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Le relazioni artistiche fra l'impero sassanide e
Bisanzio alla luce delle produzioni artigianali
di pregio, tra VI e VII secolo: le argenterie
persiane e i tesori di Lambousa (Cipro)


L'arte e l'artigianato dimostrano quanto fosse profondo e
antico lo scambio culturale tra le due superpotenze
dell'antichità, l'impero romano e quello sassanide, proprio
nel momento in cui i loro rapporti politici si avviavano al
punto di rottura e di non ritorno con il conseguente crollo
catastrofico del secolare assetto geopolitico del
Mediterraneo. Protagonisti sono i due ultimi grandi monarchi
dell'antichità, Eraclio I e Cosroe II, figure eroiche e tragiche
allo stesso tempo, ma anche gli anonimi artefici, artigiani,
orafi e cesellatori, le cui idee e le cui opere raffinate per
secoli hanno viaggiato indisturbate attraverso l'instabile
frontiera tra i due imperi.

Per delineare il contesto storico, limitatamente agli ultimi
due secoli della vicenda politica e militare,  va ricordato che l'impero persiano (rifondato nel 224 d.C. da Ardasir I, capostipite della dinastia Sassanide, il quale instauro una monarchia centralizzata, fondata sulla forte autorità politica e morale, per poter controllare i suoi vasti domini, e rivitalizzò l'antica religione zoroastriana e le sue strutture sociali) beneficiò largamente del periodo di crisi attraversato da Roma nel corso del III secolo, e Saphur I (242 – 273) poté celebrare il proprio trionfo su ben tre imperatori romani. Successivamente Costantino dovette impegnarsi massicciamente sulla frontiera orientale, e nel decennio del 360 Giuliano portò l'esercito romano fino sotto le mura della capitale sassanide Ctesifonte. Ma come si vede in nessun momento della storia uno dei due imperi ebbe la forza, o la volontà, di infliggere il colpo definitivo all'altro.
Contemporaneamente alle vicende europee anche la Persia attraversò, tra il IV e il V secolo, una profonda crisi politica e militare quando l'Asia centrale si trovò ad essere percorsa dalle stesse popolazioni nomadi che spinsero gli Unni verso l'Europa; questi ultimi giunsero a controllare durante il V secolo un grande impero, la cui base era situata in Afganistan, e inflissero al re sassanide Peroz I (457–484) una disastrosa sconfitta nel 484: tutto l'esercito persiano andò distrutto, il re stesso morì in battaglia e gli Unni ottennero il pagamento di un tributo annuale.
Quando Giustiniano decretò l'espulsione degli ultimi filosofi pagani da Atene, nel 529, questi trovarono facilmente asilo alla corte di Cosroe I (531 - 579), il quale anche a Bisanzio, aveva la fama di essere uomo di ampie vedute, lettore dei classici greci e tollerante in fatto di religione.
L'impero persiano, allora, si estendeva dalla Mesopotamia all'India, avendo una vasta corona di stati vassalli; l'impero romano, invece, tentava con uno sforzo militare senza precedenti e con alterni successi, di tornare ad abbracciare l'intero bacino del Mediterraneo (anche se l'unita, commerciale e culturale del Mediterraneo non era mai venuta meno, anche se con l'insediamento dei Vandali in Africa una nuova potenza navale veniva a concorrere efficacemente con la flotta militare di Bisanzio).
Il ventennio 570 - 590 fu caratterizzato da un continuo stato di belligeranza, con continue scaramucce, incursioni e razzie lungo i territori di confine, anche se gli storici identificano questi eventi come “guerra romano-persiana del 572 - 591”.

La situazione mutò radicalmente nel 589 quando il generale persiano Bahram, pesantemente
sconfitto dai Göktürk (popolo di origine turca stanziato in Asia centro-orientale che alla metà
del VI secolo diede vita al primo stato turco conosciuto, nel territorio precedentemente
occupato dagli Unni, espandendosi poi rapidamente verso occidente) venne licenziato da
Ormisda IV. Il generale  organizzò una rivolta, con il supporto della maggior parte
dell'esercito sasanide mentre alcuni membri della corte Persiana deposero e uccisero
Ormisda, nominando imperatore il figlio Cosroe II (590 - 628).
Appena eletto, tuttavia, Cosroe fu costretto a rifugiarsi in territorio romano, mentre Bahram
diveniva scià di Persia con il nome di Bahram VI. Grazie all'aiuto dell'imperatore d'oriente
Maurizio e del potente Magister Militum Narsete, l'anno seguente Cosroe riuscì a sconfiggere
l'usurpatore presso Nisibis ed in seguito a Ctesifonte. Dopo aver restituito ai Romani diversi
territori di confine, tra cui le città di Dara e Martyropolis, Cosroe e Narsete condussero
un esercito di Romani e Persiani dalla Mesopotamia all'Azerbaijan per annientare quanto
rimaneva delle truppe di Bahram; questi venne sconfitto definitivamente a Ganzak, e
Cosroe II pote tornare sul trono ponendo fine alla guerra.

Tra i due stati si produsse una drastica rottura solo all'inizio del VII secolo, e questa
circostanza sarà uno degli elementi che marcarono la fine dell'età classica. Il pretesto venne dato dal massacro di Maurizio e della sua famiglia da parte dell'usurpatore Phocas (602 – 610), e nel 606 Cosroe II invase la Siria riportando grandi successi sui romani, che, privi del Magister Militum Narsete fatto uccidere da Phocas, furono incapaci di contrastarlo.
Al di la del pretesto tramandato dagli storici, in realtà Cosroe II si impegniava, per la prima volta in maniera concreta, alla realizzazione del grande sogno di molti dei suoi predecessori: la restaurazione del grande impero Achemenide esteso dall'Egitto e dall'Anatolia fino alle sponde del mar Caspio e del fiume Indo. L'immenso sforzo militare che ne conseguì, intrapreso dai due imperi l'uno contro l'altro, ebbe come conseguenza il collasso finanziario di entrambe le potenze (nonché il crollo politico della dinastia sassanide), che non furono in grado di respingere la marea delle tribù nomadi della penisola Araba, unificate dal collante della fede nell'Islam. Mentre l'impero sassanide scompariva dalla storia definitivamente, l'impero dei “Romei” (“Ruhm” per gli Arabi), sopravviveva solo al costo di un drastico ridimensionamento dal punto di vista territoriale.

Come già accennato le relazioni tra i due imperi furono tuttavia assai feconde per quanto riguarda le reciproche influenze artistiche: molti dei temi e motivi iconografici che appaiono nelle argenteria
sassanidi procedono direttamente dall'arte greco-romana, soprattutto nelle
sue rielaborazioni tarde; al tempo stesso sembra che per un breve periodo,
limitato agli anni intorno alla metà del VII secolo, l'immagine del potere
nell'impero bizantino sia stata fortemente influenzata dall'iconografia regale
persiana (a giudicare dai soli ritratti monetali, sembrerebbe quasi che i
successori di Eraclio abbiano continuato a fregiarsi del titolo di trionfatori
sulla Persia - “Persicus” ? - anche quando questo non aveva più alcun senso).
Diversi manufatti, soprattutto recipienti preziosi da mensa e a partire dal III
secolo d.C., testimoniano delle molteplici influenze artistiche confluite nello
stile dei cesellatori persiani.
Il cosiddetto
Piatto di Dioniso, comunemente datato al III secolo lavorato
in altorilievo (Museo Nazionale di Teheran, provenienza ignota), reca la
raffigurazione di Dioniso seduto in un carro trionfale, seguito da Ercole con
la clava e la pelle di leone (nella parte inferiore la pantera di Dioniso che beve
da una giara); i dettagli in rilievo, come la scomparsa testa del Dio vennero
forse realizzati in materiale differente applicato. Tutti elementi iconografici
con le loro attribuzioni e dettagli corrispondenti, derivano certamente da
prototipi giunti dalle regioni orientali dell'impero romano, che l'artigiano non
ha tuttavia assimilato in maniera completa, dato che, ad esempio, il disegno
del carro non risulta esattamente funzionale.
Altri esempi di vasellame in argento databili negli anni a cavallo tra VI e VII
secolo, rivelano influenze altrettanto marcate, tanto nella forma come nel
trattamento delle superfici e nella decorazione: il profilo delle brocche, ad
esempio, è del tutto simile a quella degli analoghi manufatti romani del tardo
impero, e lo stesso dicasi dei temi rappresentati sulle superfici dei contenitori.
È il caso del
Vaso di Mazanderan (Iran del nord - Mar Caspio - oggi al
Brtish Museum), un tipico esempio della straordinaria abilità degli argentieri
Persiani del VI secolo. L'argento è stato prima dorato, ed in seguito, con un
preciso lavoro di graffito, è stata tracciata la decorazione. La base è forata
come se il recipiente sia stato utilizzato a mo di filtro, presumibilmente per
il vino. Reca le immagini di due ragazzi nudi in mezzo ad una vigna, uno
intento a recidere un ramo, l'altro porta un cestino pieno di uva, circondati
da uccelli ed altri animali; il soggetto, nelle sue varie elaborazioni, è uno dei
più diffusi nell'arte tardo romana.
Dello stesso periodo dovrebbe essere una brocca iranica, in argento dorato
(di provenienza ignota, oggi al Walters Art Museum di Baltimora),
perfettamente ispirata, sia nella forma che nella decorazione, alle produzioni
di contenitori in metallo prezioso presenti nei maggiori centri del mediterraneo,
come Roma, Alessandria, Costantinopoli e Antiochia.
Infine va segnalata la figura femminile, identificata con la divinità fluviale
Anahita, su un'altra brocca di V - VI secolo (Museo Nazionale di Teheran),
che si rifà, in maniera estremamente goffa e schematizzata, ad un prototipo
ellenistico che potrebbe essere stato un'immagine di musa o danzatrice
baccante.
Il
piatto d'argento di Tabaristan (Iran del nord - Mar Caspio, oggi al
British  Museum), probabilmente della metà del VII secolo, testimonia
dell'ulteriore  arricchimento di questo stile eclettico che solo nelle grandi linee
si definisce “sassanide”; vi è raffigurato un principe seduto nel mezzo di un
giardino attorniato dai simboli di quella che era considerata una vita civilizzata,
come dei musicisti ed un'ancella inginocchiata di fronte a lui, ma anche
gli elementi essenziali per un banchetto all'aperto: sulla destra una vite
con grappoli maturi, una borraccia realizzata con la pelle di un animale intero,
vari boccali ed una pentola sospesa sopra un fuoco. Gli abiti che indossano,
la posizione in cui vengono raffigurati sono di provenienza orientale, ma
l'atmosfera generale che si respira nella composizione è una chiara
reminiscenza dell'ambiente “ellenizzato” in cui il committente doveva aver
trascorso la vita, nella scomparsa corte sassanide; anche in questo caso
vi è un eco delle scene dionisiache sebbene le figure appaiano completamente
vestite alla moda araba. Sulla base di questi elementi il manufatto viene
datato alla metà del secolo, ovvero all'inizio della dominazione araba
sull'antico impero persiano.

Altri prodotti, provenienti dall'attuale Iran (soprattutto dalla regione del Mar
Caspio) presentano invece uno stile ed una iconografia maggiormente originali
e da considerarsi, quindi, tipici dell'area partica e balcanica.
Il
piatto d'argento dorato di Senmurw (British Museum, provenienza
ignota) raffigura nel centro questo demone persiano a forma di mostruoso
uccello con testa di cane, che comincia ad apparire nelle arti dal tardo
periodo sassanide (VI secolo soprattutto sulle stoffe); secondo la tradizione
siede sull'Albero della Vita e, battendo le ali, fa disperdere le semenze
attraverso la terra. La figura del Senmurw si è tramandata in età islamica
come Simurgh, figura mostruosa e mitologica, che continua ad essere
rappresentata, ad esempio nelle decorazioni parietali in stucco.

Al medesimo stile si ispira la ritrattistica regale, rappresentata da una lunga
serie di immagini su recipienti preziosi, dove invece la figura del sovrano
risponde a schemi araldici e dove non contano tanto i canoni estetici
ellenistico (più o meno noti agli artisti locali) quanto la raffigurazione ieratica,
inquietante, vittoriosa (o addirittura terribile) del potere, in guerra o nell'atto
della caccia (attività rappresentativa delle classi regnanti, in oriente come in
occidente), nell'istante dell'abbattimento della preda o del nemico.
In uno stato, come quello sassanide, fortemente accentrato nelle mani del
dinasta assoluto, queste rappresentazioni assumevano un chiaro significato
propagandistico, al di la degli effettivi meriti del sovrano raffigurato.
I manufatti, estremamente preziosi, possono essere stati inviati come doni
per i sovrani confinanti o i dignitari di corte; il sovrano vi è raffigurato in
forma idealizzata con diversi attributi reali, come il nimbo e la corona, di
varie fogge spesso sormontata dal globo.
L'arte sassanide, come anche le fonti contemporanee, fa costante riferimento
al motivo della caccia reale; spesso è  possibile identificare alcuni dei
sovrani raffigurati in quanto le loro corone erano ogni volta diverse. Gli
scarsi successi militari del re Peroz I (457–484), ad esempio, non gli
impedirono di adottare e diffondere una immagine pubblica altamente
“eroica”, come nella fronte di un piatto del sec. V (Museo Nazionale di
Teheran), o nella scena di caccia del piatto in argento, rifinito a niello, del
Metropolitan Museum, entrambi di provenienza ignota.
Un altro piatto datato al del VI secolo (Museo Nazionale di Teheran,
provenienza ignota), doveva rappresentare agli occhi del fruitore le basi
religiose del potere reale dei Sassanidi; in entrambe le scene che campeggiano
nel centro appare l'investitura di un sovrano, non identificabile, da parte di
una figura divina seduta, probabilmente Mitra o Anahita, che porge una
corona. In questo caso la resa delle figure tende, senza tuttavia raggiungerlo,
al naturalismo ellenico, ma la posa dei personaggi seduti a gambe incrociate
è tipicamente persiana. Compaiono alcuni elementi tratti dall'iconografia greca
come la figura distesa rappresentata lungo il bordo e l'amorino in volo al di
sopra di uno dei sovrani, nel centro della composizione.

Non è dato sapere se la città di
Lambousa, antica  Lapithos sulla costa
nord di Cipro, abbia avuto un ruolo particolare nella produzione o nel
commercio di vasellame prezioso; tuttavia il caso ha voluto che una delle
più cospicue collezioni di argenterie tardo imperiali provenga proprio da
questo centro.
Secondo la tradizione araba la città brillava per la sua ricchezza e prosperità
economica, al punto che quando venne assediata dai musulmani, nel 654,
aveva in custodia l'oro e le ricchezze dell'intera isola, cosicché i conquistatori
concessero agli abitanti la libertà di muoversi nelle altre aree dell'isola, o
viaggiare nelle altre isole greche, a condizione che avessero rinunciato ai
loro possedimenti in oro e argento. Tuttavia è probabile che già all'inizio
dell'invasione gli abitanti abbiano occultato molti oggetti preziosi nei
pavimenti e nei muri delle loro case, nella speranza, un giorno, di poterli
recuperare; ma come in molti altri casi documentati (ad esempio lungo il
“limes” del Reno e del Danubio), questo fu reso impossibile dall'instabilità
della situazione politico militare, dalle distruzioni e dai saccheggi,
cosicché i tesori sono rimasero per secoli sepolti nella terra finché
le recenti indagini archeologiche non hanno consentito il loro
recupero.
Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del successivo sono stati rinvenuti
a Lambousa due grandi tesori formati da oggetti in argento,
costituiti da differenti contenitori, posate e gioielli, quasi tutti con
marcati caratteri religiosi nella decorazione.

Il primo tesoro è stato rinvenuto, in circostanze non del tutto
documentate, alla fine dei XIX secolo ed acquistato, in gran parte, dal
British Museum di Londra nel 1899. Il tesoro includeva il celebre

incensiere d'argento
decorato con le immagini di Cristo, Maria e degli
Apostoli Pietro, Paolo, Giovanni e Giacomo, un grande vassoio fondo,
un vassoio più piccolo, e diversi cucchiai d'argento, di cui 24 con,
varie rappresentazioni, sono al British Museum. Secondo le notizie del
rinvenimento vi erano altri 12 cucchiai d'argento, ma non vi sono
informazioni riguardanti la loro attuale “collocazione”.

[Il più piccolo dei due vassoi misura 24,5 cm di diametro ed assomiglia
a una ciotola, poiché la sua profondità raggiunge 7,8 cm. Il bordo del
vassoio è decorato con una banda a rilievo composta di due fregi a
perline e foglie d'acanto stilizzate. Nel centro vi è una fascia più larga
recante motivi vegetali che include la figura di un santo in abito militare,
comunemente identificato  come San Sergio.
L'altro vassoio misura 26,9 cm di diametro. Nel centro vi è una fascia
circolare con motivi vegetali che include una croce realizzata a niello.
Il piatto con l'immagine di San Sergio è stato realizzato, come risulta dai
sigilli impressi, durante il breve regno di Costantino III (641), mentre
l'altro vassoio risale all'epoca di Tiberio di Bisanzio, tra il 578 e il 582.
(Nella tecnica del niello l'immagine viene dapprima incisa sull'oro o
sull'argento utilizzando uno strumento affilato. Poi una miscela scura
di piombo, argento, rame, zolfo e borace viene versata sulla superficie
lavorata; da questa particolarità deriva il nome Niello, ovvero dal latino
Nigellum ("nerastro"), diminutivo di niger ("nero"). Quindi il
recipiente è posto sul fuoco, il niello fonde e si distende sopra l'incisione.
Quando il recipiente è freddato, il materiale eccessivo viene asportato
con vari raschietti)].

Il secondo tesoro è stato rinvenuto nel febbraio 1902 sull'acropoli di
Lambousa conosciuta come "Troullia", ed è più grande ed artisticamente
rilevante rispetto al primo.
Sfortunatamente solo una parte di esso venne confiscata dalla Polizia e
ceduta al Museo di Cipro. Gran parte degli oggetti vennero esportati
clandestinamente e comprati nel 1906 a Parigi da John Pierpont Morgan 
(Hartford, Connecticut, 17 aprile 1837 - Roma, 31 marzo 1913, passato
poi alla storia come geniale finanziere, uomo d'affari, filantropo e collezionista
d'arte, di libri e di pietre preziose), che li cedette in prestito al Victoria
Albert Museum di Londra, dove verme organizzata una prima esposizione
per il pubblico. Nel 1917, il figlio di Morgan cedette il tesoro al Metropolitan
Museum di New York.
Il tesoro comprende nove vassoi d'argento con immagini della vita di
Davide,
cinque vassoi d'argento con monogrammi nel centro, come pure altri
oggetti in oro, come medaglie, collane, braccialetti, orecchini e croci
(Altri pezzi, sempre provenienti del secondo tesoro, vennero venduti
separatamente, come un encolpion dorato (croce reliquiario) che oggi si
trova nella collezione di Dumbarton Oaks a Washington).
Tutti i vassoi con le immagini della vita di Davide recano timbri imperiali con
il monogramma dell'imperatore Eraclio, il monogramma di Theodoros
“comes sacrarum largitionum“ ed i nomi Theochristos, Komitas, Scholastikis
e Kosmas, che potrebbero essere gli artefici che materialmente lavorarono
l'argento. I manufatti possono essere datati, con una certa precisione, tra
613 e 630, e circa la loro elaborazione sono state avanzate convincenti
ipotesi di un unitario fine celebrativo.
Per citare un precedente va detto che lo stesso Giustiniano era stato
apertamente paragonato a Davide dai versi di Romano il Melodo. La
serie di Lambousa, con le sue raffigurazioni mosse e vivaci direttamente
prese dal repertorio ellenistico e citazioni da opere di età giustinianea e
teodosiana, è stata quindi interpretata come una ”allegoria biblico-eroica
delle gesta di Eraclio”.

Quello che segue è l'elenco, all'incirca completo, degli oggetti oggi in
gran parte dispersi, facenti perte del secondo tesoro di Lambousa.
Nel Museo di Cipro, a Nicosia, sono conservati cinque vassoi, tre dei
quali sono decorati con scene dalla vita di Davide ispirate all'antico
Testamento mentre gli altri due recano dei monogrammi nel centro.
Uno dei vassoi, del diametro di 14 cm, raffigura Davide seduto su
una roccia con la lira nella mano sinistra, mentre riceve il messaggero
di Samuel. Al di sotto sono raffigurate due pecore e in alto il cielo
con il sole, la luna e le stelle. La composizione fa riferimento scena
mitologica di Orfeo musicante.
Un altro vassoio, delle stesse dimensioni, raffigura Davide mentre si
inginocchia con la gamba sinistra sul dorso di un orso, che tiene per la
testa con la mano sinistra mentre si prepara a ucciderlo con il pugnale
che tiene nella destra; a sinistra lo spazio è riempito da un albero.
La scena ricorda le varie raffigurazioni di Ercole con il leone di Nemea.
Un altro vassoio, del diametro di 27 cm, raffigura il matrimonio di
Davide con la figlia di Samuel, Melchior. La scena è collocata davanti
ad un portico classico; nel centro è Saul mentre Davide tiene la mano
del Melchior. Ai margini sono due giovani che suonano il flauto e in
basso è un cestino con frutta e due "borse" a simboleggiare le
benedizioni.
Un altro vassoio, del diametro di 44 cm, reca nel centro una banda
circolare incisa e decorata con un motivo vegetale che circonda un
monogramma cruciforme; questo può essere letto o Ioannou o
Antoniou, ed è realizzato con la tecnica del niello. Il sigillo legale
impresso è quello dell'imperatore Phokas, che data il manufatto tra il
602 e il 610.
Un ultimo vassoio, del diametro di 36 cm, è decorato con cerchi dorati
recanti motivi vegetali che circondano una croce realizzata a niello.
Il recipiente è stato realizzato durante il regno di Eraclio, come risulta
dai sigilli (613-630).

Nel Museo di Cipro si conservano anche diversi oggetti in oro,
principalmente gioielli, provenienti sempre dal secondo tesoro di
Lambousa. Anche se nella progettazione dei gioielli gli artigiani di
Costantinopoli tenevano un indubbio primato qualitativo, non dovevano
mancare ottime officine e artigiani anche in ambito locale.
Il corredo di gioielli rinvenuto a Lambousa comprende cinture,
braccialetti, anelli, orecchini, collane e croci, come pure varie medaglie
e talismani. 
Una delle collane, lunga 26 cm., comprende sette ametiste fra piccole
perle, il tutto unito con una treccia di fili d'oro. Alle estremità sono due piccoli fermagli dorati decorati con uccelli con la tecnica della foratura. Una croce in oro, delle dimensioni di 7.5x6 cm, viene anche essa dal secondo tesoro di Lambousa; è realizzata di un foglio d'oro, decorato con una fascia a puntini che corre lungo
il bordo. Nella stessa tecnica lungo i bracci della croce è tracciata l'iscrizione: "Riposino le anime di Christina, Solononi e Sissini".
Un ruolo speciale era riservato alle medaglie d'oro o alle monete da
appende alle collane o sulle cinture. Uno dei fermagli in oro è realizzato
con una moneta da Giustino II e Tiberio II ed una goccia in foglia d'oro
uniti da una catenina (29 cm) realizzata con onelli d'oro uniti da piccoli
“cappi” a forma di “8”.
Gli orecchini bizantini sono del medesimo livello qualitativo di tutta
l'altra gioielleria, per la varietà di disegni ed i materiali impiegati. Le
forme più diffuse sono gli orecchini a mezzaluna, che variano
considerevolmente, tuttavia, per quanto riguarda la decorazione con
molte forme geometriche e motivi animali. Un esempio è costituito da
due orecchini diversi databili fra VI e VII secolo. Uno dei due reca una
croce realizzata a foratura e inserita in un cerchio tra due pavoni
(3,2 cm). L'altro nella stessa tecnica reca due uccelli affrontati e nel
mezzo un motivo vegetale (5 cm).
Questi pezzi di gioielleria come anche altri conservati nel Museo di
Cipro non possono essere datati con precisione; si adeguano, infatti,
alla tecnica e alla moda del periodo, basata sui più antichi modelli del
periodo Ellenistico. Vi sono diverse ipotesi sull'origine degli oggetti
preziosi di Lambousa. Alcuni ritengono che siano venuti dalle officine
della Siria o dell'Egitto; altri ritengono invece che i manufatti siano
stati disegnati e realizzati in officine operanti nella città stessa.
Oltre ai sei vassoi con scene dalla vita di Davide, un altro vassoio,
di 13,4 cm di diametro, oggi al New York Metropolitan Musum, reca una decorazione incisa con un motivo circolare ad edera che contiene un monogramma realizzato a niello. Un ultimo contenitore della stessa misura e con la medesima decorazione, è nella collezione di Dumbarton Oaks a Washington. Un terzo vassoio, che misura 25,5 cm di diametro, simile ai precedenti, è alla Walters Art Gallery di Baltimora.

Tra le varie ipotesi formulate circa l'interpretazione della lotta di Davide e Golia, raffigurata in uno dei piatti del secondo tesoro, una la considera un riferimento simbolico al duello vittorioso di Eraclio contro il generale persiano Razatis; per quanto riguarda invece il piatto che rappresenta le Nozze di Davide, la data post quam ipotizzata per la produzione dei manufatti induce a escludere un riferimento al primo matrimonio dell’imperatore; piuttosto, si pensa ad una sorta di “riscatto artistico”, per cui il committente avrebbe utilizzato l’unione di Davide con Betsabea, per conferire “validità” e “fondamento” al secondo e discusso matrimonio di Eraclio con la nipote Martina.

[Nel 627 d.C., una delle principali battaglie tra l'Impero Romano e l'impero sassanide fu combattuta, presso le rovine dell'antica capitale assira di Ninive. Secondo Giorgio di Psidia prima del combattimento, il comandante persiano Razatis sfidò Eraclio ad un duello.
La sfida tra i due si svolse davanti ai rispettivi eserciti; anche se riportò diverse ferite, Eraclio riuscì alla fine ad uccidere Razatis. Come il corpo senza vita del generale persiano crollò a terra, i soldati romani si lanciarono in quella che divenne una delle vittorie maggiormente decisive per l'intera guerra contro i persiani].


Sebbene in più di un'occasione, come accennato, sia stata presa in prestito la figura di Davide quale termine di paragone per qualificare il sovrano ideale, paladino della religione cristiana, nel caso di Eraclio questo parallelo non risulta nelle fonti principali a lui contemporanee, come Giorgio di Psidia; piuttosto il riferimento compare nella breve cronaca dello storico franco, di origine burgunda, Fredegario (+ 660 ca.), il quale descrive la partenza di Eraclio per la Persia, “ut novus David, procedit ad bellum” - Chronicum cap LXIV - ; si tratta dell'unico riferimento in tutto il testo, e non è escluso che possa trattarsi di un'invenzione retorica dello stesso autore.

Sul piano stilistico le composizioni mitologiche rappresentate, sono popolate di figure lontane da ogni “stilizzazione concettuale”, accuratamente studiate nella resa del movimento e accompagnate da particolari naturalistici e paesaggistici che richiamano non solo ambientazioni elleniche, ma anche modelli rappresentativi già comuni nella Roma imperiale.
Gli argenti di Lambousa sembrano del tutto estranei a fini religiosi e non destinati a usi liturgici; piuttosto, secondo diverse interpretazioni, rispecchierebbero il proposito, per un “usurpatore vittorioso” come era stato Eraclio, di accomunare la propria immagine a valori tradizionali (culturali ed artistici) e richiamare, nell'immaginario collettivo, modelli e ideali connessi con precedenti momenti dell’impero, in un “gustoso revival” e commistione di elementi iconografici e propagandistici.

Tra gli oggetti di maggior pregio provenienti dal primo tesoro di Lambousa vi è la ciotola con l'immagine a mezzo busto di un santo militare, forse Sergio (un ufficiale nell'esercito romano, cristiano, che incorse nella collera dell'imperatore Massimiano e venne ucciso, forse nel 310). Giovane ed imberbe, con i capelli corti e ricci, con in dosso un abito militare che include il chlamys (mantello) tenuto da una fibula a balestra sulla spalla, una sorta di collana detta  maniakion, ed una croce nella mano destra. La figura è circondata da una fascia incisa a motivi vegetali e ad onda rifinita con la tecnica del niello. Un'altra fascia decorata a foglie di acanto e perline corre lungo il bordo superiore della ciotola.
Nonostante il motivo raffigurato, chiaramente cristiano, a giudicare dal contesto di rinvenimento la ciotola probabilmente fu realizzata per un uso domestico, forse per un militare devoto a questo santo.
Questo dovrebbe essere uno degli ultimi manufatti in argento a recare i timbri di controllo che erano impressi sulle argenterie realizzate nelle officine ufficiali dell'Impero bizantino. I cinque timbri datati al regno dell'imperatore Costante II (641-651) sono disposti al di sotto della base. Uno di essi menziona la città di Il Tarsus in Asia minore che potrebbe essere il luogo di provenienza del recipiente.
Vi è infine il celebre turibolo esagonale con medaglioni - ritratto. Ciascuno
dei lati del contenitore reca un medaglione formato da foglie di palma stilizzate
e racchiude un busto nimbato rifinito con la tecnica del niello; i ritratti
rappresentano Cristo, fiancheggiato dagli Apostoli Pietro e Paolo, e sul lato di
opposto, la Vergine con Giovanni e Giacomo. Cristo è contraddistinto dal
nimbo cruciforme; Pietro dalla croce che tiene nelle mani. Giovanni, Giacomo e
Paolo per i libri che mostrano, mentre la Vergine indossa il velo e la palla (scialle).
Il recipiente, usato per bruciare l'incenso, veniva portato e agitato grazie alle
tre catenelle, oggi perdute; gli incensieri aperti, come questo, rappresentano
una tipologia più antica, conosciuta anche grazie alle raffigurazioni sui mosaici
bizantini di S. Vitale a Ravenna. Raramente sono stati realizzati in metallo
prezioso. Questo esemplare può essere datato da cinque bolli di controllo sul
fondo, uno dei quali menziona l'imperatore Phocas (602 - 610).

Nel VI secolo si compie la cristianizzazione iconografica dei coni monetari
bizantini. La figura della Victoria Augustorum, che continua ad essere
impressa sul retro delle monete d’oro e d’argento anche se trasformata in angelo
crucigero, compare per l’ultima volta nelle emissioni di Eraclio attribuibili al
secondo decennio del secolo; in seguito scompare definitivamente per essere
sostituita dalla sola croce eretta su una base a tre o quattro gradini. Questa
immagine potrebbe richiamare la croce eretta da Teodosio II sul Golgotha a
Gerusalemme o forse quella del foro di Costantino a Bisanzio. Probabilmente,
dopo il 628, si allude anche alla reliquia recuperata a Ctesifonte e ricondotta
a Gerusalemme.
Al tempo stesso nella ritrattistica persiste la tradizione classica, per cui erano
curati (nei limiti del possibile) il rilievo e le fattezze dell’imperatore,
rappresentato a mezzo busto, di profilo o di 3/4 (lo stesso Eraclio è raffigurato
così nelle emissioni attribuibili ai primi anni di regno). In seguito si passa a
raffigurazioni estremamente marcate nel disegno, schematizzate e ieratiche,
conformi ad una visione rigida e frontale, già adottata nei solidi aurei a partire
da Giustiniano, ma che con il tempo assume le fattezze di una vera
rappresentazione sacra, come su un vessillo o un'insegna imperiale (solo con
Costantino IV si torna in alcuni casi alla rappresentazione di profilo, di tipo
tardo-antico).
Dopo la sconfitta dei Persiani, inoltre, e comunque nell’ultimo periodo del
governo di Eraclio e per tutto il regno di Costante II, la maggior parte dei
ritratti imperiali impressi sulle monete (ma anche figure di dignitari greci
raffigurati nei mosaici, come in San Teodoro a Salonicco) presentano barbe e
baffi enormi che, se da un lato potrebbero rispecchiare un certo realismo
nella raffigurazione, sono anche stati interpretati come una ripresa di
costumi propri dei persiani sconfitti.
Anche se un effettivo parallelo con i ritratti noti degli ultimi sovrani sassanidi è
evidente, il confronto con l'arte sacra contemporanea, soprattutto con le
numerose immagini di santi nelle icone palestinesi ed egiziane, o in quanto
rimane dei cicli musivi nelle grandi città dell'impero, potrebbe portare ad altre
conclusioni.
Nonostante la perdita dell'intera ritrattistica ufficiale relativa agli esponenti
della dinastia eracliana, sembra che nell'ultima fase della loro breve storia,
questi imperatori abbiano voluto, anche attraverso le immagini, diffondere per
la prima volta un concetto marcatamente “sacrale” della figura del monarca,
assimilandola (anche nei canoni estetici) ad una icona. Il fatto poi che questa
sia diventata una moda seguita anche da esponenti dell'aristocrazia greca ed
anatolica non è una circostanza nuova nella lunga storia del costume romano.
Quel poco che è stato tramandato del lungo regno di Eraclio, se corrisponde
all'effettiva immagine che ebbero di lui i suoi contemporanei, nonché le
ipotesi interpretative delle argenterie di Lambousa (rarissimi documenti
iconografici “profani” dell'epoca), potrebbe confermare questo dato.
Il rafforzamento dell'immagine dell'imperatore, già pesantemente minata dal
periodo di crisi militare, economica e sociale seguito alla morte di Giustiniano,
nonché dal breve periodo di anarchia militare che aveva portato sul trono
il predecessore Phocas, non poteva non passare per una capillare diffusione
di immagini dal forte impatto “evocativo”, espressione di potenza e sacralità
allo stesso tempo. Questo concetto è già presente nei lunghi panegirici di Giorgio di Psidia, unico autore contemporaneo tramandato; viene rimarcato in calce al lungo testo dell'Ekthesis, (affisso nell'atrio della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli e diffuso in tutto l'impero), in cui l'imperatore si firma “Eraclio,
fedele in Gesù Cristo, imperatore per grazia di Dio
"; infine è
capillarmente diffuso grazie a manufatti preziosi, prodotti probabilmente nella
stessa Bisanzio, con il sigillo imperiale, ed esportati in tutte le principali città
dell'impero.

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L'impero sassanide nella sua massima espansione nel primo ventennio del VII secolo
Denario aureo di Chosroes II
In alto la brocca del British Museum con scene di vendemmia; a sinistra la brocca dorata del Walters Art Museum di Baltimora; entrambe datate al VI secolo
Argenterie iraniane di VI secolo con la figura del re Peroz I (457–484) nell'atto di cacciare
Cipro, ubicazione della città di Lambousa
Incensiere in argento e vassoio con l'immagine di San Sergio dal primo tesoro di Lambousa
La serie dei piatti in argento, facenti parte del secondo tesoro di Lambousa, con scene della vita di Davide: dall'alto, Davide in lotta con Golia, il matrimonio di Davide e Davide che abbatte un orso
Dall'alto in basso: verso di un solido aureo di Eraclio e del Figlio Eracleonas, verso e retro di un solido aureo di Costante II
Monastero di Bawit, Egitto, affresco absidale con una teoria di santi VI - VII secolo