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“BACAUDAE”

La storia dei Bacaude, o Bagaude, inizia, come altre
vicende  simili, con il rifiuto di quella che è sentita come una
dominazione straniera; Questi gruppi compaiono nelle
fonti in associazione alla terribile crisi interna affrontata
dall'impero romano durante il III secolo.
E' lo storico Eutropio, per la prima volta, a scrivere:”[...]
avendo i contadini sollevato un tumulto in Gallia e
imposto alla loro fazione il nome di Bacaudae

(
Eutropio Libro IX,  cap 20); i loro capi si chiamavano
Amando ed Eliano; stando a quel poco di documentazione
giunta sino a noi, costoro dovevano essere di origine
gallo-romana e non capi indigeni.
La situazione della Gallia doveva essere giunta ad un tale
livello di ingovernabilità che una volta giunto al potere,
Diocleziano si impegno con durezza laddove i suoi
predecessori avevano fallito (Carino aveva tentato di
sottometterli ma non vi era riuscito), ed inviò il cesare
Massimiliano Erculio, il quale “con facili battaglie domò i
contadini e ridonò alla Gallia la pace”.
In questo periodo il nome “Bacaudae” si riferisce quindi a
bande di contadini gallici di stirpe celtica. La radice del nome rimane ignota, anche se sono state avanzate diverse ipotesi in merito che variano da “gruppo”, ”legno”, ”assemblea tumultuosa” o “combattenti”.

La vitalità della cultura e della lingua celtica presso le masse rurali della Gallia è confermata dalle opere di Ireneo, secondo vescovo di Lione, originario dell'Asia minore, morto alla fine del II secolo. Costui nella prefazione al suo trattato Adversus haereses, rivolgendosi a tale Mariano presenta le sue scuse per la rozzezza del suo eloquio: ”
... non chiederai certo a noi, che viviamo presso i celti e trattiamo i nostri affari per lo più con la lingua dei barbari, l'utilizzo dell'arte oratoria...”. Una simile affermazione acquista maggiore importanza se si tiene conto che, generalmente, della Gallia si sottolinea soprattutto la profonda romanizzazione.
Sul piano militare i Bagaudi non dovevano essere nulla più che bande di contadini, e le loro azioni somigliavano più e scorrerie che ad azioni militari. In tutti gli scontri con l'esercito romano o un esercito barbaro, infatti, essi avevano sempre la peggio; nonostante questo la loro attività e il loro raggio di azione non fece che aumentare nel corso del IV e V secolo.
Le fonti ufficiali, dunque, danno i Bagaudi sconfitti da Massimiano Erculeo, anche se il loro nome torna insistentemente sulla scena dopo qualche anno.
Ulteriori informazioni, infatti, provengono dai panegirici di Eumenio (260-311) per Costantino, il quale evidentemente durante primi anni del suo regno, essendo di stanza sul limes renano, si trovo ad affrontare anche le bande di Bagaudi: secondo l'autore i contadini avrebbero costituito la fanteria mentre i pastori formavano la cavalleria; sempre da Eumenio apprendiamo che tale organizzazione era stata presa ad imitazione dei barbari che avevano devastato le loro terre.

I Bagaudi tornano ad essere menzionati quasi un secolo dopo, allorché, nel dicembre 406, una moltitudine di barbari (prevalentemente germani) varca il Reno ghiacciato e invade la Gallia. In questa situazione diversi generali romani si rendono autonomi, in alcuni casi usurpando la carica imperiale, e prendono nelle loro mani la difesa del territorio.
Tra questi l'usurpatore Costantino ottenne i maggiori successi sul campo (annettendosi la Britannia e gran parte della Gallia) ma dovette affrontare la reazione di Stilicone, magister militum del legittimo imperatore Onorio. Preziosa è la testimonianza dello storico Zosimo riguardo al generale imperiale Sauro che nel 408, dovendosi ritirare dinanzi alla superiorità numerica delle armate di Costantino “
... Riuscì a cavarsela, non senza aver abbandonato il suo bottino ai Bacaudae, che gli si erano opposti nella regione alpina, per ottenere da loro il permesso di passare in Italia” (Zosimo Libro VI, 172 – 173).

Negli anni seguenti i Bagaudi compaiono a più riprese sullo sfondo degli eventi militari della Gallia, di volta in volta come bande di rivoltosi o come popolazione più o meno indipendente.

Nel 417, il re dei Visigoti Vallia, si stabilisce in un territorio, nel cuore della Gallia romana, gravitante intorno alla città di Tolosa concessogli da Costanzo III; la creazione del regno di Tolosa consentì a Costanzo di risolvere la “questione gotica”, di ristabilire una parvenza di autorità in Gallia e domare un’ennesima rivolta dei Bagaudi lungo la Loira.
Nel quadro della movimentata situazione geo-politica nella seconda metà del V secolo caratterizzata da una grande frammentarietà [al controllo romano della linea difensiva del Reno si contrapponeva il movimento delle tribù germaniche insediatesi senza permesso a ridosso di essa, come i Burgundi di Worms, mentre Maggioriano con le sue truppe romane, sia pur largamente germanizzate nella loro componente etnica, controllava la maggior parte dei territori della Gallia dal Reno al Mediterraneo], le agitazioni dei Bagaudi dovettero portare l’Armorica ad una vera e propria secessione dall’impero.
Nel 430, Ezio, ingaggiò una sanguinosa battaglia contro i Visigoti guidati da Anaolso, prendendone prigioniero lo stesso comandante e costringendoli ad un’umiliante resa. Nel corso dello stesso anno inflisse una seconda sconfitta campale agli Iutungi, e represse infine una insurrezione di Bagaudi nelle campagne del Norico (od. Austria).
Lo stesso anno, scampato ad una congiura a Ravenna, il generale romano tornò ad occuparsi del delicato limes danubiano vale a dire delle province di Rezia, Norico e Vindelicia. Nel 431 soffocò una ennesima rivolta degli ultimi Bagaudi, quindi passò con le proprie truppe in Vindelicia (od. nord della Svizzera), dove sconfisse in un grande scontro gli Alemanni.

Queste scarne notizie suggeriscono un allargamento notevole del raggio di azione di queste bande ribelli, non più circoscritto alla sola Gallia; vi è anche la possibilità, tuttavia, che nelle fonti ufficiali diversi moti insurrezionali, anche se localizzati in aree distanti tra loro, aventi come protagoniste le popolazioni rurali, venissero accomunate sotto la stessa denominazione di  “Bacaudae”.
Nello stesso periodo (anni '40 e '50 del V secolo), infatti, viene registrata la presenza di gruppi di rivoltosi, anche essi chiamati Bagaudi nelle cronache contemporanee, nei dintorni di Barcellona e più a nord nel territorio della provincia Tarraconense. Contro costoro si mossero alcuni generali di origine germanica inviati da Ezio, come Asturio e Merobaude (441 – 443), senza tuttavia riuscire a domarli.
Pochi anni dopo queste bande trovarono un unico capo in un certo Basilio, sul quale non si hanno altre notizie. Nell'anno 449 i Bagaudi di Spagna saccheggiarono la chiesa di Tarazona e ne uccisero il vescovo Leone; nello stesso anno Basilio si unì al re degli Suebi Rechiario nei saccheggi della regione di Saragozza e Lerida.
Nel 454, infine, l'imperatore d'occidente Avito incaricò il re dei Visigoti Teodorico II di riportare l'ordine nel nord della Spagna; Contro i Bagaudi della Tarraconense venne inviato Federico, fratello del re, che ne fece strage sedando la sommossa. Contemporaneamente Teodorico, al capo di un esercito di cui facevano parte anche i foederati Burgundi, sconfisse  Rechiario ed uccise sul fiume Orbigo; Teodorico in seguito pose Aiulfo sul trono degli Suebi, e, nella successiva vacanza del potere imperiale, pose le basi dell'espansione dei Visigoti in Spagna.

L'anno 435 aprì un quinquennio di gravi disordini in Gallia, che Ezio affrontò potendo contare anche sull’appoggio degli aristocratici romani della Gallia e sull’impiego di truppe barbariche.
La prima minaccia affrontata dal generale fu, tuttavia, ancora quella dei Bagaudi, questa volta nella stessa  Armorica e lungo il corso della Loira, guidati dal loro nuovo capo Tibattone, attorno a cui si era creata una coalizione dall’inaspettata solidità. Secondo gli storici costui era stato in grado di  raccogliere intorno a sé un gran numero di schiavi e coloni da varie parti della Gallia e seppe organizzarli così da creare quasi uno stato nello stato, ormai del tutto indipendente dal governo centrale.
Ezio ritenne di primaria importanza soffocare questi moti di ribellione poiché potevano dare l’occasione ai barbari insediati in Gallia per insorgere [cosa che avvenne puntualmente, quando, nel 436, Teodorico II strinse d’assedio Narbona].
La missione fu svolta da Littorio, luogotenente pagano di Ezio, il quale grazie all'appoggio degli Unni domò l’insurrezione dei Bagaudi, facendo prigioniero lo stesso Tibattone e costringendo alla fuga un altro loro capo, Eudossio, il quale tuttavia trovò rifugio proprio presso gli Unni di Attila (
Anonimo, Chronica Gallica, Th Mommsen M.G.H. Chronica Minora, I, 1892, pp. 615-666).

A proposito di questi eventi, Costanzo, nella biografia del vescovo Germano di Auxerre, parla di “
Armoricani popolo mobile ed indisciplinato”, lasciando intendere che Bagaudi ed armoricani  fossero la stessa cosa.  Sempre Costanzo fornisce alcuni particolari inediti riguardo alla repressione dei moti; secondo l'autore lo stanziamento dei Burgundi in Savoia (443) e degli Alani, guidati dal loro re Goar, intorno ad Orleans, fu voluto da Ezio per riportare la pace nella Gallia centrale, sedare  i Bagaudi e riconsegnare l'Armorica all'impero. Di fronte al rischio dell'intervento degli Alani, i Bagaudi armoricani decisero di trattare con Ezio e l'imperatore Valentiniano II, e scelsero come mediatore  il vescovo Germano.
Nel momento culminante della crisi fu proprio Germano che si interpose da solo – fisicamente - tra gli Alani di Goar e il popolo che gli si era affidato, salvandolo dalla strage che appariva  inevitabile. Nel drammatico racconto di Costanzo, il vescovo afferra il morso del cavallo del re barbaro che cavalca alla testa dei suoi soldati, convincendolo a rinunciare all'attacco già progettato e ad attendere l'esito del suo viaggio a Ravenna per trattare la sottomissione degli Armoricani.
Questi ultimi, da semplici banditi si erano ormai organizzati in uno “stato” autonomo, il cui scopo poteva essere, tra l'altro, anche l'autodifesa contro i barbari.

La principale fonte per comprendere lo sfondo sociale su cui si sviluppa la rivolta dei Bagaudi di Gallia, è rappresentata da Salviano, vescovo di Marsiglia (400 ca.- 480 ca.); questi nella sua opera, De Gubernatione Dei, spiega l'avvento dei barbari, e le difficoltà della loro convivenza con i romani, in una sorta di progetto provvidenziale ed illustra, in questo quadro, le causa del divorzio delle masse celtiche di Gallia e Spagna dall'impero; esse risiedevano ”
... nella durissima oppressione fiscale,  ancor più spietata per la disonestà dei giudici e dei funzionari pubblici, le cui azioni - in special modo la confisca dei beni degli insolventi - sono autentiche rapine. Il risultato è che molti cittadini romani [non solo quelli poveri, per la verità, ma anche i ricchi e nobili], si vedono costretti a fuggire presso i barbari per salvare almeno la libertà se non i loro beni“.
Salviano tuttavia opera una netta distinzione fra i vari popoli barbarici stanziati nel territorio di Gallia e Spagna, e i ribelli Bagaudi “
li chiamiamo ribelli e uomini perduti, proprio noi che li abbiamo costretti a diventare dei criminali!. Coloro che diventano Bacaudae lo divengono per le nostre colpe, ossia a causa di quella violenza di cui si parlava sopra” (Salviano di Marsiglia, De gubernatione Dei, V, 4-5).
Secondo Salviano chi non voleva sottomettersi ai barbari o consegnarsi alla protezione di un potente o di un latifondista in grado di interporsi fra lui e lo stato romano con i suoi avidi funzionari e le sue richieste esose (la nascita del rapporto di vassallaggio), aveva la sola alternativa di entrare nel territorio controllato dai Bagaudi, e, per così dire “darsi alla macchia”.
La requisitoria di Salviano si caratterizza per l'estrema durezza della denuncia sociale e le conseguenze altrettanto drammatiche; la stessa popolazione romanizzata, preferisce convivere con i barbari, in una parvenza di schiavitù, piuttosto che sopportare la finta libertà imposta dallo stato romano.
Si tratta di una interpretazione sorprendentemente in linea con quella della storiografia marxista, che in linea di massima, interpreta questo fenomeno come un movimento di rivolta sociale, che nasce e si fortifica sfruttando il momento di dissoluzione dell'autorità statale: gruppi di contadini in rivolta contro i grandi proprietari terrieri difesi, per contro, da quanto restava dell'esercito imperiale, anche se il vescovo di Marsiglia sembra accomunare, in questo moto di rivolta sociale, persone di ogni estrazione e di diverso censo.

Come i regni barbarici, fondati nell'occidente ex-romano, alternavano una politica ostile a una di conciliazione verso l'impero e i suoi tentativi di conservare qualche forma di autorità nelle antiche province, così anche i Bagaudi, da antichi nemici di Roma, potevano diventare anche suoi alleati.
Secondo una notizia non certa ma molto attendibile dello storico dei Goti (
Jordanes, Getica, cap 36) nella decisiva battaglia dei Campi Catalaunici del 451, quando Ezio affrontò e sconfisse Attila, gli Unni e i loro alleati germanici, preservando la prefettura gallica, nel suo esercito accanto ad ausiliari barbarici come i Visigoti, ci sarebbero stati anche gli Armoricani, considerati, quindi, alla stregua di un popolo indipendente ed esponenti di uno stato celtico-romano alleato o satellite, dell'impero, al pari dei primi regni romano-barbarici.
Come già rilevato da diversi storici, date le premesse sui precedenti burrascosi rapporti con Ezio, può sorprendere la presenza dei Bagaudi Armoricani fra i suoi alleati ai Campi Catalaunici (451); questi infatti combattevano per il loro vecchio nemico [Ezio] e contro l’uomo [Attila] presso il quale si era rifugiato Eudossio solo pochi anni prima.

V.A. Sirago,  L’agricoltura gallica sotto la tetrarchia, in: Hommages à Marcel Renard, Collection Latomus Vol. 102, Latomus, Revue e’Études Latines, Brexelles 1969, pp. 2 - 9

L. Cracco Ruggini, Bagaudi e Santi innocenti: un'avventura fra demonizzazione e martirio, Tria corda, Como, 1983
M. Guidetti, Vivere tra i barbari, vivere con i romani. Germani e arabi nella società tardoantica. IV-VI secolo d.C. Milano 2007