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Ceramica comune sopradipinta in rosso: l'atelier romano del IV e V secolo

La tradizione che vede la copertura integrale o parziale dei contenitori in ceramica con vernice rossa, più o meno densa, risale alla prima epoca imperiale con le produzioni a pareti sottili e poi le brocche da mensa e dispensa tipo La Celsa n. 17 e tipo Tavolini 34 e 39, con corpo ceramico chiaro, nella tradizione locale, e copertura della parte superiore con vernice rossa lucida che presenta estese colature interne ed esterne (Olcese 2003, tavv. XXV e XXVI; Pavolini 2000, pp. 112 - 113 e 119 - 120) datate tra I e II secolo d.C. (
n. 1). Il centro di produzione, o almeno uno dei centri, è stato individuato nelle stesse fornace situate sulla via Flaminia (loc. La Celsa), scavate alla metà degli anni '80; si ipotizza, tuttavia, che possano essere state prodotte anche nell'agro romano e ad Ostia.
Mentre queste produzioni, che sembrano diminuire nel corso dell'epoca imperiale, riflettono una tradizione formale locale, in epoca tardo imperiale le fornaci ancora attive a Roma e dintorni reagiscono all'invasione delle ceramiche africane e orientali con una produzione "economica" basata sulle imitazioni del vasellame da mensa e contenitori chiusi, da mensa e dispensa.
Questo che si può definire Atelier romano del IV e V secolo, presenta in realtà una produzione diversificata che va dai contenitori aperti e chiusi da mensa, alle lucerne ad altri contenitori di tipo particolare. Non sono noti i centri di produzione che, tuttavia, potrebbero situarsi sul Gianicolo (ma i dati degli scavi in questa zona, svoltisi per lo più all'inizio del XX secolo, sono quasi del tutto inaccessibili).
Le caratteristiche tecniche dei manufatti si possono riassumere in una notevole qualità del corpo ceramico, di colore beige
chiaro o bruno, ben depurato, con copertura in vernice
rossa o bruna, applicata certamente per immersione del
pezzo, che a cottura ultimata risulta molto coprente e a
tratti lucida .
La conoscenza di questa produzione, del tutto soverchiata
dalle importazioni di vasellame africana, è limitata dalla
scarsa conservazione dei manufatti (si veda la brocca
monoansata proveniente dalla Basilica Hilariana, presso l'Ospedale Militare del Celio,
n. 2); tuttavia a Roma una
gran quantità di manufatti provenienti dall'Atelier romano
è nota grazie al loro utilizzo nell'ambito dei cimiteri
sotterranei cristiani; si può anzi affermare che parte della produzione in questione fosse destinata proprio all'utilizzo
come "corredo" nelle sepolture dell'epoca.
Si tratta di vasetti, caratterizzati da forme molto diverse fra
loro, accomunabili nella categoria dei manufatti
"miniatirustici", di dimensioni estremamente ridotte, spesso
anche di fattura trascurata, cosa che li rende inadatti a
qualunque utilizzo (
nn. 3, 4, 5, 6). Si aggiunga poi che i
contesi di  rinvenimento sono "sempre" quelli catacombali;
in questi ambiti vengono rinvenuti nell'interno delle
sepolture o inseriti nella malta con cui erano sigillati i loculi
(
n. 10);  unica eccezione la fialetta n. 9, inedita, rinvenuta
in una delle tombe della basilica circiforme della via
Ardeatina, scavata  alla metà degli anni '90 (Fiocchi
Nicolai et alii, 1995 - 96),  per la quale non esistono
confronti certi.
In questo ambito la forma maggiormente diffusa sembra
essere il vasetto globulare con orlo verticale indistinto,
piccolo piede troncoconico e due grandi anse ad anello,
la cui attestazione si deve soprattutto ai numerosi
rinvenimenti, anche recenti, nell'Area Callistiana e a San Sebastiano sulla via Appia Antica (
n. 3).
Dagli stessi ambiti di rinvenimento provengono anche la
maggior parte delle lucerne romane tipo Bailey S 1, S II
ed S III, imitazioni delle forme africane Atlante I VIII e X,
che per le caratteristiche del corpo ceramico e del
rivestimento, mostrano di provenire dal medesimo Atelier
(
n. 7); le lucerne tuttavia, proprio per il loro utilizzo
comune, hanno avuto una diffusione più capillare
(parallelamente a quelli in Sigillata Africana) e si rinvengono anche anche in numerosi contesti urbani.
I manufatti riconducibili a quello che si è definito Atelier
Romano del IV e V secolo non sono ovviamente gli unici attribuibili a questo ambito cronologico; anche se con
minori attestazioni altri centri di produzione dovettero
essere attivi a Roma, come dimostrano i rinvenimenti
urbani (Clivo Capitolino, Celio, Cripta Balbi) ed
extra urbani (Vigna Chiaraviglio). Questi mostrano,
piuttosto l'evoluzione della produzione della
ceramica dipinta nei secoli successivi (V e VI
soprattutto), quando questa sembra decisamente
rarefarsi e scadere notevolmente nella qualità; a
questo proposito si vedano i manufatti di corredo
dalle sepolture dell'esedra della Cripta balbi (V - VI
secolo), caratterizzati ancora da argilla bruna o
beige di buona fattura ma con copertura in vernice
rossa estremamente diluita, poco coprente se non
addirittura a macchie (Saguì 1993), e l'olletta,
monoansata dalla catacomba dell'ex Viglnia
Chiaraviglio, caratterizzata dal corpo ceramico grezzo con copertura in vernice diluita data a pennello (Tommasi 1999),
n. 8


G. Olcese, Ceramiche comuni a Roma e in Area Romana: produzione, circolazione e tecnologia (Tarda età repubblicana - prima età imperiale), Documenti di Archeologia 28, Mantova 2003

C. Pavolini, Scavi di Ostia, XIII. La ceramica comune: le forme in argilla depurata dell'antiquarium, Roma 2000

V. Fiocchi Nicolai et alii, La nuova basilica circiforme della Via Ardeatina, Rendiconti della Pontificia Accademia di Archeologia, vol. LXVIII, 1995 - 1996, pp. 69 - 233

H. Di Giuseppe, Ceramica comune da mensa e da dispensa acroma e dipinta, in: Roma dall'antichità al medioevo nel Museo Nazionale Romano Cripta Balbi, Roma 2001, pp. 181 - 182

M. Barbera, Lucerne, in: Roma dall'antichità al medioevo nel Museo Nazionale Romano Cripta Balbi, Roma 2001, pp. 184 - 193

B. Ciarrocchi et alii, Le "imitazioni" della sigillata africana e le ceramiche da mensa tardo italiche, in: Ceramica in Italia: VI - VII secolo, a cura di L. Saguì. Atti del convegno
in onore di J.W. Hayes, Roma 11 - 13 maggio
1995, Firenze 1998, pp. 83 - 100

R. Marconi Casentino, L. Ricciardi, Catacomba di
Commodilla. Lucerne ed altri materiali dalle gallerie
1, 8, 13,  Roma 1993, fig. 11

L. saguì, Cripta Balbi (Roma): conclusione delle
indagini archeologiche nell'esedra del monumento
romano. Relazione preliminare, Archeologia
Medievale, XX, 1993, pp. 409 - 418, fig. 7

F. Tommasi, Ceramica d'uso comune, in: Recenti
indagini nella Catacomba della ex Vigna Chiaraviglio
sulla via Appia Antica. Relazione delle campagne di
scavo nella regione E (1994 - 1996), a cura di R.
Giuliani, Rivista di Archeologia Cristiana, LXXV, 1999, pp. 95 - 231, pag. 171, fig. 44 b





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