Le memorie altomedievali di San Pietro a Roma:
la cattedra vaticana e la “Sede ubi prius sedit”


Il culto per i martiri romani, cresciuto enormemente a partire
dal IV secolo d.C., e la forte attrattiva che questi esercitavano
sulle folle di pellegrini che affluivano nella città, favorirono molto
presto la nascita e la diffusione di racconti leggendari, quasi del
tutto infondati, che tuttavia alimentavano la devozione popolare
e facevano di Roma un formidabile polo di attrazione, forse
secondo solo a Gerusalemme.
Ad alimentare questo fenomeno contribuì, principalmente, la
generale mancanza di notizie storiche attendibili sui martiri romani,
a cominciare dagli Apostoli Pietro e Paolo, e, al tempo stesso,
la necessità da parte della chiesa di far sì che quei personaggi
costituissero degli “esempi” universali per virtù e fede. In questo
senso si spiega la grande fioritura di “Acta” e “Passiones” leggendarie, che prende l'avvio già nel II secolo d.C. con gli atti apocrifi degli Apostoli, ed esplode nel V secolo con le storie leggendarie ed edificanti fiorite intorno alla moltitudine dei martiri venerati a Roma.
Lo stesso moltiplicarsi del numero di questi ultimi,
evidente se si considera la relativa stringatezza del
primo Martirologio Romano, quella “Depositio
Martyrum
” contenuta nel “Cronografo Romano
del 354”, è una conseguenza di questo fenomeno.
Molto presto, infatti, si iniziò a considerare
“martiri” tutti coloro che erano sepolti nei cimiteri
suburbani, ed infatti le guide per i pellegrini, scritte
nel VI - VII secolo, parlano regolarmente di
“moltitudini” di martiri, le cui sepolture riempivano
tutti gli ambienti sotterranei cimiteriali, divenuti
così  dei vastissimi spazi di culto.
Va detto, per inciso, che la chiesa non si oppose
mai a questo fenomeno, favorendo semmai la
circolazione di notizie infondate, e ricavandone, al
tempo stesso, un notevole profitto.
Molte di quelle pie leggende saranno certamente
andate perse perché nessuno ebbe la prontezza di
metterle per iscritto e tramandarle, mentre di altre
rimane solo un pallido ricordo. Una di queste
riguarda le memorie relative alla permanenza di
San Pietro a Roma ed al suo apostolato.

Negli anni tra il 590 e il 604 d.C. un pellegrino
di nome Giovanni, forse un Presbitero, dopo aver
devotamente effettuato il giro dei principali
santuari martiriali di Roma, ripartiva alla volta
di Monza (allora capitale del regno Longobardo)
con un prezioso carico da recare alla regina
dei Longobardi Teodolinda, di recente
convertita al cristianesimo romano.
Il carico consisteva in una serie di ampolle di
vetro nelle quali aveva raccolto alcune gocce
dell'olio che ardeva nelle lampade che
illuminavano i sepolcri dei più venerati martiri
romani; sepolcri che in quel periodo erano
ancora nelle loro sedi originarie, vale a dire
nelle cripte sotterranee ricavate nell'ambito
delle catacombe. Ingrandite ed arredate con
marmi, affreschi e mosaici fin dalla metà
del IV secolo, alcune di quelle cripte erano
allora delle vere e proprie basiliche ipogee
o semi ipogee; vi si svolgevano liturgie
ad corpus” e processioni, ma soprattutto,
vi convergevano  un gran numero di pellegrini
provenienti dall'Italia e dal resto dell'Europa.
Quegli ambienti erano illuminati da lampade ad
olio, a volte di raffinata fattura, ed era
convinzione comune che quell'olio, per la
sua vicinanza ai sepolcri venerati, conservasse
parte del potere salvifico dei resti umani che
vi erano conservati, così come qualsiasi altro
oggetto che venisse posto a contatto si di essi
(le c.d. Reliquie “ex contacto”).
Il presbitero Giovanni raggruppò le preziose
ampolle con un criterio sommariamente
“topografico”, ovvero a seconda del cimitero
da cui provenivano gli oli in esse contenuti, e a
ciascun gruppo appose una striscia di papiro
(“Pittacium”) con l'indicazione dei martiri venerati in quel particolare cimitero. A parte redasse, poi, un indice generale di tutti i martiri che aveva visitato  nel suo giro intorno alla città (“Index Oleorum”).

Il Muratori (Ann.It., 1750, vol. IX, pp. 131-132), riporta quello che potrebbe essere l'antefatto della raccolta di reliquie effettuata a Roma dal presbitero Giovanni, evidentemente con l'avallo del pontefice Gregorio Magno; vale a dire la fondazione della basilica di S. Giovanni Battista, a Monza, voluta dalla stessa Teodolinda, per la quale Gregorio stesso avrebbe provveduto all'invio delle reliquie da Roma. Lo storico monzese del XIV secolo Bonincontro Morigia, nel suo “Chronicon Modoetiense”, riporta l'iscrizione dedicatoria originale che al suo tempo era ancora visibile sul posto: “Offret gloriosissima Theodelinda regina una cum filio suo Adoaldo rege ipsa die in qua in presentia patris coronatus es tibi, Sancto Joanni patrono suo de dono Dei et de dotibus suis”. Tra i doni in questione erano compresi, evidentemente, anche i preziosi oli provenienti da Roma.
Al tempo del Morigia le ampolline con gli oli erano conservate, a mò di vere e proprie reliquie, in un arca marmorea posta dietro l'altare maggiore (v. anche Anton Francesco Frisi, Memorie storiche di Monza e sua Corte, tomo I, Milano 1794, cap. IV, Del dittico, ossia papiro, e degli altri doni mandati da S. Gregorio Magno a Flavia Teodolinda regina de' Longobardi, pp. 20-36; l'intero “Index Oleorum Sacrorum” si può leggere, nella disposizione originale, in Jean Mabillon, Praefationes in Acta sanctorum ordinis sancti Benedicti conjunctim editae. Ejusdem dissertationes VI. Accedit in hac editione Philippi Bastide, ed. Sebastianum Coleti et Josephum Bettinelli, Lione 1740, pp. 580-582)

Questa serie di testi manoscritti, ancora oggi conservati insieme alle ampolle originarie nel Museo del Tesoro della cattedrale di Monza, sono ben noti agli studiosi di archeologia cristiana e medievale, anche se il loro valore documentario e topografico è pressoché nullo: è facile riconoscere, infatti, come il devoto pellegrino abbia a volte confuso i cimiteri presenti sulla stessa via, nonché elencato e raggruppato i martiri venerati in maniera non rispondente alla realtà.
Tuttavia rispetto agli altri itinerari romani del VI e VII secolo, ben più preziosi dal punto di vista topografico, uno dei “Pittacia” redatti dal pellegrino monzese inserisce una indicazione topografica originale ed altrimenti del tutto sconosciuta.
Questo è il testo del papiro confrontato con il frammento dell' “Index Oleorum” relativo allo stesso gruppo di martiri:
La Notula Oleorum nell'edizione di J. Mabillon
Pittacia Ampullarum

"Sedes ubi prius sedit scs Petrus"
"ex oleo scs Vitalis"
"scs Alexander"
"scs Martialis"
"scs Marcellus"
"scs Silvestri"
"scs Felicis"
"scs Felicis"
"scs Filippi et aliorum multorum scorum"



Index Oleorum

Sedes ubi prius sedit scs Petrus
scs Vitalis
scs Alexander
scs Martialis
scs Marcellus
scs Silvestri
scs Felicis
scs Felicis
scs Filippi et aliorum mult scor
Come si può notare Giovanni visitò un luogo del suburbio romano dove veniva mostrata ai fedeli la “Sedes ubi prius sedit Sanctus Petrus”; il fatto, poi, che il “Pittacium” relativo riunisca una serie di martiri che, secondo gli altri itinerari, facevano capo ai cimiteri della via Salaria dove erano sepolti alcuni importanti vescovi romani, lascia intendere che la memoria in questione sia da localizzare nel medesimo contesto.
Al di la dell'effettivo valore topografico della breve notizia, il documento in se testimonia dell'esistenza, a Roma all'inizio del VII secolo, di due distinte memorie relative alla permanenza di San Pietro nella città. Due memorie, per giunta, ben distinte tra loro anche dal punto di vista topografico, dal momento che quella principale si trovava, notoriamente, in Vaticano, mentre questa, ben distinta, era indicata nella regione tra le vie Salaria e Nomentana, ad una considerevole distanza da Roma.

Tuttavia il pellegrino monzese della fine del VI secolo non è l'unico autore a riferire la notizia di una memoria (o leggenda) legata a San Pietro, diversa da quella del Vaticano. Circa un secolo prima gli atti apocrifi di Liberio e Damaso (Migne, P.L. vol VIII, col. 1391), alludono ad un cimitero dell'agro romano dove l'apostolo avrebbe, anticamente, amministrato il battesimo.
Nel testo è riferito un dialogo immaginario tra Liberio papa, allora esiliato “in Coemeterio Noellae via Salaria ab Urbe Roma miliario III” ed il suo vicario Damaso, circa le disposizioni da prendere per il battesimo solenne da amministrare nella prossima Pasqua; rito che il papa, bandito dalla città, non avrebbe potuto celebrare nel modo e luogo consueti.
Damaso, considerata la particolare situazione, e gli esempi dell'età evangelica, conclude: “piuttosto conviene battezzare in un fiume o in una palude” [in fluminibus et in palubdibus oportet baptizare]. Liberio concordò con tale prospettiva, ed il testo prosegue: “non lontano dal cimitero di Novella si trovava, allora, il cimitero Ostriano, dove anche Pietro Apostolo aveva battezzato” [erat enim ibi non longe a coemeterio Noellae cymiterius Ostrianus ubi Petrus apostolus baptizavit]. In quel luogo, dunque, Liberio poté battezzare nella Pasqua quattromila e più persone.
Come per molti altri testi leggendari, redatti a solo scopo devozionale nei secolo V e VI, anche a questi atti apocrifi di Papa Liberio (Gesta Liberii) viene comunemente attribuito un certo valore, perlomeno dal punto di vista topografico; se si data il testo all'inizio del VI secolo, infatti, è probabile che l'esistenza di questo luogo fosse ancora nota alla popolazione e verificabile. 
Secondo gli autori del VI secolo, dunque, il cimitero Ostriano non era lontano dal cimitero di Novella; questo, come riporta il Liber Pontificalis, sarebbe stato “fondato” da papa Marcello nel 308, sulla via Salaria, forse per supplire all'emergenza causata dalla confisca degli altri luoghi di sepoltura comunitari avvenuta nel corso della persecuzione di Diocleziano (“Hic fecit cymiterium Novellae via Salaria et XXV titulos in urbe Roma constituit quasi diœcesis propter baptismum et pœnitentiam multorum qui convertebantur ex paganis et propter sepulturas Inartyrum”); dal momento che nei testi successivi la sepoltura di Marcello viene indicata nell'ambito delle catacombe di Priscilla, è probabile che i due luoghi non fossero distanti tra loro.
Per spiegare quel “non longe” degli Atti di Liberio, diversi autori, tra la fine dell'800 e i primi del '900, hanno proposto di localizzare l'Ostriano nel territorio compreso tra le vie Salaria e Nomentana; in considerazione poi della circostanza (credibile in quanto riportata nel Liber Pontificalis), che Liberio risiedeva, in realtà, nei pressi del cimitero di Agnese (Rediens autem Liberius de exilio, hdbitavit in cymiterio sanctae Agnae apud Germanam Constanti Augusti... Ornavit de platomis marmoreis sepulcrum sanctae Agnae martyris), quindi sulla Nomentana, è stata ristretta l'area di ricerca nella fascia di agro romano compresa tra la chiesa di Santa Costanza (via Nomentana), ed il tratto della parallela via Salaria che fiancheggia Villa Savoia, senza mai giungere, tuttavia, ad una collocazione certa.
Nel medesimo lasso di tempo vi è poi la citazione contenuta nella Passione leggendaria dei martiri Papia e Mauro (inserita negli atti di papa Marcello), da cui risulta l'esistenza di un “Cymiterium ad nymphas Beati Petri ubi baptizabat”: “Quorum Corpora collegit noctu Iohannes Presbyter et sepelivit in via Numentana, sub die quarto calendarum februariarum, ad Nymphas B. Petri, ubi baptizabat” (Acta SS: Jan. Tomo II, pag. 7). In questo caso l'indicazione fa riferimento con certezza alla via Nomentana, anche se non viene relazionata a nessun elemento noto (chiesa o cimitero) della zona.
Se si considerano le sole tre testimonianze relative a questa, che fu certamente una pia leggenda destinata a focalizzare la devozione popolare, si deve concludere che proprio la più stringata (il papiro di Monza), risulta essere quella più attendibile; si tratta infatti di quella più tarda, frutto di un testimone oculare, e che, in un certo senso, arriva a confermare le vaghe indicazioni contenute nelle due leggende agiografiche scritte circa un secolo prima. Se poi tali notizie vengono a loro volta incrociate con le uniche indicazioni topografiche attendibili (quelle desunte dal Liber Pontificalis), il luogo dove era indicata ai pellegrini questa antichissima cattedra e la fonte dove l'apostolo avrebbe battezzato, va situato nella regione compresa tra le vie salaria e Nomentana, forse più vicina alla via Nomentana, ad una distanza di circa tre miglia da Roma.
Il racconto relativo alla sepoltura di Papia e Mauro, infine, fornisce una localizzazione più precisa, dal momento che diversi elementi, storici e archeologici, indicano le loro sepolture nel c.d. Cimitero Maggiore (Coemeterius Maius), lungo la via Nomentana, all'altezza dell'attuale quartiere Trieste. La prima menzione della catacomba è nel Martirologio geronimiano, risalente alla metà del V secolo, laddove sono menzionati i martiri del 16 settembre, che vennero sepolti, appunto, “in cimiterio maiore” sulla via Nomentana. Con questo stesso nome il cimitero compare anche in altre fonti dell’Alto medioevo.
Nessun documento liturgico romano a conservato traccia di una celebrazione legata ad una “Cathedra Petri” diversa da quella vaticana, quindi non è dato sapere se, ad esempio, i fedeli si riunissero sulla Nomentana in una certa data per celebrarla; quello che appare certo è che la memoria di questo luogo venerato dovette perdersi nel giro di due secoli al massimo, e la stringata citazione del pellegrino monzese ne è, a tutti gli effetti, l'ultima testimonianza.
Per un quadro delle fonti relative a questa memoria “petrina” a Roma, ritengo che l'ultimo contributo esauriente a cui far riferimento sian ancora quello di U.M. Fasola, “Natale Petri de Cathedra” e la memoria di S. Pietro nella ragione Salario-Nomentana, in: ”Saecularia Petri et Pauli”, Conferenze per il centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo tenute nel Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, Città del Vaticano 1969, pp. 107 - 128.

L'origine e la natura di questa memoria della Cathedra Petri localizzata sulla via Nomentana, hanno dato adito ad un lungo dibattito storico ed archeologico, che, nelle sue conclusioni tracciate dal Fasola nel 1969, è giunto ad ipotizzare un collegamento tra la memoria petrina della Nomentana e la festa, istituzionalizzata fin dalla prima metà del IV secolo, del 22 febbraio: “VIII Kal. Martias. Natale Petri de cathedra”, inserita nel Cronografo Romano dell'anno 354
Si ritiene anche che questa festa, che non si celebrava in nessuna basilica o cimitero della città, fosse una “cristianizzazione” delle celebrazioni e dei banchetti funebri che si svolgevano di solito a febbraio; in quel mese infatti i romani ricordavano i loro parenti defunti, e la lunga commemorazione si concludeva con una caristia o cara cognatio proprio il 22 febbraio, un banchetto in onore dei defunti, a cui partecipavano i parenti, anche per sottolineare l'unità e l'armonia della famiglia. In questi banchetti solitamente si allestiva un seggio (cathedra) per sottolineare la partecipazione dei defunti stessi.

(La tradizionale festa romana in onore dei santi Pietro e Paolo - che nel cronografo è indicata il 29 giugno - in origine non si riferiva al giorno della loro morte, ma, forse, alla traslazione temporanea delle loro reliquie nelle catacombe di San Sebastiano sulla via Appia nell'anno 258: “III kal. Iul. Petri in Catacumbas et Pauli Ostense”)

Il “Natale Petri de cathedra” del 22 febbraio fu dunque istituito per commemorare il giorno in cui l'apostolo Pietro prese possesso della cattedra episcopale romana; in questo senso la cathedra rappresentava anche il magistero e il potere pastorale del vescovo, così come l'unità della Chiesa come famiglia spirituale nella fede, custodita dai successori degli apostoli. Il concetto è spiegato, proprio in questo senso, anche da Sant’Agostino in alcuni passi relativi a questa festa. In uno di essi afferma: “L’istituzione della odierna solennità ha preso il nome di Cattedra dai nostri predecessori per il fatto che si dice avere il primo apostolo Pietro occupato la sua Cattedra episcopale. Giustamente dunque le Chiese onorano l’origine di quella sede, che per il bene delle Chiese l’Apostolo accettò”. (Sermones 190, I; PL 39, 2100)
Circa un secolo dopo la sua istituzione, nel calendario redatto in Gallia da Polemio Silvio, la festa del 22 febbraio viene così descritta: “VIII. Depositio sancti Petri et Pauli. Cara Cognatio ideo dicta, quia tunc, etsi fuerint vivorum parentum odia, tempore obitus deponantur. Ventus aut tempestas”; in Gallia dunque la festività ricordava il martirio e la sepoltura degli Apostoli nel giornomdell'antica festa per i defunti che, evidentemente, era ancora celebrata.
In realtà, al di là delle assonanze e della probabile presenza di una “cattedra” (intesa come vero e proprio manufatto), non vi è nulla negli scarni documenti citati che suggerisca l'esistenza di una celebrazione liturgica sulla via Nomentana, in un ambiente di culto identificabile e in un preciso giorno dell'anno; anche se questo avveniva rimane il fatto che non ne è rimasta alcuna traccia nei documenti liturgici ufficiali della chiesa romana, a partire dal IV secolo. La stessa festa del 22 febbraio, così come è riportata nel Cronografo Romano del 354, non è localizzabile in nessun luogo preciso, nonostante il fatto che una presunta “cattedra” risalente all'epoca di Pietro fosse certamente venerata a Roma; forse già alla metà del IV secolo, ma con certezza nell'epoca in cui vennero redatte le guide per i pellegrini.
In realtà molti elementi di carattere storico ed archeologico, contribuiscono a far identificare il luogo in cui alla fine del VI secolo si venerava questa cattedra, con il “Coemeterium Maius” situato lungo la via Nomentana, circa tre miglia distante dalla città. Questa necropoli, sviluppatasi per lo più a partire dalla fine del III secolo e per tutto il IV, accolse diversi martiri romani venerati, tra cui Papia e Mauro, che, secondo i leggendari Acta Marcelli, vennero deposti “ad Nymphas B. Petri, ubi baptizabat”. La presenza di questi due martiri nel Maius è certa sulla base delle due iscrizioni “storiche” rinvenute all'inizio del '900, con la lista attendibile dei santi locali.
La seconda epigrafe venne incisa su una transenna marmorea che, una certa Patricia, fece apporre per voto, di fronte ai sepolcri venerati, tra la fine del IV secolo e l'inizio del V.
XVI. KAL. OCTOB. MARTVRO. PO[--]C. IN. CIMI
TERV. MAIORE. VICTORIS.FELICIS. PAPIANTIS.
EMERENTIANETIS. ET. ALEXANDRI

---[Alexa]NDRO. VICTO[ri][Maur]O. PAPIE.ET. FELICI
---PATRICIA---[vot]VM. SOLVIT
C.d. Croce di Teodolinda, Monza, Museo del Duomo
La cattedra lignea, parzialmente ricostruita ed integrata sulla base dei frammenti rinvenuti nel corso degli scavi nella Crypta Balbi a Roma, è un manufatto databile al VII secolo; quindi solo di poco posteriore ai testi agiografici che menzionano la memoria apostolica della via Nomentana
Gli atti apocrifi di Liberio, inoltre, definiscono “Ostrianus” il cimitero che conservava la memoria del battesimo celebrato da San Pietro, e quest'ultima circostanza ha indotto diversi autori, a partire da G.B. De Rossi, ad attribuire questa seconda denominazione al “Coemeterium Maius”.
Il fatto che la presenza di questa “reliquia” non sia stata registrata, poco meno di un secolo più tardi, dai redattori degli itinerari per i pellegrini, lascia supporre che questa pia leggenda, certamente inventata ad arte da qualche zelante presbitero locale, abbia presto dovuto soccombere di fronte alla memoria, ben più concreta, della “Petri Sedes”; secondo una interpretazione dell'epigrafe posta da papa Damaso nel battistero della basilica vaticana, il manufatto era stato posto in venerazione proprio in quell'ambiente, e da allora costituiva uno dei maggiori elementi di attrazione e venerazione della città.
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NON HAEC HVMANIS OPIBVS NON ARTE MAGISTRA
SED PRAESTANTE PETRO CVI TRADITA IANVA COELI EST
ANTISTES CHRISTI COMPOSVIT DAMASVS
VNA PETRI SEDES VNVM VERVMQVE LAVACRVM
VINCVLA NVLLA TENENT QVEM LIQVOR ISTITVITE LAVAT






Non con l'aiuto di potenza umana o secondo i dettami dell'arte,
Ma con l'intercessione di Pietro a cui sono affidate le porte del cielo,
Che il Pontefice Damaso ha relaizzato questo monumento.
Unica è la cattedra di Pietro, unico il vero battesimo.
Colui che si bagna in questa acqua è liberato  da ogni peccato.