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Olle globulari o a fondo rastremato, con orlo svasato

Si tratta dei contenitori per cottura e da tavola in assoluto più diffusi in tutti
i contesti archeologici del Mediterraneo, sia che si tratti di grandi città che
di siti minori; si è gia parlato, in queste pagine, della produzione nord
africana (
http://www.badwila.net/pottery/marmitte/index.html) e di una
particolare produzione di provenienza orientale (le olle ad orlo verticale
http://www.badwila.net/pottery/orientali/index.html), importate in Italia
soprattutto in epoca tardo antica, per sopperire alla ridotta produzione
locale di materiali di pregio.
Ora è necessario render conto, in maniera molto sommaria, di quanto
viene prodotto in Europa occidentale e nelle regioni del mediterraneo
orientale, dando, tuttavia, la premessa che non sempre questo materiale è
oggetto di commerci e, quindi, non necessariamente può essere presente
in siti italiani.
Va detto in premessa che l'olla con orlo svasato rappresenta la forma più
comune realizzata per uso domestico, soprattutto per la cottura dei cibi; la
forma globulare del contenitore, per lo più priva di piede, o con fondo
variamente realizzato, consentiva di appoggiarlo direttamente sulle braci
del focolare domestico.
Laddove era presente un locale apposito per la preparazione delle vivande,
ad esempio nelle ricche domus cittadine come nelle ville rurali, è
documentato invece l'utilizzo di recipienti di altro tipo, come casseruole
cilindriche o ampi contenitori aperti, sia in ceramica che in metallo, più
adatti ad essere appoggiati sui piani di cottura.
Da questo punto di vista il contesto italiano maggiormente rappresentativo,
oltre ovviamente alle città della zona vesuviana, è la villa di Settefinestre, nell'entroterra di Cosa, la cui ampia documentazione di ceramiche da
mensa, dispensa e da cucina, copre praticamente tutto il periodo di frequentazione del sito, dal I sec. a.C. al II sec. d.C., e, per quanto riguarda le olle da fuoco, presenta circa 25 varianti tipologiche, molte delle quali in uso contemporaneamente tra loro.
In questo contesto, come in altri, il materiale rinvenuto appartiene a
produzioni di ambito locale o comunque regionale; spesso la diffusione
ampia di forme, lavorazioni o argille particolari presuppone l'esistenza di
piccoli commerci o mercati ambulanti in aree più o meno estese.
E' questo il caso dell'Etruria o dell'area Padana, fin dai primi secoli
dell'impero, con la diffusione della piccola e media proprietà fondiaria e la
nascita dei primi latifondi, sbocco naturale per queste produzioni.
Le produzioni estese su grandi aree, per lo più rurali, o intere regioni
possono poi presentare svariate tecniche di lavorazione, che non
necessariamente presuppongono la provenienza da fornaci diverse; ad
una analisi accurata va certamente escluso l'appellativo, ricorrente, di
oggetti frutto di una "tecnica povera"; vi si riscontra, la contrario, la foggiatura al tornio veloce, a quello lento, a mano o con la tecnica dell'impasto, con diverse finiture e lavorazioni della superficie, che può presentare decorazioni incise o finitura a stecca parziale o totale.
Il ruolo marginale che rivestono queste ceramiche dal punto di vista dell'inquadramento cronologico, ha fatto sì che la loro produzione sia stata poco indagata, sia per l'epoca romana che per quelle successive; in questo modo l'idea di una produzione "domestica", limitata a pochi periodi dell'anno, a complemento delle attività agricole, rimane a livello puramente ipotetico.
In parte diverso il discorso per quanto riguarda le grandi città e soprattutto Roma. Quest'ultima, per tutta l'epoca imperiale, rappresenta l'immenso mercato di se stessa; se a partire dal II secolo d.C. iniziano ad apparire contenitori da fuoco di importazione (l'africana da cucina ad esempio),
lo si deve al fatto che esistevano già importanti rotte commerciali aperte fra la capitale dell'impero e le province maggiormente produttive (l'Africa e la Spagna soprattutto), destinate al rifornimento di olio e cereali. In questo caso le ceramiche d'uso comune rappresentavano una merce secondaria che, in piccole quantità, trovava spazio nelle navi onerarie, ma che non alterava minimamente la produzione e il mercato locali, rimasti fiorenti fino a tutto il IV secolo.
Nella prima età imperiale, nonostante la presenza di atelier per la
produzione di ceramiche fini da mensa nel sud della Gallia, i commerci
verso i mercati italiani sembrano escludere del tutto le merci di basso
pregio, tra le quali, appunto, le ceramiche da cucina. Nei secoli I e II la
produzione di ceramiche da fuoco in Gallia è ampiamente documentata
con forme per lo più ricorrenti anche tra località molto distanti tra loro;
forme tra le quali predomina proprio l'olla ad orlo svasato, globulare o
a fondo troncoconico o carenata, dalla superficie liscia o decorata con
motivi a stampo o a pettine.
Lo stesso discorso vale per la vicina Spagna; gli atelier della provincia
producono una classe di ceramiche fini da mensa che nel I e II secolo sono oggetto anche di un limitato commercio; tuttavia le produzioni locali di minor pregio non entreranno mai a far parte dei flussi commerciali con l'Italia che pure rimangono fiorenti fino alla metà del III secolo d.C. e che non si interrompono mai del tutto, anche in età tardo antica, come dimostra l'ampia presenza di anfore ispaniche in Italia fino al VI - VII secolo.
Una considerazione basta per ribadire quanto sopra: la completa assenza,
in Italia, di due tipiche produzioni diffuse nel territorio della Gallia, grosso
modo per tutta l'epoca imperiale: le olle d'impasto e i vasi tripodi (Bols
Tripodes), che caratterizzano la produzione di quasi tutti gli atelier noti. La
diffusione della ceramica d'impasto copre un'area vastissima che abbraccia
anche le isole britanniche; le caratteristiche della produzione sono la foggia
grossolana, le pareti dei contenitori necessariamente spesse e l'argilla
spesso ricca di inclusioni e fortemente micacea. Tuttavia non manca una
certa raffinatezza data dalle decorazioni, graffite o realizzate a stecca sulla
superficie asciutta.
Il mondo ellenico, durante tutta l'epoca imperiale, mantiene rilevanti
rapporti commerciali con l'Italia, attestati da una serie di contenitori da
trasporto dalle forme ben note (Capitan 2, Late Roman 3, Late Roman 2,
etc.), tuttavia parte di tali flussi commerciali, anche e soprattutto in epoca
tarda, sono riservati a prodotti di pregio, probabilmente olii pregiati,
profumi, salse alimentari, per cui erano impiegati piccoli contenitori
sporadicamente attestati anche in Italia, genericamente indicati come
"Late Roman Unguentaria", la cui provenienza dall'area orientale del
Mediterraneo è attestata unicamente dalle argille impiegate.
Nell'ambito della ceramica da cucina l'olla globulare è bene attestata  dall'epoca ellenistica a quella tardo imperiale, in numerosi siti come l'Agora  di Atene o Gortina, con forme, semplici o ansate, che non si distaccano da quelle presenti in altre regioni del Mediterraneo.
In Grecia la comparsa delle olle globulari, con orlo svasato indistinto dal corpo e anse a gomito, nel corso del II secolo a.C., si inserisce nelle
produzioni più antiche ed ellenistiche; rimane invariato il tipo di argilla  impiegata, rossa, grossolana e con grandi inclusi chiari. In  questo caso la produzione di olle globulari rappresenta un  attardamento delle forme.
La produzione, con forme sostanzialmente simili, è documentata in diversi centri continentali e dell'Egeo (Argo, Creta, Gortina, Knosso, Samo) e più a nord fino in Albania, fino al V - VI secolo d.C.; sulla base delle argille impiegate, sostanzialmente identiche, si ritiene possa trattarsi di produzioni locali. Anche in questo caso la superficie esterna si presenta, oltre che annerita, rifinita a fitte scanalature orizzontali, secondo una tradizione che sembra essere comune nella parte orientale del bacino del Mediterraneo.
Analogamente alla ceramica africana, anche quella importata a Roma dalle regioni del Mediterraneo orientale sta testimonia dei rapporti commerciali
"privilegiati", che comportavano l'importazione, oltre che di derrate alimentari, anche di prodotti di pregio e vasellame d'uso comune. In questo caso l'area siro-palestinese sembra ricoprire un ruolo particolare fino
alla prima età bizantina, ed almeno fino alle invasioni arabe che precludono queste regioni dall'orbita commerciale romano bizantina.
Nella loro area di produzione queste olle, o Jarre, sono presenti dall'epoca tardo romana o proto bizantina, al primo periodo Homeyade, con un particolare picco nella produzione tra  il VI secolo e l'inizio del VII; durante l'intero arco di tempo la morfologia e  le caratteristiche tecniche sembra non mantenersi immutate.
L'argilla è quella tipica del periodo bizantino, di colore rosso, a volte
granulosa ma ben depurata; gli stessi esemplari possono presentarsi con la
superficie  liscia o con decorazioni incise a pettine; costante è la presenza
di fitte striature orizzontali sotto la spalla. Più rara è la presenza di motivi
dipinti in bianco.
In alcuni centri maggiori, come Pella, alcune forme vengono prodotte ininterrottamente fino all'VIII secolo, in periodo abasside.
Da queste regioni giungono olle biansate con breve orlo svasato, presenti
anche in siti siriaci, dalla superfice liscia o decorata a pettine, caratterizzate
dalle grandi anse dal profilo complanare  all'orlo, ampia spalla carenata e
Olle di provenienza medio orientale nel deposito di VI - VII secolo della Crypta Balbi a Roma
Olle della prima età imperiale dalla villa romana di Settefinestre
Olle tardoantiche da Gorzano (Modena)
Olle abbruzzesi di epoca romana e tardo romana
Olla da fuoco dall'Ile de la Cité a Parigi
Olle da fuoco di II sec. a.C. (in alto) e di IV sec. d.C. (in bassi), da Gortina
Olle di epoca bizantina e Hommayade da Gerasa (Giordania)
Olle di IV secolo dal relitto di Yassiada (Turchia)

fondo piano privo di piede; nonostante la varietà di argille e colorazioni, che sta ad indicare la provenienza da diversi  centri di produzione, uno dei tratti comuni di questa produzione è il rivestimento della superficie esterna con vernice ocra o grigia.

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