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Prisco di Panion: gli “Eventi del tempo di Attila”


La perdita di gran parte dell'opera (o delle opere) redatta da Prisco di Panion nella seconda metà del V secolo, è forse uno dei colpi più gravi inferti alla conoscenza storica di quel periodo cruciale per l'impero romano.
Prisco nacque intorno al 420 nella città di Panion, sulla riva settentrionale
della Propontide, circa centotrenta chilometri sulla costa a sud di
Costantinoopli. Come la maggior parte degli uomini che vivevano intorno
alla parte orientale del Mediterraneo, la sua lingua madre era il greco, e solo
una minoranza di loro conosceva anche il latino. Infatti gli individui coinvolti,
a vario titolo, nelle questioni dello stato, burocrati, messi imperiali, avvocati,
giudici, cortigiani di varia natura, fino agli imperatori, comunicavano tra loro in greco; tuttavia gli atti ufficiali, amministrativi e giudiziari, venivano ancora redatti in latino.
Come molti altri giovani di buona famiglia, istruiti e ambiziosi, anche Prisco studiò il latino a scuola; “un apprendimento duro, che passava attraverso le cantilene senza fine della grammatica, e l'umiliazione delle punizioni corporali per ogni esitazione o errore” (Kelly, 2009). Certamente appena gli fu possibile Prisco lasciò la sua città natale, un luogo di provincia dove il futuro non gli avrebbe riservato nulle di rilevante, e si trasferì a Costantinopoli, dove approfondì la sua educazione in filosofia e retorica. È probabile che nell'immediato abbia lavorato come docente privato, e che di li a poco, intorno al 440, abbia incontrato un giovane ufficiale di nome Massimino, originario della capitale, con il quale strinse una duratura amicizia.
Probabilmente erano allora entrambi ventenni, e si trovarono faccia a faccia con la minaccia degli Unni che erano avanzati, sotto la guida del loro re Attila, fin quasi sotto le mura dei Costantinopoli, danneggiate nel gennaio del 447 da un terremoto. Forse Massimino partecipò alla spedizione militare che doveva rallentarne l'avanzata, mentre tutta la cittadinanza era impegnata, giorno e notte, nella ricostruzione.
Probabilmente quell'incursione costituì una parentesi casuale della politica di Attila, dovuta forse al tentativo di approfittare dei danni inferti dal terremoto; infatti il re non insistette molto nella sua avanzata, che si concluse dopo meno di un anno.
La minaccia, nell'immediato, fu scongiurata e gli Unni si ritirarono verso nord, oltre il Danubio. La pace, negoziata alla fine del 447, venne salutata da tutti con favore, anche se molti avrebbero preferito che si fosse trattato dell'esito di una schiacciante vittoria da parte dell'esercito imperiale. Invece si trattava di una pace comprata a caro prezzo dietro il pagamento di un tributo annuale, ad uno dei nemici più insidiosi dell'impero.
L'opera di Prisco, giunta a noi frammentaria, dovrebbe prendere il via dagli anni 433 - 434, ma questo solo perché il primo dei frammenti noti tratta di avvenimenti svoltisi in quell'anno; tuttavia sulla base dei frammenti di Giovanni di Antiochia, la cui provenienza da Prisco è certa, si può affermare che, almeno in forma di digressione, la prima parte della storia di Prisco potesse contenere anche informazioni sulla giovinezza di Teodosio II.
Il testo originale venne in parte copiato dai ricercatori incaricati da
Costantino Porfirogenito, che estrassero, dagli originali otto libri,
trentacinque frammenti; alcuni di questi estratti, di una certa lunghezza,
offrono un resoconto sufficientemente esatto e coerente
dell'ambasciata romana che si recò alla corte di Attila, nella grande
pianura ungherese, nell'estate del 449.
la relazione dell'autore, che prese parte a quella spedizione, e il suo
racconto degli incontri con il re degli Unni, attirò certamente
l'attenzione dei curatori del X secolo, ed è facile comprendere
perché ne fossero così affascinati; infatti non si trattava di una
narrazione di seconda mano assemblata dopo ore di studio in
biblioteca. Prisco, infatti, si trovava proprio sul posto, ed offriva
ai lettori l'unica testimonianza oculare sopravvissuta di Attila e della
sua corte. Nessun altro storico, in quegli anni, giunse mai così vicino
agli Unni e al loro re.
Giovanni di Antiochia (patriarca monofisita di Antiochia dal 630 al 648 ?) lesse ed utilizzò la versione originale e completa dell'opera di Prisco; la sua Storia è, dunque, la fonte principale della Istorìa Kroniké, di Giovanni, per il periodo compreso tra Teodosio II e Leone I, e la sintonia tra i due autori è, allo stesso tempo, storiografica, stilistica e lessicale.
Già pochi decenni dopo la pubblicazione degli otto volumi di Prisco, Eustazio di Epifania ne realizzò un riassunto, inserito poi nella seconda parte della sua Cronaca; questa, che non è pervenuta nella versione originale, partiva dall'origine del mondo per giungere all'anno 502. Molti autori successivi conobbero la tradizione di Prisco, solo attraverso l'epitome di Eustazio, mentre contrario Giovanni di Antiochia sembra attingere direttamente da Prisco, nella sua versione originale; ne consegue che la sua Istorìa, è fondamentale per ristabilire, almeno nelle grandi linee, la tradizione del testo originale di Prisco.
Prisco, come già accennato, fu un autorevole esponente del ceto amministrativo statale, formato da uomini di profonda cultura; di lui Giovanni di Antiochia apprezzava soprattutto la prospettiva politica. Si veda, ad esempio, la tendenza polemica verso gli ultimi esponenti della dinastia Teodosiana, o l'interpretazione del conflitto tra l'impero e Genserico, ed ancora il giudizio negativo sul regno di Leone I. Una sicura corrispondenza tra i due autori è rappresentata, inoltre, dalla datazione del regno di Avito in otto mesi, corrispondente alla datazione fornita da Evagrio, e proveniente da Prisco tramite Eustazio; ed infine le notizie frammentarie sulla giovinezza di Teodosio II.
A questo proposito è stato notato che l'immagine di Teodosio II (Costantinopoli, 10 aprile 401 - 28 luglio 450, detto il giovane, imperatore d'Oriente dal 401 d.C. al 450 d.C.) come principe bambino dominato dagli eunuchi di corte, proviene da una fonte di Giovanni di Antiochia, che potrebbe essere ancora una volta Prisco.
Nell'interno della prospettiva politica di Prisco, condivisa anche da Giovanni, un particolare rilievo assumono anche le vicende dell'impero d'occidente, nel periodo compreso tra Ezio e Antemio; anche se nei frammenti originali non e rimasto molto di quelle vicende, tutta la tradizione successiva, soprattutto quella derivata da Eustazio, rivela l'interesse dell'autore per le sorti dell'occidente. In continuità con Olimpiodoro, prisco incentrava la sua analisi sulla debolezza delle istituzioni statali in occidente, e condensava le sue riflessioni su alcuni punti come l'azione di Ezio, quale baluardo dell'impero, fino alla sua uccisione, ad opera dell'irresponsabile Valentiniano III; l'intelligenza politica di Genserico e la forza del regno dei Vandali,
posto in maniera strategica come cerniera tra il Mediterraneo
occidentale e orientale; l'arroganza di Ricimero e la drammatica
vicenda di Antemio, che, insieme alla morte di Ezio, sembra
segnare, per lui, la fine dell'impero d'occidente.
Al di la di questi fatti specifici, tuttavia, entrambi gli storici
considerano la storia del Mediterraneo come storia di un ecumene
ancora unito dal punto di vista culturale e politico.
È certo, del resto, che in oriente esisteva un pubblico interessato
anche alle vicende occidentali, come testimoniano i continuatori
classici della linea storiografica di Prisco, cioè Malco di Filadelfia
e Candido Isaurico. Quest'ultimo, testimone diretto degli eventi e
autore della Isaurikà, proseguì la narrazione di Prisco coprendo
gli anni dal 457 al 491.
Una delle raccolte di Costantino Porfirogenito, come già accennato,
comprendeva le relazioni sulle ambasciate inviate dai romani presso
i loro alleati o nemici. Secondo questa modalità di scrittura
"taglia-incolla" sono giunte fino a noi le opere storiche più importanti
su Attila e gli Unni. In mezzo a resoconti, spesso di scarso interesse
su negoziati senza fine, si trovano i frammenti della storia di Prisco
di Panion, pubblicata, forse in maniera discontinua, tra il 450
e il 480 circa. L'opera trattava gli avvenimenti contemporanei
all'autore, concentrandosi in maniera particolare sul lungo conflitto con gli Unni della fine degli anni '40 del V secolo.
A giudicare dunque dalla visione storica di Prisco, e degli autori che da lui dipendono, la minaccia principale per l'impero, nella prima metà del V secolo, fu rappresentata proprio dagli Unni. Se questo popolo centro asiatico può essere identificato con i Nu Hiong, che attaccarono l'impero della Cina nel secondo e primo secolo a.C., è una materia tuttora controversa, e il problema non è ancora risolto. In ogni caso, gli Unni, dopo il loro ingresso in Europa centrale, sembrano aver attirato l'attenzione dei romani già nell'ultimo quarto del IV secolo, quando il racconto dello storico Ammiano Marcellino, riferisce che:
Il popolo degli Unni supera ogni limite di barbarie. Siccome hanno l’abitudine di solcare profondamente le guance con un coltello ai bambini appena nati, affinché il vigore della barba, quando spunta al momento debito, si indebolisca a causa delle rughe delle cicatrici, invecchiano imberbi, senz’alcuna bellezza e simili ad eunuchi. Hanno membra robuste e salde, grosso collo e sono stranamente brutti e curvi, tanto che si potrebbero ritenere animali bipedi o simili a quei tronchi grossolanamente scolpiti che si trovano sui parapetti dei ponti. Sono così rozzi nel tenore di vita da non aver bisogno né di fuoco né di cibi conditi, ma si nutrono di radici di erbe selvatiche e di carne semicruda di qualsiasi animale, che riscaldano per un po’ di tempo tra le loro cosce e il dorso dei cavalli. Adoperano vesti di lino oppure fatte di topi selvatici, né dispongono di una veste di casa e di un'altra per fuori. Ma una volta che abbiano fermato al collo una tunica di colore sbiadito, non la depongono né la mutano finché, logorata dal lungo uso, non sia ridotta a brandelli. Nelle assemblee, tutti loro, in questo medesimo atteggiamento discutono degli interessi comuni. Nessuno di loro ara né tocca mai la stiva di un aratro. Infatti tutti vagano senza aver sedi fisse, senza una casa o una legge o uno stabile tenore di vita. Assomigliano a gente in continua fuga sui carri che fungono loro da abitazione. Quivi le mogli tessono loro le orribili vesti, qui si accoppiano ai figli sino alla pubertà. Sono infidi e incostanti nelle tregue, mobilissimi ad ogni soffio di una nuova speranza e sacrificano ogni sentimento ad un violentissimo furore. Ignorano profondamente, come animali privi di ragione, il bene ed il male, sono ambigui ed oscuri quando parlano, né mai sono legati dal rispetto per una religione o superstizione, ma ardono di un’immensa avidità di oro. A tal punto sono mutevoli di temperamento e facili all’ira, che spesso in un sol giorno, senza alcuna provocazione, più volte tradiscono gli amici e nello stesso modo, senza bisogno che alcuno li plachi, si rappacificano.” (Ammiano, XXXI,2.)
Intorno al 375, secondo il racconto, gli Unni avevano incorporato nella loro federazione anche gli Alani e la maggioranza degli Ostrogoti; furono alleati con i Visigoti in un attacco fallito contro Costantinopoli, dopo la battaglia di Adrianopoli del 378. Fu senza dubbio la pressione causata dall'espansione verso ovest degli Unni che convinse Valente ad ammettere i Visigoti nel impero nel 375, e che spinse le altre tribù germaniche al di la del Reno nel 405-406. Teodosio II (408–450), come sembra, stipulò degli accordi con la tribù, che forse già allora venne insediata in Pannonia. Tuttavia essi non furono mai realmente sottomessi, e questo risulta chiaro dal comportamento di Uldin (o Uldes, + 412), uno dei loro re, nel 395. Quando ricevette le proposte di pace “rispose puntando la mano verso il sole e disse che, se solo avesse desiderato, avrebbe potuto facilmente sottomettere ogni parte della terra.” Mentre stava pronunciando questo tipo di minacce affermò che solo alle sue condizioni si sarebbe potuta stabilire la pace, oppure la guerra sarebbe continuata; tuttavia una parte del suo esercito fu indotta a disertare e il resto sottomesso. Gli Unni per alcuni anni furono alternativamente nemici o alleati degli imperatori romani. Questo stesso Uldin nel 400-401 fu alleato dell'impero d'oriente contro Gainas e più tardi fu al servizio di Stilicone contro Radagaiso, nel 406.
Un frammento dello storico greco Olimpiodoro, tratto forse dall'opera perduta di Prisco, accenna ai due re Unni Donato e Charaton che probabilmente erano solo due anziani dotati di una certa autorità, in nessun modo paragonabili al grande Attila; l'episodio riportato, probabilmente ebbe luogo nel 412-413, mentre Giovino era ancora imperatore in Gallia. Ezio nel 423-424 arruolò degli Unni a sostegno dell'usurpatore Giovanni; in quell'occasione venne fatta loro una donazione di terra in Pannonia, o almeno confermata. Allo stesso tempo, vennero redatti dei trattati con l'Impero d'Oriente, i quali, probabilmente, stabilivano dei pagamenti di sussidi a favore degli Unni.
Attila, che irruppe sulla scena della storia in occasione di questa prima trattativa, era il figlio di un precedente re, il cui nome è variamente riportato come Mundiuch, Mondzuccus, Mauzuchus, Munsuchus, Mundicius, Beneducus o Moundiouchus; fratelli di questo re erano Roua, Octar e Oebarsius. Bleda era il fratello di Attila, probabilmente il suo fratello maggiore; i due regnarono insieme fino al 444 o 445, quando Attila, come sembra, lo fece uccidere.
Non è facile ricostruire il complesso di tribù e popolazioni che ruotavano nell'orbita degli Unni; tra queste vengono menzionati i Rubi, che erano probabilmente i Rugi, una popolazione che in seguito, sotto Odoacre, svolse un ruolo determinante in Italia. Si trattava forse un complesso di tribù comprendenti i Saraguri, gli Onoguri, e gli Ulmerguri, e anche quelle tribù di cui riferiscono alcuni frammenti di Prisco. Gli Alipzuri, gli Alcidzuri e gli Amilzouri, e altri nomi simili, potrebbero essere altre diramazioni delle medesime tribù. Non vi è alcun motivo, tuttavia, per credere che in questo momento i Rugi facessero parte dell'impero di Attila, ma piuttosto, come è stato plausibilmente suggerito, si erano stabiliti all'interno dell'impero unno, come alleati, al seguito del loro capo Valips.
Tacito sostiene che i Rugi erano originari della Germania settentrionale, e - se questa identificazione è corretta - da qui, come i due rami dei Goti, colpirono le frontiere orientali dell'impero, prima di muoversi verso ovest. Dopo la morte di Attila si stabilirono a Bizye e Arcadiopolis - le moderne Vize e Lüleburaz - nella Turchia europea.
Per otto anni dopo la sua ascesa al potere, Attila fu occupato a costruire il suo impero nelle terre del nord, a ridurre gli Ostrogoti e i Gepidi in stato di sottomissione o di alleanza, e ad attaccare l'Impero persiano. Ma nel 441 venne effettuato un grande attacco contro l'Impero d'Oriente, condotto da Attila e Bleda, che riuscirono ad aprirsi un varco attraverso l'Illiria per raggiungere i Balcani.
Il frammento 6 di Prisco è utile per chiarire lo stato del potere di Roma, sotto Teodosio II, in quanto riporta un elenco di quelli che erano, a giudizio dell'autore, i gravi pericoli del momento. Vi era stato, effettivamente, un breve focolaio di ostilità con la Persia nel 444 seguita da una pace di un anno, e, anche se i persiani stessi in questi anni furono impegnati con gli Unni, il pericolo rappresentato dal grande impero orientale dei Sassanidi, era sempre presente; anche se la guerra, in realtà, non scoppiò. I Vandali, in mare, erano solo temporaneamente pacificati da un trattato, da parte dell'Impero d'Oriente, stipulato con Genserico nel 442; gli Isauri della Cilicia, da tempo immemorabile si erano dati alla pirateria, in quanto non vi era una forte potenza mediterranea navale per contrastarli, ed ora sembravano attivi anche sulla terraferma, e rimasero una spina nel fianco dell'impero, anche quando, come più tardi con Zenone, risultarono utili come baluardi militari dell'impero. Sappiamo poco delle incursioni saracene ed etiopi, tranne che una pace venne stipulata con entrambi questi popoli nel 451.
La parte più sostanziosa del racconto di Prisco prende l'avvio dalla primavera del 449, quando giunse a Costantinopoli un Unno (o Scita) di alto rango, di nome Edecone (o Edeco), amico personale di Attila, e sua guardia del corpo. Edeco era accompagnato da Oreste - il futuro Magister Militum per le Gallie e padre dell'ultimo imperatore d'occidente Romolo Augustolo - un romano nato e cresciuto sul fiume Sava, un'affluente del Danubio, al confine tra le attuali Croazia e Serbia. Forse i possedimenti di Oreste ricadevano nella fascia di territorio lungo il fiume, ceduta nel 435 da Ezio in cambio dell'alleanza degli Unni di Attila e Bleda, per le campagne militari in Gallia.
Trovatosi così al di fuori dell'impero, Oreste si era assoggettato di buon grado al regime degli Unni, offrendo ad Attila i suoi servizi come segretario privato; ed in quel modo poté forse mantenere le sue proprietà. La sua conoscenza del latino, inoltre, risultò preziosa nelle missioni diplomatiche a Ravenna e a Costantinopoli.
Giunti a Costantinopoli i due vennero ricevuti nel palazzo, ma mentre l'Unno veniva introdotto nella sala del trono, Oreste rimaneva in attesa; si trattava, del resto, di un Romano di media ricchezza proveniente dalle province. Edeco, al contrario, dovette rimanere impressionato dallo sfarzo della corte e dall'elaborato cerimoniale cui ognuno era sottoposto in presenza dell'imperatore. In quella circostanza, poiché certamente Edeco non parlava ne il greco ne il latino, uno degli ufficiali presenti, Marziale, fece accostare uno dei suoi sottoposti, di nome Vigilas (o Biglias), che in quel momento - se si esclude Oreste lasciato fuori dalla sala del trono - era l'unico romano presente in grado di parlare la lingua degli Unni.
In quell'occasione maturò il piano per l'uccisione di Attila, elaborato dal potente eunuco di corte Crisalfo, forse con la complicità dello stesso Teodosio, e che costituisce uno dei motivi portanti del lungo racconto di Prisco.
Alcuni autori contemporanei dubitano che il complotto sia stato
realmente ordito nelle stanze del palazzo imperiale, ed in particolare
che possa avervi partecipato il potente Eunuco Crisalfo con il
consenso dell'imperatore. Si è pensato piuttosto ad una iniziativa
unilaterale di esponenti del dissenso interno alla corte, ostili alla
politica conciliante verso i Barbari portata avanti da Teodosio II.
Prisco si presenta come il portavoce di quel dissenso, a giudicare
dal tono di rammarico con cui riferisce del fallimento di quel
tentativo, il cui fine doveva essere quello di provocare la rottura
delle relazioni tra Attila e l'impero.
È sorprendente, infatti. La facilità con cui venne scoperto il
complotto, ed il fatto che Attila, dopo aver scongiurato il pericolo,
credette sostanzialmente nella buona fede dell'imperatore,
accusando unicamente l'eunuco della trama e reclamandone la
consegna. Prisco, dal canto suo, è assai esplicito nell'accusare
Crisalfo, il quale volle coinvolgere l'Unno Edeco, nel corso di un
colloquio privato, alla presenza dell'interprete  Vigilas; lo storico
afferma anche che teodosio venne messo al corrente della trama e
diede la sua approvazione.
Edeco, tuttavia, all'arrivo della delegazione romana presso la corte
di Attila, rivelò immediatamente il complotto al re, e questi, montato
su tutte le furie, pretese subito la testa dell'eunuco, salvo poi
lasciarsi ammansire dall'oro inviatogli in gran quantità dall'imperatore.
A questo proposito le ipotesi sono molte e contraddittorie; dati per
scontati il valore e l'attendibilità del racconto di Prisco, è stato
obbiettato che, all'interno della corte l'eliminazione di Attila non rappresentava l'interesse predominante, anche in virtù del fatto che l'eventuale fallimento dell'azione avrebbe scatenato nuovamente gli Unni oltre il confine; tuttavia la reazione del re, sostanzialmente blanda, da far ritenere che egli non credesse nelle reali responsabilità dell'eunuco e dell'imperatore, o che, in ogni caso, si sia lasciato da subito ammansire dalle loro giustificazioni e dai donativi.
Si ritiene inoltre che Edeco e Vigilas, possano aver ricevuto quell'incarico da altri, salvo poi incolpare Crisalfo nel momento in cui la trama venne alla luce; ovvero che l'intero complotto fosse in realtà una messinscena per screditare l'eunuco e rompere l'intesa diplomatica faticosamente raggiunta dai negoziatori di Teodosio.
Che a Costantinopoli vi fosse, ben attivo, un partito favorevole alla guerra lo dimostra la repentina rottura degli accordi, avvenuta solo l'anno dopo all'ascesa di Marciano. Se quindi il complotto fu solo una montatura tesa a screditare Crisalfo, in questo frangente il giudizio di Prisco dovette essere condizionato anche dalla sua forte ostilità nei confronti dell'eunuco.
A proposito dell'autore della storia, la possibilità offertagli dal suo amico Massimino di partecipare in prima persona alla missione che doveva recare le missive dell'imperatore ad Attila, e verosimilmente attuare il piano per la sua uccisione, rappresentò per il giovane storico un privilegio senza pari; la possibilità, cioè, di raccogliere dati e osservazioni di prima mano sugli Unni. Nessun altro autore aveva avuto, fino ad allora, un tale privilegio, e la maggior parte dei contemporanei basava le proprie conoscenze sulle trattazioni di Erodoto e quella, della fine del IV secolo, di Ammiano Marcellino. Anche quest'ultimo, tuttavia, non era considerato del tutto attendibile.
Prisco, al contrario, in più d'un occasione mette in risalto l'atmosfera conviviale instauratasi tra Unni e Romani nel corso dei due viaggi compiuti dalla missione, e nel corso della lunga permanenza presso la corte di Attila, e di tutto ciò fece tesoro nel redigere i suoi elaborati appunti di viaggio.
È proprio Prisco a fornire l'unica descrizione del vero aspetto di Attila: “Basso di statura, con un largo torace e una testa grande; i suoi occhi erano piccoli, la sua barba sottile e brizzolata; e aveva un naso piatto e una carnagione scura, che metteva in evidenza la sua origine”. Per quanto riguarda il suo carattere, Attila nella storia è passato spesso per un barbaro sanguinario, tuttavia non dobbiamo dimenticare che venne in contatto con la più raffinata civiltà romana, e che molti storici riferiscono, e Prisco ne è testimone, come fosse un uomo assai semplice e umile.
Riprendendo il discorso sui buoni rapporti tra il re e teodosio, e sulla reciproca fiducia regnante negli anni tra il 448 e il 450, proprio negli eventi narrati da Prisco si è visto il motivo del repentino mutamento della politica di Attila e la ragione del suo attacco verso l'occidente. Dopo il 448, infatti, la successione degli eventi appare sostanzialmente chiara. Il gallico Eudossio, capo dei ribelli Bagaudi, in quell'anno si era rifugiato presso gli Unni; contemporaneamente la stessa mossa era stata fatta da uno dei pretendenti al trono dei Franchi Ripuari, mentre l'altro si era recato in Italia presso Ezio.
L'anno successivo si svolse una seconda ambasciata, condotta questa volta dai Romani d'occidente, presso Attila, che ebbe come pretesto il furto di alcuno vasi preziosi, ceduti dal vescovo di Sirmio nel 442, in occasione della caduta della città in mano agli Unni, affinché servissero per il riscatto dei prigionieri. I preziosi, tuttavia, finirono nelle mani di un banchiere di Roma, di nome Silvano, e questo fatto fece montare Attila su tutte le furie, al punto che pretese che l'uomo gli venisse consegnato come un volgare ladro.
L'accaduto, come in altri casi, si risolse in un nulla di fatto, ma è
stato notato l'atteggiamento radicalmente diverso tenuto dal re nei
confronti dei Romani d'occidente, e lo stridente contrasto con
l'atmosfera di reciproca fiducia - o quantomeno
conciliante - incontrata dall'ambasciata partita lo stesso anno da
Costantinopoli.
Nonostante questo clima da guerra fredda, anche in quel caso
Attila non approfittò subito del pretesto che gli era stato offerto, e
preferì privilegiare i tempi lunghi della diplomazia. In questo
contesto si inserisce l'episodio che vede protagonista Giusta
Grata Onoria, a proposito del quale si è detto che sia stato
fortemente ingigantito dalla storiografia dell'epoca.
Tuttavia la fonte principale per la conoscenza di quell'episodio è
un frammento di Giovanni di Antiochia, appartenente al gruppo
di testi estratti all'epoca di Costantino Porfirogenito, e quindi fatti
risalire alla tradizione proveniente da Prisco; per questo motivo,
nonostante il suo carattere in apparenza romanzato, è da ritenersi
attendibile.
La vicenda è una delle più note del periodo; Onoria, sorella maggiore di Valentiniano III, nutriva ambizioni di potere che, tuttavia, non rientravano nei disegni della dinastia; divenne amante di un suo intendente, Eugenio, e avrebbe complottato con lui per rovesciare il fratello. L'intrigo venne scoperto e lui messo a morte, mentre Onoria, cacciata dall'Italia, si rifugiò a Costantinopoli; nell'occasione inviò la famosa missiva ad Attila, recata dal servo Giacinto, accompagnata dal suo anello, quale garanzia, e dalla proposta di matrimonio. Attila avrebbe accolto prontamente l'offerta, e chiese, in dote, la metà dell'impero romano; Valentiniano respinse, ovviamente, la richiesta; sottopose Giacinto alla tortura, mentre Onoria rientrava in Italia e si poneva sotto la protezione della madre Galla Placidia, sfuggendo così alla condanna. Affinché Valentiniano potesse rispondere in maniera sprezzante alla richiesta di Attila, Onoria venne maritata in tutta fretta con un senatore, Flavio Basso Ercolano, ed il pretesto per il rifiuto fu dunque il fatto che la donna era già sposata.
Si ritiene che Onoria abbia genericamente chiesto aiuto o appoggio ad Attila, e che quest'ultimo abbia colto l'opportunità di trasformare tale richiesta in una proposta di matrimonio; a questo proposito tutti i testi, sia Giovanni che Jordane, si prestano ad ogni interpretazione.
Quali che fossero state le intenzioni di Onoria, dietro la quale si è voluta vedere l'azione della madre Placidia e di Teodosio II - la prima intenzionata a riguadagnare un ruolo di primo piano sulla scena, il secondo impaziente di allontanare la minaccia unna dirigendola verso occidente, nonostante i buoni rapporti che intercorrevano tra lui ed Attila - tra luglio e novembre del 450 morivano sia Teodosio (28 luglio) che Placidia (27 novembre); Attila perdeva d'un solo colpo i suoi principali referenti, e il nuovo imperatore d'oriente, Marciano, era in ottimi rapporti con Ezio e fautore di un colpo di mano militare contro gli Unni; solo a quel punto, dopo una lunga azione diplomatica, il re si decise ad avanzare militarmente, scegliendo le Gallie come teatro del suo intervento. In questo modo, forse, egli volle anche chiarire l'entità della dote richiesta, ovvero la sola prefettura delle Gallie, e l'intenzione di regolare i propri conti con i Visigoti e i Burgundi. In sostanza Attila ritenne di potersi inserire in una regione sostanzialmente sguarnita, per l'impossibilità da parte di Ezio di raccogliere un esercito sufficiente e giungere in tempo dall'Italia; riteneva probabilmente di poter portare dalla sua parte i Franchi e i Bagaudi, e di portare a termine il disegno a suo tempo vagheggiato da Ataulfo e Placidia, di un'egemonia romano - barbarica sulle Gallie e la Spagna, disegno che, di fatto, avrebbe portato alla separazione di quelle terre da Roma, e alla nascita di quella “Gothia”, che - secondo l'apologeta cristiano Orosio - sarebbe stata nei propositi di Ataulfo e poi del suo successore Vallia.
Ma se queste furono le intenzioni di Attila, con il pretesto di
Onoria e la disponibilità di Placidia, è anche vero che gli unni
sarebbero risultati un corpo estraneo per gli uomini delle Gallie;
Attila, da pagano, non sarebbe stato accettato dalla chiesa, da
Unno avrebbe avuto contro i Germani (Franchi e Visigoti
soprattutto, e in quanto comandante militare non avrebbe potuto
coabitare con Ezio e l'aristocrazia gallo romana (e germanica)
a lui fedele. Così nel 451 i Visigoti di Teodorico II - che con
Ataulfo avevano combattuto altri barbari ed usurpatori in nome
di Roma - si unirono senza esitazioni all'esercito regolare di Ezio.
Non a caso la campagna militare che ne seguì è stata definita uno
degli eventi decisivi per la storia europea, anche se i suoi dettagli
e il luogo esatto della battaglia, così come per la sconfitta di Varo
nella foresta Teutoberg, non sono ancora chiariti del tutto.
Bisogna ricordare, a questo proposito, che Attila costituiva molto
di più che una minaccia per il governo romano; era considerato
un pericolo per la civiltà romana e la religione cristiana. Sebbene
indipendenti dal punto di vista politico, la maggior parte dei vari
popoli germanici che si erano stabiliti in Gallia, non solo erano
cristiani, ma pienamente coscienti dei meriti della civiltà romana,
dal punto di vista spirituale e culturale. Non sorprende, quindi, che
a prescindere da altre ragioni personali di ostilità verso l'unno, i vari
capi germanici d'Occidente prontamente si allearono con Roma e si misero sotto il comando del grande generale romano Ezio. Anche se questo uomo straordinario negli anni immediatamente precedenti, fu a capo delle forze romane contro i Franchi, i Burgundi e i Visigoti, ora trovò la maggior parte di queste tribù, e altre ancora, sue fedeli alleate, anche se temporaneamente.
Attila con la sua vasta schiera dei mongoli e alleati germani invase la Gallia centrale, dove la sua cavalleria avrebbe funzionato al meglio, e le possibilità di saccheggio erano enormi. Alcune città si arresero a lui, ma il suo esercito non era addestrato, e riluttante ai lunghi assedi; così altre città resistettero fino al passaggio della tempesta, anche se costrette a vedere il loro territorio devastato. Per settimane, mentre i sospetti reciproci ritardavano la formazione della grande alleanza cristiana, nulla poté resistere a questi attacchi, ma alla fine Teodorico con i suoi Visigoti si unì ad Ezio e gli altri alleati, e Attila poté essere contrastato. I due eserciti si incontrarono, probabilmente nei pressi di Troyes, nella Champagne-Ardenne, o Pianura Catalaunica, dove si era ritirato Attila dopo l'assedio di Orleans. Come commenta E. Gibbon, “Le nazioni dal Volga all'Atlantico si erano riunite.”
Nella battaglia che ne seguì, le nostre fonti dicono che morirono 162.000 o 300.000 persone , numeri che, anche se esagerati, indicano un massacro molto pesante da entrambe le parti. In un primo momento il centro dello schieramento romano venne sfondato, e tutto il peso degli Unni si diresse contro il Visigoti sulla fascia destra. Il loro re, Teodorico, venne ferito a morte e le sue truppe vennero disorganizzate; quando la battaglia venne ripresa da una carica della cavalleria visigota, sul fianco dello schieramento, guidata da Thorismund. Gli Unni furono costretti a ritirarsi in disordine nel cerchio dei loro carri, e si aspettavano l'annientamento al calar della notte, ma anche i loro nemici avevano sofferto molte perdite. inoltre Thorismund, il nuovo re visigoto, temendo per il suo trono, si ritirò e la grande alleanza si sciolse. Tuttavia, Attila era stato sbandato così gravemente nella battaglia che dopo alcuni giorni di attesa nel campo, si ritirò al di là del Reno, con cautela, seguito dagli alleati rimasti, e così “dovette ammettere l'ultima vittoria che era stata realizzata in nome dell'impero d'occidente.”
Questa sconfitta subita in Gallia, tuttavia, non sembrò aver seriamente indebolito il potere formidabile di Attila, e il suo spirito violento. L'anno successivo, 452, attaccò nuovamente l'Italia, e assediò la ricca e forte città di Aquileia sulla costa adriatica settentrionale. Dopo tre mesi di difficile assedio, durante il quale il suo esercito risentì gravemente della carenza di rifornimenti, la città fu finalmente catturata, e così duramente saccheggiata e distrutta, che le sue stesse rovine a stento potevano essere distinte un centinaio di anni più tardi. Altre città vennero trattate allo stesso modo o si arresero, la più notevole tra queste ultime fu Milano, residenza dell'imperatore. La corte imperiale fuggì da Ravenna a Roma, e Ezio, senza i suoi alleati, non ebbe il coraggio di scendere in lizza.
Dopo la sua morte Attila divenne una leggenda, utilizzata per impressionare la fantasia, e alimentare il folclore delle età successive. Nel Niebelungenlied Ildico divenne Kiemhilde e Attila Etzel. Il suo genio, da solo, aveva tenuto insieme il labile tessuto del suo impero, e alla sua morte questo si dissolse, e quasi subito si ridusse in pezzi. Gli alleati soggetti, in particolare i Gepidi e gli Ostrogoti, si liberarono, e nella battaglia di Nedao, nel 454, i figli, più che litigiosi, di Attila furono decisamente sconfitti, ed Ellac, il più anziano, ucciso. Questa battaglia pose la fine, per sempre, al monolitico impero degli Unni, e anche se varie tribù di Unni vennero ancora menzionate periodicamente, non rappresentarono più alcun una seria minaccia per i romani.

Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia Chronica, a cura di U. Roberto, Berlino 2005, CXLIV - CXLVII

Attila Flagellum Dei ?, Atti del convegno internazionale di studi storici sulla figura di Attila e sulla discesa degli Unni in Italia nel 452 d.C., a cura di S. Blason Scarel, Roma 1994

J.B. Bury, "Justa Grata Honoria." Journal of Roman Studies, 9, 1919, pp.1-13.
Ch. Kelly, Attila e la caduta di Roma, Milano 2009








Teodosio II, busto marmoreo del Louvre, e probabile ritratto identificabile nel Colosso di Barletta
Solifo aureo di Valentiniano III
Galla Placidia, medaglione aureo della Bibliothèque Nationale de France
Particolare della Croce di Desiderio, Brescia Museo di Santa Giulia
Medaglione in vetro dorato, di epoca tardo romana inserito nella Croce di Desiderio; secondo l'opinione corrente rappresenta la nfamiglia imperiale d'occidente: Galla Placidia (al centro), Valentiniano (a sinistra) e Giusta Grata Onoria (a destra)