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Le proposte di legge in itinere sulla qualificazione
professionale e il riconoscimento giuridico degli archeologi

Sono attualmente due le proposte di legge presentate in Parlamento che
si pongono l'obbiettivo di risolvere l’annosa questione della qualificazione
delle figure professionali operanti nel settore dei beni culturali. Uno dei
due progetti è stato presentato a Palazzo Madama dal
Sen. Andrea
Marcucci (P.D.) il 28 giugno
a nome dei senatori democratici della
Commissione Cultura.
Per quanto riguarda gli archeologi e le altre figure professionali operanti
nel campo dei BB.CC. il testo riprende quello già presentato da
Madia,
Samperi, Ghizzoni
(che prevedeva due emendamenti al codice dei BB.CC.
con l'inserimento della figura professionale dell'archeologo), all'indomani
dalla manifestazione ANA a Roma del 2008.
La proposta di legge del 2008, nelle intenzioni dei suoi firmatari, intende
intervenire nel delicato e complesso settore delle professionalità degli operatori privati impegnati nelle attività di intervento, tutela, vigilanza e ispezione, protezione e conservazione dei beni culturali, nonché in quelle relative alla loro fruizione, così come disciplinate dai titoli I e II della seconda parte del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 ... la normativa comunitaria e la legislazione italiana di recepimento prevedono, a questo proposito, che le azioni degli Stati membri siano improntate alla creazione di una «piattaforma comune» per colmare le differenze sostanziali in materia di requisiti per l’esercizio delle professioni, incluse quelle non regolamentate (nelle quali ricadono le fattispecie su cui interviene la proposta di legge)”.
Immediatamente dopo, però, gli estensori tengono a precisare che “Questa proposta di legge non intende creare nuovi albi professionali né essere una misura neocorporativa. Intende al contrario intervenire a favore dello sviluppo del mercato e dell’ingresso delle competenze del mondo delle professioni, in un’ottica di tutela dei consumatori (che in questo caso equivalgono all’intera collettività nazionale) e in accordo con il processo in atto di riordino della formazione universitaria e di coinvolgimento, nella certificazione delle competenze, delle associazioni rappresentative delle professioni non regolamentate
La proposta del 2008 prevedeva l’introduzione di un articolo 9-bis (nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), il quale prevede che gli interventi di “tutela, vigilanza, ispezione, protezione e conservazione” dei beni culturali nonché quelli finalizzati alla fruizione, di cui ai titoli I e II del codice, debbano essere affidati alla responsabilità, o anche alla diretta attuazione secondo le rispettive competenze, di “archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi e storici dell’arte”, in possesso di adeguata formazione e professionalità.
Il testo prevedeva, poi (art 182 bis del Codice), l'istituzione dei registri nell'ambito delle singole Soprintendenze, con funzione ricognitiva, dei professionisti “archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi e storici dell’arte” idonei allo svolgimento delle attività di tutela e fruizione dei beni culturali indicate all’articolo 1; veniva auspicato, inoltre, che nell'ambito dell'opera di riordino dei corsi universitari vengano individuati i “livelli minimi” di qualificazione per i suddetti professionisti, nonché le modalità e i requisiti di iscrizione dei professionisti stessi nei registri di cui sopra: “Tra i requisiti necessari per l’iscrizione nei registri è prevista la certificazione professionale effettuata dalle rispettive associazioni professionali individuate come rappresentative ai sensi
dell’articolo 26 del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206”.
La proposta del 2011, nella presentazione del suo relatore, riprende nella sostanza (ma anche nella forma) le premesse della precedente proposta, compreso il rimando alla necessità di un adeguamento alle disposizioni europee in materia di liberalizzazione delle professioni e circolazione dei cittadini, e per l'identificazione di un sistema unitario di garanzie della qualificazione professionale degli operatori dei BB.CC.
Anche questa proposta prevede l'aggiunta di un articolo 9 bis e 182 bis al testo del Codice dei BB.CC., ma prosegue affrontando in maniera più ampia e articolata il processo di qualificazione dei restauratori e il riconoscimento delle competenze professionali acquisite sul campo.
La parte delle due proposte che affronta in maniera specifica la figura professionale dell'archeologo non si discosta di molto da quanto è poi avvenuto, sulla base della normativa esistente, negli ultimi cinque anni, ovvero l'istituzione dei registri, o liste, nell'ambito delle Soprintendenze e la definizione della normativa che regolamenta la c.d.  archeologia preventiva, con tutte le polemiche che ne sono seguite, di cui chi scrive ha cercato di tenere il filo.
Nulla di nuovo, dunque, salvo il fatto che entrambe le proposte, se verranno convertite in legge, vengono a “sanare” una incongruenza forse del tutto italiana: il fatto che nel Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, detto anche Codice dei Beni Culturali, non ricorra neanche una volta la citazione dei professionisti - archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi e storici dell’arte - delegati, per formazione e competenze, ad operare in questo campo.

Il testo della proposta del 2008, nel suo art. 2 che prefigura l'introduzione di un art. 182 bis nel Codice, recita testualmente: “Il Ministro, sentiti il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e in collaborazione con le rispettive associazioni professionali, di cui al decreto del Ministro della giustizia 28 aprile 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 122 del 26 maggio 2008, stabilisce con proprio decreto le modalità e i requisiti di iscrizione dei professionisti nei registri di cui al comma 1 del presente articolo, nonché le modalità per la loro tenuta in collaborazione con le predette associazioni professionali”. Il ripetuto rimando alle “associazioni professionali” lascia perplessi: gli estensori della proposta del 2008, avendo operato, come sembra, in collegamento con le uniche due associazioni italiane sorte in rappresentanza delle categorie di cui sopra, dovrebbero essere perfettamente informati del fatto che tali “associazioni professionali”, di fatto non esistono. Gli stessi estensori del 2008, ripresi puntualmente dal nuovo progetto, sembrano poi mettere le mani avanti quando negano decisamente l'intenzione di voler “creare nuovi albi professionali” o voler dar vita ad una nuova “misura neocorporativa”.
Sono diversi anni che le associazioni sorte in rappresentanza degli archeologi sostengono di battersi per il riconoscimento giuridico di questa figura professionale; se questo è il risultato sembra che la montagna abbia partorito il topolino. La proposta del 2008 è stata, nelle grandi linee, attuata, salvo che le sue premesse non sono entrate a far parte del testo del Codice del Beni Culturali (dove ancora manca la parola “a r c h e o l o g o”); la proposta del 2011, se verrà convertita in legge, sancirà con i suoi due articoli, lo stato di fatto attuale.
Si continua a far riferimento ad “associazioni professionali”, inesistenti, anche per quanto riguarda la definizione dei criteri di immissione degli archeologi nelle liste istituite presso le Soprintendenze. Ma se da un lato tali associazioni non esistono, d'altro lato le liste in questione sono già piene di nominativi, entrati sulla base di un modulario formulato dalle soprintendenze stesse “ex imperio” (senza alcuna consultazione preliminare, che io sappia), del quale non esiste neanche un unica versione valida su tutto il territorio nazionale.
Poi, a cose fatte, la splendida azione di Lobby di una delle due associazioni che vorrebbero rappresentare la categoria, ha di fatto depotenziato le liste stesse, declassandole a mero strumento “consultivo”; una scappatoia niente male, per far si che dal mercato del lavoro non venissero estromesse le ditte e le cooperative, che, per un cavillo, non si sono potute iscrivere nelle liste stesse.
Insomma quattro anni di “lotte” per far sì che tutto rimanesse come prima. Non so immaginare quale vantaggio porterà alla categoria l'entrata in vigore dei due articoli proposti dai disegni di legge del 2008 e del 2011; per come stanno le cose, allo stato attuale l'unico strumento di tutela della figura professionale dell'archeologo (nella mancanza di un albo professionale che tutti vedono come fumo negli occhi), rimarrebbe il Contratto  Nazionale dell'Edilizia, che, finché il mercato del lavoro rimarrà saldamente nelle mani delle cooperative, ci si guarderà bene dall'applicare; in caso contrario risulterebbe impossibile il furto legalizzato della metà (ed oltre) dello stipendio degli archeologi più giovani e indifesi.