dimora celeste.
Sulla base delle fonti contemporanee l'azione sociale dei Circoncellioni
appare tesa a colpire due “capisaldi” dell'ingiustizia nella società tardo
antica, con la forzosa remissione dei debiti e la liberazione degli schiavi,
coagulando così gruppi di poveri, diseredati, contadini e braccianti.
Quello che è peculiare di questi gruppi, tuttavia, rimane il fondamento
religioso della loro protesta, carica, tra l'altro, di un’ulteriore valenza questa
volta di tradizione giudeo-cristiana, quella del Millenarismo: i Circoncellioni,
infatti, non si limitavano a liberare gli schiavi, ma, in una sorta di crudele
rappresentazione, rendevano schiavo il padrone.
A questo proposito Ottato ed Agostino raccontano degli honestiores tirati
giù dai loro carri, legati alle stanghe al posto dei muli e costretti a far
scorrazzare i loro schiavi seduti a cassetta. Una inversione dei ruoli
presente nella teologia orientale d’ispirazione giovannea (si pensi a Papia
di Gerapoli, ritenuto discepolo dell’Apostolo), ed uno dei segni della
rivoluzione che, secondo loro, il Regno di Cristo dovrebbe portare sulla terra. 
Questa tradizione millenaristica appare ben radicata in Africa fra IV e V
secolo (nel poeta Commodiano ad esempio, il suo più acceso sostenitore,
il quale canta l'immagine di Roma sconfitta dai popoli barbari vendicatori
della sua tracotanza: “luget in aeternum quae se iactabat aeterna”); ma già
alla fine del II secolo il martire Sperato, processato nel 180 a Scillium, città
non identificata dell’Africa proconsolare, proclamava di fronte al magistrato:
“imperium huius saeculi non cognosco”.
Il credente deve di dunque operare una scelta di campo tra due Regni tra
loro contrapposti, secondo la visione di un altro contemporaneo, Tertulliano
(155 – 230 ca.), poiché non è possibile servire  due padroni:  Dio e Cesare.
Al di la delle implicazioni religiose, che probabilmente i Circoncellioni non
potevano apprezzare fino in fondo, sullo sfondo degli avvenimenti dell'Africa
gli storici ravvisano un “risveglio” delle popolazioni rurali in epoca tardo
imperiale. Anche se questo fenomeno non avvenne in maniera unitaria e
nemmeno consapevolmente, è tuttavia segno di un disagio diffuso e di una
protesta di strati della popolazione contro la politica fiscale e repressiva, che
in alcuni casi, come si è visto, si salda con i medesimo malcontento espresso
dalle aristocrazie locali.
Non nel caso del movimento donatista e dei Ccirconcellioni in Gallia, tuttavia,
dal momento che, oltre alla gerarchia cattolica, sono proprio i proprietari terrieri
e i latifondisti ad essere presi di mira.
Purtroppo le cronache e gli scritti degli autori contemporanei non riescono a
mettere a fuoco, se non in rare occasioni, la possibilità che dietro a queste
manifestazioni di malcontento si celi il risveglio di una coscienza nazionale
(a volte mai sopita del tutto), soprattutto in province come la Gallia, la Siria e
l'Egitto.

CONTINUA

Geoffrey G. Willis, St. Augustine and the Donatist Controversy, London 1952

P. Marone, L'esegesi biblica di Ottato di Milevi, Università degli Studi di Roma
La Sapienza, Collana Studi e Proposte 5, Roma 2008




Sant Agostino; ritratto di VI secolo, Roma Patriarchio Lateranense
Paolo, in Efesini 6, 10-17

“Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio”.
Le più antiche notizie riguardanti s. Papia di Gerapoli, sono fornite da Eusebio di Cesarea, nella sua “Historia Ecclesiastica”: Papia vissuto nel II secolo, contemporaneo di s. Policarpo di Smirne e di s. Ignazio d’Antiochia, fu vescovo di Gerapoli nella Frigia (Asia Minore, dal 130 a.C. parte della provincia romana d’Asia).
È certo che non conobbe personalmente gli Apostoli, ma secondo la propria testimonianza, apprese i principi e le fede cristiana da coloro che li avevano conosciuti, come Aristione e Giovanni il Presbitero.
Eusebio di Cesarea, gli attribuisce idee ‘millenaristiche’, forse confondendolo, in realtà, con un omonimo autore ebreo; il ‘Millenarismo’ era, tuttavia, già presente nel cristianesimo primitivo e si riferiva ad un supposto regno messianico di Cristo sulla Terra, della durata di mille anni, destinato ad attuarsi tra una prima resurrezione dei morti, riservata ai beati e una seconda resurrezione, seguente al Giudizio Universale; sembra fosse fondato su una interpretazione letterale di un passo dell’Apocalisse (20, Poi vidi un angelo che scendeva dal cielo e che aveva la chiave dell'Abisso e una gran catena in mano. Egli prese il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e Satana, e lo legò per mille anni, poi lo gettò nell'abisso che chiuse e sigillò sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni finché fossero compiuti i mille anni, dopo i quali dovrà essere sciolto per poco tempo. Poi vidi dei troni, e a quelli che vi sedettero fu dato la potestà di giudicare, e vidi le anime di coloro che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano preso il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano. Costoro tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni. Ma il resto dei morti non tornò in vita finché furono compiuti i mille anni. Questa è la prima risurrezione.
Beato e santo è colui che ha parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potestà la seconda morte, ma essi saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui mille anni. E quando quei mille anni saranno compiuti, Satana sarà sciolto dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarle per la guerra; il loro numero sarà come la sabbia del mare. Esse si muoveranno su tutta la superficie della terra e circonderanno il campo dei santi e la diletta città. Ma dal cielo scenderà fuoco, mandato da Dio, e le divorerà. Allora il diavolo, che le ha sedotte sarà gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli. Poi vidi un gran trono bianco e colui che vi sedeva sopra, dalla cui presenza fuggirono il cielo e la terra, e non fu più trovato posto per loro. E vidi i morti, grandi e piccoli, che stavano ritti davanti a Dio, e i libri furono aperti; e fu aperto un altro libro, che è il libro della vita; e i morti furono giudicati in base alle cose scritte nei libri secondo le loro opere. E il mare restituì i morti che erano in esso, la morte e l'Ades restituirono i morti che erano in loro, ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere. Poi la morte e l'Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda.
E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco).
Scrisse cinque libri intitolati ‘Esegesi dei discorsi del Signore’, testo di primaria importanza per la storia dell’esegesi neotestamentaria, soprattutto per quanto egli riferisce sugli evangelisti Matteo e Marco e per la conoscenza della prima lettera di Giovanni e della prima di Pietro; è da considerare uno dei primi anelli della catena della tradizione orale.
La data della morte è del tutto sconosciuta, come non si può dire che sia morto martire, cosa possibile dato i tempi. Il suo nome non compare negli antichi calendari, il primo a menzionarlo in Occidente, nel suo ‘Martirologio’ fu Adone, che lo pone al 22 febbraio, influenzato da s. Girolamo che dedicò un capitolo a Papia di Geropoli nel suo “De Viris illustribus”, classificandolo però come discepolo di s. Giovanni apostolo.
Errore proseguito fino al secolo XVI, quando Cesare Baronio nel suo ‘Martirologio Romano’ pur rimanendo la memoria al 22 febbraio, corresse la qualifica di discepolo di s. Giovanni apostolo in ‘Giovanni il presbitero’.