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Il commercio delle reliquie a Roma, in alcuni documenti del IX e X secolo, e nei dati archeologici.

Quando ha preso piede, a Roma, la pratica del commercio delle reliquie estratte dai cimiteri suburbani ? Se ci si riferisce ad un commercio, certamente lucroso e probabilmente gestito “in proprio” da esponenti del clero romano cui veniva affidata la “custodia” dei cimiteri stessi, le notizie prendono l'avvio nel IX secolo, nella tarda età carolingia, per proseguire ininterrottamente fino alla caduta del potere temporale della chiesa. In particolar modo, a partire dalla metà del XVII secolo, molti tra gli eruditi ed “archeologi” che proseguirono l'opera di esplorazione e riscoperta dei cimiteri paleocristiani di Roma, iniziata da Antonio Bosio, non si fecero scrupoli dal riprendere quella pratica; ed in questo modo tornarono ad “inondare” Roma e l'Europa di resti umani, appartenuti a semplici cittadini dell'Urbe (forse neanche cristiani), spacciati per martiri e deposti sotto gli altari di chiese e monasteri.
In realtà la “fame” di reliquie dell'Europa è iniziata molto presto, già all'indomani della conversione al cattolicesimo dei principali sovrani germanici, come Clodoveo (Tournai 466 ca. - Parigi 27 novembre 511), battezzato a Reims insieme ad altri membri della sua famiglia il 24 dicembre 496, e Teodolinda (Ratisbona 570 ca. - Monza 22 gennaio 627), la quale fece battezzare il figlio Adaloaldo  nel 603.
Sono questi gli anni in cui si assiste all'enorme incremento nella produzione e diffusione delle ampolle, in vetro e in ceramica, destinate a contenere piccole porzioni degli olii che ardevano nei pressi dei sepolcri dei martiri, in Europa e in oriente.
Nei primi anni del VII secolo alcune decine di questi piccoli contenitori vennero
prelevati a Roma, con il loro prezioso contenuto, e portati a Monza, forse come
dono personale di Gregorio Magno per la regina dei Longobardi.
Altre reliquie “ex contactu” venivano prelevate, e portate in Europa, dai grandi
santuari martiriali d'oriente, come quello di San Nicola a Myra e di San Mena
presso Alessandria, alimentando la grande diffusione delle ampolle, prodotte nei
pressi dei santuari stessi.
Nonostante la grande affluenza di pellegrini a Roma, testimoniata da molte fonti,
comprese le guide che venivano compilate certamente in loco a loro uso, nella città
non si sviluppa una produzione locale di contenitori adatti al prelievo degli olii santi.
I pochissimi contenitori in ceramica o vetro, di piccole dimensioni, risalenti a questo
periodo sono di fattura eterogenea e non recano nessun elemento caratteristico che
ne individui l'uso per cui venivano prodotti.
In questo periodo inoltre, come testimoniano proprio i documenti redatti ad uso dei
pellegrini, tutti i martiri romani erano ancora nei loro sepolcri, disseminati
nell'immediato suburbio; nonostante i ripetuti assedi cui venne sottoposta la città
ad opera dei Longobardi, la cura per i cimiteri non venne mai meno e si fece di tutto
per la conservazione “in loco” dei corpi venerati. Unica eccezione le reliquie dei
martiri Primo e Feliciano, sepolti in origine al XV miglio della via Nomentana, nei
pressi dell'antica città di Nomentum, traslate a Roma da papa Teodoro (tra il 642
e il 649), e deposte nella chiesa di Santo Stefano a Celio.
Il motivo di questa prima traslazione è ignoto; il Liber Pontificalis si limita ad
affermare che “nello stesso tempo vennero prelevali i corpi dei santi martiri
Primo e Feliciano, che erano sepolti in un arenario lungo la via Nomentana,
e condotte nella città di Roma, dove vennero deposte nella basilica del santo
Stefano Protomartire
”.
La situazione dovette mantenersi sostanzialmente inalterata fino alla prima grande
traslazione di reliquie, voluta da Pasquale I (25 gennaio 817 - 11 febbraio 824), il
quale, stando a quanto riportato nel Liber Pontificalis, si sarebbe dedicato anche
alla ricerca di martiri “perduti”, come Santa Cecilia [la cui sepoltura sarebbe stata
individuata, nel cimitero di Callisto, a seguito di una visione avuta dal papa stesso
nel corso di una celebrazione in San Pietro]; l'epigrafe apposta nella basilica da
Santa Prassede a Roma, da lui ricostruita per l'occasione,  riporta i nomi di decine
di martiri traslati, più l'indicazione generica di migliaia di altri corpi santi
la cui identità è nota solo a Dio”. È facile immaginare come, desideroso di
compiere al meglio il compito di preservare tali corpi, a fronte della sempre
maggiore insicurezza della campagna romana, il pontefice non abbia esitato a far
aprire migliaia di anonimi sepolcri, dal momento che, nella fantasia popolare
del tempo, tutti coloro che erano sepolti nelle catacombe romane dovevano, un
tempo, aver subito il martirio.
L'iscrizione tracciata in mosaico alla base del catino absidale recita in proposito:

Risplende decorata di metalli [preziosi] l'aula della santa
Prassede che piacque al signore nel cielo,
per lo zelo del sommo pontefice Pasquale,
innalzato al seggio Apostolico, che ovunque ha raccolto i corpi
di innumerevoli santi e li ha deposti sotto queste mura
fiducioso che il suo servizio gli abbia meritato di giungere alla soglia del cielo

Invece la lunga epigrafe, con l'elenco di tutti i martiri traslati, inizia con questa frase: “Nel nome del Signore Dio, e del nostro Salvatore Gesù Cristo, al tempo del santissimo e beatissimo apostolico signore Pasquale Papa furono introdotti in questa santa e venerabile basilica della beata Vergine di Cristo Prassede, i corpi di molti santi martiri, che il predetto pontefice, avendo tolti dai cimiteri e dagli arenari in cui giacevano, con le proprie mani, e con somma diligenza, ripose sotto questo sacrosanto altare. Nel mese di luglio, nel giorno XX, indizione X
[Il testo completo si può leggere in: Fioravante Martinelli, Primo trofeo della SS.ma Croce, cit. infra, pp. 46 – 47]

Lo stato della città e del suburbio nei primissimi anni del IX secolo viene tratteggiato nel celebre itinerario urbano noto come “Anonimo di Mabillon” o “Itinerario Einsiedlense” (
badwila.net/itinerari/index.html). Nonostante il fatto che l'anonimo autore fosse molto più interessato alle memorie della città antica, dalle brevi descrizioni del suburbio appare chiaro che all'epoca della compilazione le reliquie dei martiri romani erano ancora tutte conservate nei rispettivi cimiteri. Il documento viene datato nella prima epoca carolingia, sulla base di due principali considerazioni; la prima è la ripetuta menzione della diaconia dei santi Sergio e Bacco al Foro Romano, ricostruita da Adriano I (1º febbraio 772 - 25 dicembre 795); la seconda, più rilevante, è la mancata descrizione delle mura leonine del Vaticano. Queste, come è noto, vennero fatte erigere da Leone IV, tra l'848 e l'852, a protezione del Colle Vaticano e della basilica di San Pietro, dopo il saccheggio dei Saraceni, giunti dalla Sicilia, dell'agosto 846.
All'epoca dell'anonimo pellegrino gli unici martiri venerati nell'interno delle mura urbane erano i santi Giovanni e Paolo, nella loro basilica sul Celio. Curiosamente nessuno degli itinerari romani menziona la presenza dei martiri Primo e Feliciano nella basilica di santo Stefano al Celio. È chiaro che, sulla base di questi unici dati, il testo potrebbe essere anche molto più antico rispetto alla datazione che normalmente gli viene attribuita.

Uno dei più noti, ed antichi, episodi relativo ad una probabile
compravendita di reliquie avvenne a Roma, alla fine degli anni '20
del IX secolo, ed ha come protagonista [e narratore] lo storico
franco Eginardo (Einhard). Questi, ritiratosi dalla vita di corte
nel 830, per alleviare i suoi sentimenti di colpa, ed impreziosire le
chiese da lui fondate sui suoi possedimenti a Michelstadt e
Mulinheim (nella Renania), inviò un suo servo, Ratleic, a Roma con
l'incarico di trovare delle reliquie per i nuovi edifici. Secondo la
storiografia più recente una volta a Roma, Ratleic non si sarebbe
fatto scrupolo di sottrarre da uno dei cimiteri della città le ossa dei
martiri Marcellino e Pietro, nonché quelle dei martiri Mario, Marta,
Audifax ed Abaco, fino ad allora sepolti in un cimitero della via
Cornelia. Il fatto sarebbe avvenuto con la complicità di un diacono
romano, di nome Deusdona, che lo stesso Eginardo aveva
conosciuto anni prima presso la corte imperiale di Aquisgrana.
Il fatto che i nomi di Pietro e Marcellino, portati in Germania da
Eginardo, non figurino nell'elenco fatto apporre da Pasquale I nella nuova chiesa di Santa Prassede, sta ad indicare che la prima traslazione operata nei primi anni del IX secolo dovette essere solo parziale, e che per alcuni decenni alcuni cimiteri suburbani vennero mantenuti in condizioni di poter essere frequentati; a questo scopo erano preposti dei veri e propri
“curatori” eletti tra il clero romano.
Nello stesso elenco, invece, tra i molti martiri, santi, pontefici e
sacerdoti figurano anche: “Mario, Audiface, Abaco ed ottocento
compagni i cui nomi sa solo Iddio ed altri ancora, i nomi dei
quali sono scritti nel libro della vita
”. Questi martiri, dunque, fino
all'anno 817, circa, riposavano ancora nei loro sepolcri situati nella
tenuta di “Lorium” (poi diocesi di Santa Rufina), al XII miglio della
via Aurelia (oggi quartiere Boccea).
All'epoca della partenza di  Ratleic per il nord Europa, con il suo
prezioso carico, il gruppo di martiri della via Aurelia era già stato
traslato nell'interno della basilica di Santa Prassede, mentre quelle
dei martiri Pietro e Marcellino erano ancora [con tutta probabilità]
nel loro sepolcro sulla via Labicana. A questo punto bisogna
ipotizzare che il diacono Deusdona abbia consegnato (o forse
venduto) all'emissario di Eginardo solo una parte di quelle reliquie;
inoltre la segretezza con cui vennero consegnate quelle di  Mario,
Marta, Audifax ed Abaco (non previste dall'accordo iniziale), tenendone nascosti i nomi che solo in seguito si sarebbero rivelati in seguito a delle visioni miracolose, non depone a favore dell'onestà di questo personaggio.

Un secondo episodio, avvenuto sempre a Roma, e relativo ad un “recupero” di reliquie estremamente sospetto (o apertamente fraudolento), risale al pontificato di Agapito II (10 maggio 946  - 15 dicembre 955); la vicenda vede come protagoniste le nobildonne Marozia, Stefania e Teodora, cugine del console Alberico II di Spoleto (circa 912 - 31 agosto 954), Princeps atque Senator omnium Romanorum, secondo la titolatura ufficiale, che per circa 20 anni resse il governo di Roma e del suo territorio.
Nel Codice Vaticano che riporta il testo leggendario della passione di San Ciriaco di Roma (Acta Sanctorum, XXXV, Aug., t. II, p. 327 ss.), viene narrata anche la storia, sostanzialmente attendibile, del recupero di parte delle sue reliquie, dalla tomba situata sulla via Ostiense, e della loro traslazione nel monastero di Santo Stefano in via Lata, fondato poco tempo prima dalle tre donne.
Il racconto in questione è riportato anche nel volume scritto nel 1655 dal canonico romano Fioravante Martinelli “Primo trofeo della SS.ma Croce eretto in Roma nella Via Lata da S. Pietro Apostolo”, alle pagg. 67 - 76; l'autore riferisce di averlo tratto da un codice proveniente dalla biblioteca di Heidelberg, poi depositato nell'Archivio Vaticano con il numero 5516 (Fioravante Martinelli, Primo trofeo della SS.ma Croce eretto in Roma nella Via Lata da S. Pietro Apostolo. Nel quale si spiegano le prerogative della Chiesa di S. Maria Madre di Dio. Le glorie della sua miracolosa immagine. Il principio, e progressi della sua insigne Collegiata. Li meravigliosi successi delle reliquie di s. Ciriaco. Et la fondatione delli santissimi, e nobilissimi monasterij, e chiese delli santi Stefano, Ciriaco, e Nicolo di Camigliano da Fiorauante Martinelli romano. In Roma 1655, pp. 67 - 76, e pag. 77 ss.).
Secondo il racconto le tre donne, si adoperavano per reperire delle reliquie con cui consacrare la chiesa del monastero da loro fondato “in via Lata, nel luogo volgarmente detto del Circo di Tiburzio ... In quel tempo ebbero notizia di un certo servo di Dio che dimorava in un luogo ove era una chiesa, nella cui volta era dipinta l'immagine del nostro Salvatore con San Michele Arcangelo alla mano destra e la santissima Madonna alla mano sinistra; e quella chiesa si trovava nei pressi di un cimitero della via Ostiense. In quel luogo il buon uomo passava i giorni facendo vita solitaria e attendeva con diligenza alla cura della chiesa, per quanto gli era permesso dal suo stato e dalla sua devozione. Le tre signore si recarono dunque da lui, e lo pregarono affinché si recasse a sua volta da loro per istruirle con la sua predicazione, e affinché procurasse loro qualche corpo santo per poter consacrare la chiesa da loro fondata. Alche il servo di Dio rivelò loro che in quel cimitero, che era detto di San Ciriaco, si conservava il suo capo con un braccio, e a determinate condizioni promise loro di donarglieli. Recatisi dunque nel detto cimitero giunsero di fronte al sepolcro sul quale era scritto:

HIC
RECONDITVM EST CORPVS
ALMI
LEVITAE ET MARTYRIS
CYRIACI
A MATRONA LVCINA RECONDITVM ...”


Il testo prosegue con la descrizione dei miracoli
avvenuti nel corso del trasporto delle reliquie verso
Roma, lungo le vie Ostiense e Portuense, quindi
dentro la città fino al monastero situato lungo la via
Lata, con il concorso di una grande folla di gente e
dello stesso papa Agapito.
Il racconto sta a testimoniare il fatto che, ancora
alla metà del X secolo, si era mantenuta la memoria
storica di alcuni cimiteri romani e dei martiri che vi
erano sepolti. In questo caso la sepoltura dei Santi
Ciriaco, Largo, Memmia, Crescenziano, Giuliana
e Smaragdo al VII miglio della via Ostiense era
stata registrata già nel Cronografo Romano del 354:
VI idus Aug. Secundi Carpofori Victorini et
Severiani Albano, et Ostense VII ballistaria
Cyriaci Largi Crescentiani Memiae Iulianetis et
Ixmaracdi

La loro celebrazione, il giorno 8 agosto, è dunque una delle più antiche della chiesa romana; nel Liber Pontificalis è riportato che papa Onorio (625 - 638) fece fabbricare, sul posto, una chiesa in onore del solo s. Ciriaco; la stessa chiesa, poi, viene ricordata anche nelle biografie di Leone III e Benedetto III; dovette essere, quindi, frequentata almeno fino alla metà del IX secolo.
Nell’817, tuttavia, anche le reliquie di questi martiri furono trasferite ad opera di papa Pasquale I nella chiesa di Santa Prassede. Nel citato elenco delle reliquie presenti in quella chiesa, compaiono i nomi di Largo, Smaragdo, Crescenziano e Memmia; il nome di Ciriaco compare invece nel breve elenco di martiri presbiteri trascritto subito dopo il primo elenco di nomi relativo ai pontefici romani. Sembrerebbe dunque che nessuno dei martiri del luogo sia rimasto nella chiesa di Onorio I all'indomani dell'817; è chiaro, quindi, che l'eremita che vi risiedeva alla metà del X secolo non poteva aver recuperato delle autentiche reliquie.
In seguito si hanno solo parziali notizie sulla dislocazione delle reliquie di San Ciriaco; tra queste quella della (parziale ?) traslazione a Gernrode (Circondario dello Harz, Sassonia-Anhalt, Germania), presso l'abbazia fondata nel 950 dal marchese del luogo Gerone.
Il testo dell'iscrizione che, nelle intenzioni del narratore, doveva certificare l'autenticità del sepolcro da cui vennero tratte le reliquie, ad una lettura critica appare certamente un falso, o comunque non dovrebbe risalire alla metà del IV secolo, epoca in cui i martiri del luogo vengono citati per la prima volta. La qualifica di “ALMI LEVITAE ET MARTYRIS” conferita a Ciriaco deriva chiaramente dai testi delle varie passiones nelle quali il santo viene citato, tutti documenti di epoca altomedievale; ed anche la menzione della solita Matrona Lucina indicherebbe una redazione piuttosto tarda del testo.
Il racconto è piuttosto avaro di indicazioni topografiche, ma ciò nonostante sembrerebbe indicare, almeno alla metà del X secolo, una netta distinzione tra la chiesa dedicata al santo, officiata dall'anonimo eremita, e la sepoltura venerata con l'iscrizione riportata sopra.

Oltre 600 anni dopo i fatti prima narrati, il 4 maggio del 1617, Antonio Bosio percorrendo le campagne a sud ovest di Roma rinvenne i ruderi della chiesa, in una tenuta che ancora conservava il nome di San Ciriaco. L'edificio, secondo la sua descrizione, era dotato di una sola navata absidata e di altre quattro absidi, due per lato, aperte lungo le fiancate (A. Bosio, Roma Sotterranea, lib. Ill, cap. 6).
Per una fortunata coincidenza nel 1915, nel corso dei lavori per la costruzione della ferrovia Roma - Ostia, venne rinvenuta e scavata una buona parte del cimitero lungo la via Ostiense, e degli edifici annessi. Gli scavi vennero coordinati dall'archeologo Francesco Fornari, per conto della Regia Soprintendenza alle Belle Arti, e portarono al rinvenimento di alcuni mausolei di epoca tarda lungo la via Ostiense, nonché un edificio altomedievale con cinque absidi, costruito sulla sommità di una collina, il quale venne facilmente identificato con la basilica di papa Onorio (così come era stata descritta dal Bosio). Non si rinvennero, o non vennero riconosciute, tracce di una occupazione del sito prolungata nel corso del medioevo (Francesco Fornari, Le recenti esplorazioni nel cimitero di S. Ciriaco al VII° miglio della via Ostiense, In: Mélanges d'archéologie et d'histoire t. 36, 1916. pp. 57 - 72).
Tra gli edifici rinvenuti ve ne era uno, a poca distanza dal margine della strada, costituito da un piccolo ambiente absidato, al di sotto del quale erano stati interrati quattro sarcofagi di epoca tarda, uno dei quali si trovava nell'interno dell'abside. Il Fornari ritenne di aver rinvenuto una sorta di piccolo “martyrium” realizzato alla metà del IV secolo per custodire i sepolcri dei sei martiri locali; tanto più che il racconto leggendario redatto in epoca altomedievale parla esplicitamente di “sarcofagi lapidei”, per indicare le cinque tombe venerate.
Tra le varie annotazioni dell'archeologo ve ne è una che sembra quasi illustrare il racconto dell'anonimo cronista romano del X secolo. In un'epoca non precisata qualcuno aveva sfondato il coperchio del grande sarcofago interrato nell'abside del piccolo edificio; il sepolcro, all'epoca del rinvenimento, conservava ancora parte dei resti di due inumati: “alcune ossa erano ammucchiate in un angolo del sarcofago: appartenevano a due corpi, vi era parò un solo cranio” (Fornari 1916, pag. 66).
In via del tutto ipotetica, mancando ulteriori riscontri dai dati di scavo, potrebbe essere questa la tomba dalla quale nel 950, circa, vennero estratti i resti di un braccio e di un capo attribuiti a san Ciriaco. Non è chiaro, invece, se provenissero sempre da qui le altre reliquie che negli stessi anni vennero inviate a Gernrode in Sassonia.
Recenti studi hanno chiarito che quel piccolo edificio absidato altro non era che un mausoleo privato del IV secolo, e che le tombe dei martiri del luogo dovevano trovarsi piuttosto sulla retrostante collina, dove nel VII secolo venne edificata la basilica di papa Onorio. Se questo è vero bisognerebbe concludere che l'eremita che nel X secolo risiedeva sul posto estrasse delle ossa da una qualsiasi tomba privata spacciandole per reliquie, e rivendendole per tali; operazione che sarebbe avvenuta più di una volta.

Tra i più illustri prosecutori delle ricerche iniziate da Antonio Bosio figura certamente il sacerdote Giuseppe Marchi (Tolmezzo, 22 febbraio 1795 – Roma, 10 febbraio 1860), alla cui attività scientifica, si affiancò anche il tentativo di porre un freno alla devastazione dei cimiteri cristiani di Roma. A partire dal 1843 iniziò a dedicarsi con zelo allo studio dell'archeologia cristiana, con notevoli risultati dal rilievo non solo scientifico, ma anche nel contesto della lotta contro gli abusi cui erano da tempo soggetti i siti della “Roma sotterranea”. A questo scopo nel 1842 Gregorio XVI lo nominò “Conservatore dei sacri Cimiteri di Roma”, mentre, sotto con Pio IX, fu tra i primi membri della “Pontificia Commissione di Archeologia Sacra”, istituita nel 1852 e promossa dallo stesso Marchi.
Purtroppo questi obbiettivi vennero raggiunti solo in parte, a causa della mancanza di mezzi, delle aspre polemiche suscitate dal Marchi stesso sulla conservazione delle tombe dei martiri e, soprattutto, per via delle agitazioni politiche del 1848-49.
In un celebre promemoria del 1842 il Marchi espose per la prima volta al papa Gragorio XVI la grave situazione in cui versavano i cimiteri di Roma, fino ad allora affidati alla gestione dei “Custodi delle Reliquie”, e gli abusi che venivano regolarmente commessi nella ricognizione, estrazione e “distribuzione” delle medesime: “Dal pontificato di Benedetto XIV (17 agosto 1740 - 3 maggio 1758) in poi i romani cimiteri son divenuti quasi del tutto infruttiferi per la sacra erudizione. Nè dee dissimularsene la ragione; da quel tempo alla custodia dei cimiteri furon chiamati i non dotti in luogo dei dotti. Si vogliono dirigere le escavazioni standosene in sedia dentro casa e lasciando quella gloriosissima opera in balia degli escavatori che per eccesso d'ignoranza smantellano e distruggono una metà di quello che trovano, e per un'avarizia malintesa vendono di soppiatto ad amatori forastieri o a negozianti romani per pochi baiocchi l'altra metà che si apprezza dagli intelligenti a molti e molti scudi. Questo danno è nei presenti tempi tanto più grave quanto più è disdicevole che dove tutte le civili nazioni dell'universo si mostrano oggi impegnatissime nell'illustrare la meschinità dei loro antichi monumenti così civili, come religiosi, questa Roma che pur molto coltiva lo studio dei monumenti profani, nulla faccia per quella dovizia di monumenti cristiani di cui tanto abbonda, e non tenga levata in alto la fiaccola per insegnare ad altrui le vie sicure della cristiana archeologia”.
La situazione descritta dal Marchi aveva origini lontane: la convinzione che tutte le catacombe, quasi per necessità, conservassero una “turba piorum” - come espresso inizialmente da papa Damaso - rimase inalterata nei secoli successivi, ed anzi si andò rafforzando ed estendendo nella mentalità popolare. Con la ripresa dello studio delle antichità cristiane di Roma bisognava soltanto ricercare criteri identificativi almeno formalmente plausibili per identificare i sepolcri di chi aveva subito il martirio; questi furono individuati già all'inizio del XVII nei numerosi cristogrammi, nelle sagittae, nelle palme (palmulae) spesso tracciate sulle lastre poste a chiusura dei loculi, e, soprattutto, nella presenza dei cosiddetti “vasi di sangue”, in realtà nient'altro che vasetti o fiale contenenti essenze odorose. L'elaborazione di questo armamentario concettuale e l'uso concreto che se ne fece indica con il massimo dell'evidenza “in quale ambiente, con quali idee e con che pratica si procedeva a quelle ricognizioni” (G. B. de Rossi, Sulla questione del vaso di sangue. Memoria inedita con introduzione storica e Appendici di documenti inediti per cura del padre Antonio Ferrua S. I., Città del Vaticano 1944).

Il risultato di quest'opera di lucrosa dispersione, durata ben oltre un secolo, poi, è riassunto in un singolare “trattatello” (De coemeteriis ad Eminent.m et R.m. D. Card.m Ginettum S. D. N. Urbani VIII Vic.m Hieronymi Bruni Commentarius) scritto nel 1632 dall'oratoriano Girolamo Bruni su espressa committenza del cardinale Marzio Ginetti di Velletri (1590-1670):  secondo i calcoli del Bruni il numero complessivo dei martiri deposti a Roma (solo a Roma !) raggiungeva l'incredibile cifra di 64.000.000:  “resultabit num. 64.000.000, idest sex centies quadragies centina milia, quod vulgo dicimus sexaginta quattuor miliones”; da questa moltitudine - aggiungeva l'autore con serietà - tolto il numero dei confessori, “adhuc remanebit martyrum poene infinitus exercitus” (notare la difficoltà con cui il Bruni riesce ad esprimere tale cifra astronomica utilizzando le rigide regole della lingua latina).
[Non sono riuscito a consultare direttamente l'opuscolo del Bruni, ma i passi salienti sono riportati da Martin Morales, Sacra Limina, in: “Paulo Apostolo Martyry, l'apostolo San Paolo nell'arte e nell'archeologia”, a cura di O. Bucarelli e M.M. Morales, Roma 2011, pp. 15 - 16]
Va precisato, infine, che nel 1863 la relazione di Giovanni Battista De Rossi che confutava quelle convinzioni, radicate da secoli, venne presentata alla Congregazione per i Sacri Riti, dove, tuttavia, si ritenne opportuno vietarne la diffusione. La sua pubblicazione venne poi “autorizzata” solo nel 1944, a cura di Antonio Ferrua.

Ampolle dei pellegrini provenienti da santuari orientali, risalenti al VI secolo (in alto) e al XIII secolo ( in basso
La cripta dei santi Marcellino e pietro, con i due loculi sovrapposti, nella sistemazione data, nel IV secolo, da Damaso
La basilica di Eginardo a Steinbach
La località di Mezzocamino, lungo la via ostiense, in una foto degli anni '30; sullo sfondo la collina dove sorgeva la basilica eretta da papa Onorio I nel VII secolo