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La grande pestilenza "giustinianea" e le sue ripercussioni
sulle vicende europee del VI secolo

Il mondo antico è stato attraversato, nel corso dei secoli, da ondate epidemiche
di minore o maggiore violenza, sulle quali si hanno notizie discordanti, a volte
precise ed approfondite, a volte solo fugaci. Si può affermare, comunque, che
determinati ceppi virali hanno lungamente convissuto con gli uomini, per migliaia
di anni, manifestandosi in maniera cruenta ogni qual volta le condizioni lo
permettevano.
Nonostante le difficoltà negli spostamenti e nella trasmissione delle notizie,
sembra certo che molte di queste ondate epidemiche siano giunte in Europa
dall'oriente e dall'Africa; veicoli di trasmissione sono stete, in ogni epoca, le guerre e le conseguenti carestie, eventi che causavano un repentino contatto tra uomini provenienti da terre diverse, spesso lontanissime, e, parallelamente, un generale indebbolimento degli individui dovuto alla difficoltà di approvigionamento, alla denutrizione e al peggioramento delle condizioni igeniche.
Quest'ultimo dato, tipico di ogni epoca della storia antica, è stato certamente all'origine di epidemie che solo per convenzione i testimoni dell'epoca hanno indicato come "pestilenze" ma che possono aver avuto altre caratteristiche; come nel caso di "pestilenze" endemiche presenti a Roma nell'alto medioevo, che possono essere ricondotte alle frequenti esondazioni del Tevere e all'infiltrazione di acque fogniarie nei pozzi utilizzati anche per bere.

Che le diverse ondate di peste bubbonica che hanno attraversato l'Europa in epoca storica siano partite dall'Egitto, era una circostanza nota agli stessi uomini del tempo, i quali, tuttavia, ignoravano del tutto quelli che potevano essere i veicoli del contagio.

Alcune fonti scritture egiziane risalenti a 2000 - 1500 prima di Cristo, parlano di una malattia epidemica che, per la prima volta in assoluto, e possibile identificare con la peste. Un testo medico del 1500 a.C. conosciuto come Papiro di Ebers identifica una malattia che "produce un gonfiore, in cui il pus si forma e si solidifica, ed ecco che la malattia ha colpito".
L'archeologa Eva Panagiotakopulu, studiando la fauna e la micro-fauna presente lungo la valle del Nilo in epoca classica, ha riscontrato una massiccia presenza di ratti e pulci, veicoli privilegiati per la diffusione del morbo
Secondo la Panagiotakopulu, il Nilo offriva un ambiente ideale per questi animali, ma non va sottovalutata anche la rapida urbanizzazione seguita al progresso della civiltà faraonica, la diffusa promisquità fra uomini e animali, e il fenomeno annuale delle esondazioni del Nilo; in queste occasioni l'habitat naturale veniva stravolto, ed è probabile chei roditori, con le pulci e i parassiti batterici, si spostassero in massa verso le abitazioni dell'uomo.
Le successive infezioni, diffuse in Europa in epoca classica, romana e alto medievale, stanno forse a dimostrare come un focolaio virale (o più di uno) in nord Africa, non si sia mai spento per secoli.

La provenienza del morbo era ben nota allo storico greco Tucidide (Libro II 47 - 53), che  descrive in maniera approfondita gli effetti dell'epidemia, nota come peste ateniese,  nel momento in cui colpì la città negli anni 431 - 430 a.C.; essendo allora in corso una guerra relativamente circoscritta come quella del Peloponneso, è da ritenere che il contagio sia giunto via mare, da terre dove il morbo era già presente, ed abbia facilmente attecchito ad Atene, città grande e popolosa in cui coesistevano tutte le condizioni per una sua repentina diffusione.
La descrizione fatta dallo storico ateniese, anche se lunga e dettagliata, non consente di identificare con certezza la malattia, e pertanto l'appellativo di "peste" o "pestilenza", che viene utilizzato, è puramente convenzionale.

Non si hanno notizie altrettanto precise circa la pestilenza del 165 d.C., scoppiata fra le truppe romane stanziate sul fiume Tigri, all'indomani della guerra partica condotta da Marco Aurelio.
Questa epidemia sidiffuse a seguito degli spostamenti dell'esercito romano, verso occidente, attraversò l'Italia e giunse fino alla foce del Reno, ed è il primo caso di pandemia su scala "europea" documentabile nella storia.
In epoca romana, e poi per tutto il medioevo, l'improvvisa apertura del Mediterraneo come rapida via di comunicazione e per il trasporto di grandi quantità di derrate alimentari, ha certamente fornito alle epidemie un formidabile veicolo di diffusione, ma non vanno trascurati, come gia accennato, fattori locali legati all'igene, alla promisquità tra uomini e tra uomini e animali, e alle frequenti carestie che accompagnarono i passaggio del mondo antico al medioevo.

Un testo tardo antico, trascritto da Giovanni Battista Cipelli Egnatio nel 1543, nel quale si vuole riconoscere il VI libro della Storia Nuova di Zosimo (andato parzialmente perduto), accenna alla situazione in cui si trovava Roma alla vigilia del saccheggio ad opera dei Visigoti di Alarico (410), ed afferma che la popolazione era stremata per la fame e le malattie. In quel caso, tuttavia, è probabile che l'autore alluda alla carestia causata dal blocco navale del Mediterraneo e del Porto di Roma che per settimane impedì il rifornimento di generi alimentari dall'Africa.

La cosiddetta peste "giustinianea" si diffuse nei territori dell'Impero bizantino, con particolare virulenza a Costantinopoli, tra il 541 e il 542, sotto il regno dell'imperatore Giustiniano, dal quale prese il nome. Dopo quella egiziana, di 2000 anni prima, questa è la prima grande pestilenza, su scala europea, attribuibile con certezza all'azione dell'agente patogeno Yersinia Pestis, sulla base dalla descrizione, particolareggiata ed approfondita, dello storico Procopio di Cesarea, contemporaneo e forse anche testimone oculare (
De Bello Persico XXII - XXIII). Sulla base delle modalità e rapidita della sua diffusione si è ipotizzato che il morbo possa identificarsi con la variante polmonare, molto più virulenta, il cui contagio avviene anche per semplice contatto tra persone. Se così fosse si tratterebbe della peste "nera", la stessa che colpì l'Europa nel XIV secolo, dato che anche gli effetti sociali e culturali furono molto simili.
Secondo Procopio il contagio ebbe origine dall'Egitto (precisamente dalla città portuale di Pelusio) e si diffuse rapidamente verso nord fino alla capitale, considerati anche i notevoli flussi di generi alimentari, soprattutto grano, che provenivano dal nord-Africa. Come in altri casi, il contagio fu dovuto parassiti veicolati dai ratti che certamente popolavano le stive delle navi onerarie.
Da Pelusio si diffuse rapidamente in tutto l’Egitto, raggiunse
Alessandria, la Palestina, la Siria e, nella primavera del 542 d.C.,
raggiunse Costantinopoli dove durò 4 mesi; non è nota, invece,una
eventuale sua diffusione verso est, oltre la Persia verso il Turkestan
e l’India.
Procopio riferisce che al suo culmine l'epidemia uccideva 10.000
persone al giorno nella sola Costantinopoli, una stima forse gonfiata
dallo stato generale di allarme (si è stimato comunque un bilancio
di circa 5.000 morti al giorno), arrivando comunque a decimare
circa il 40% della popolazione cittadina; guardando invece al
Mediterraneo orientale la riduzione di popolazione si stima attorno
al 25%. Uno degli aspetti più drammatici della pandemia, soprattutto
a Costantinopoli, riguardò la necessità di seppellire rapidemente,
ogni giorno, un gran numero di cadaveri. Come sottolinea Procopio,
dopo lo scavo di grandi fosse comuni nei dintorni della città
(ovunque vi fosse spazio disponibile), si arrivò a gettare i corpi in
mare o a "murarne" una gran quantità nell'interno delle torri lungo
un tratto periferico delle mura urbane.
Anche se lo storico bizantino non sembra sottolineare chiaramente questo aspetto, si ritiene che la peste possa avere influenzato anche l'andamento della Guerra gotica (535-553), dando agli Ostrogoti la possibilità di rafforzarsi durante la crisi degli avversari; probabilmente proprio la peste è stata una delle cause che impedirono una diffusa presa di possesso dei nuovi territori, che dovettero quasi essere lasciati a sé stessi, sia per la contrazione demografica dopo l'epidemia sia per la necessità impellente di difendere i confini orientali dell'impero, aprendo così la strada alla successiva invasione longobarda.

Ci sono poche notizie di prima mano, o riportate da cronisti medievali, circa la effettiva diffusione della peste "giustinianea" in Europa. Ancora Procopio in un breve passaggio alla fine del cap. XXIII delle "Guerre" afferma in maniera vaga che: "Tale fu il corso della pestilenza nell'impero romano, nel suo insieme, così come a Costantinopoli. Ma il morbo cadde anche sulla terra dei persiani, ed ha visitato anche tutte le nazioni dei barbari".

Una  successiva ondata epidemica si sarebbe diffusa nel 570 d.C. molto
verosimilmente tramite i porti di Marsiglia e di Genova. Questa volta fu
l’Occidente ad essere colpito più duramente, in special modo, l’Italia
settentrionale e parte della Gallia (Costantinopoli venne raggiunta da
questa ondata solo nel 573-574).
Altre ondate epidemiche (dal 580 al 582 d.C. e dal 588 al 591 d.C.)
interessarono ancora l'occidente.
Partite nel 580 d.C. dal porto di Narbona, queste nuove ondate del morbo
restarono tuttavia limitate alle regioni mediterranee della Spagna, della
Gallia e dell’Italia. La loro gravità fu considerevole, soprattutto in relazione
al fatto che i loro effetti andarono sommandosi a quelli della ventennale
guerra che aveva contrapposto l'esercito bizantino, con i Visigoti, i
Vandali e gli Ostrogoti in Italia, e le cui conseguenze sono ancora una
volta riferite da Procopio.
Lo storico, tuttavia non fa cenno dell'esistenza del morbo in Italia durante
lo svolgimento della guerra, e sulle eventuali conseguenze sugli eventi bellici; è del tutto probabile che il contaggio fosse giunto in Italia al seguito dell'esercito bizantino, proveniente da regioni gia colpite dalla pandemia. Procopio in un celebre passo delle "Guerre" tratteggia a tinte fosche lo stato delle terre dell'Italia centro settentrionale, ma solo in riferimento alla grave carestia, conseguente all'abbandono dei campi e delle altre attività produttive (
De Bello Gotico II, cap. XX).
Stando alle poche notizie disponibili la peste, o una forma di pestilenza, persisteva in Italia (o almeno in Italia settentrionale) ancora all'indomani della conclusione della guerra greco gotica (553) e alla vigilia dell'ingresso dei Longobardi sotto la guida di Alboino; nella stessa roma, poi, l'epidemia si sarebbe riaccesa alla fine del VI secolo (fino al 590), anche a causa dalle frequenti alluvioni causate dal Tevere.
Per il la seconda metà del VI secolo Paolo Diacono (Storia dei Longobardi, FV, II, 4, 6, 7.) riferisce dello scoppio di una grave pestilenza in Liguria, mentre per quanto riguarda Roma, oltre alle legende legate alla figura di Gregorio Magno, sappiamo dal Liber Pontificalis (LXV) che lo stesso Papa Pelagio II mori il 26 novembre 579 per aver contratto la "peste inguinaria, quae tota urbem invaserat". In questo caso l'allusione alla "peste inguinaria" rimanda, con molta probabilità, ad un focolaio, forse ancora attivo o recrudescente, della grande peste giustinianea.

L'immagine della peste o della pestilenza torna ad emergere ancora per diversi secolinell'immaginario collettivo, riproposta frequentemente dalle cronache, spesso posteriori, anche di secoli, agli avvenimenti narrati. Date le premesse è del tutto naturale che in un Europa attraversata da eserciti in guerra, difficoltà negli approvigionamenti alimentari e conseguenti carestie, si riaccendessero periodicamente anche focolai di peste, o altre malattie che gli uomini non erano in grado di distinguere.
Tuttavia l'immagine della pestilenza non tarda a diventare anche un artificio retorico, un'immagine evocata, anche se non presente a chi parla o scrive, con il solo scopo di rafforzare un idea o un concetto. E' il caso del discorso pronunciato da Agostino di York, riportato nella "Historia Ecclesiastica gentis Anglorum" di Beda (libro I - 32), rifderito all'anno 601 (die X. Kalendarum Iuliarum, imperante domino nostro Mauricio Tiberio piissimo Augusto anno XVIIII, post consulatum eiusdem domini anno XVIII, indictione IIII), nel quale il monaco inglese evoca i divedrsi segni che stavano ad annunciare l'imminente fine dei tempi (multa inminent, quae antea non fuerunt; uidelicet immutationes aeris, terroresque de caelo, et contra ordinationem temporum tempestates, bella, fames, pestilentiae, terrae motus per loca).
Tra questi non manca il riferimento alla pestilenza, oltre alla fame e le guerre, che certamente non dovevano mancare nella Britannia del VI - VII secolo; ma certamente il riferimento ai mutamenti del clima, le tempeste, i terremoti e i terribili segni dal cielo, fanno parte degli artifici retorici che molti autori cristiani utilizzavano dal III secolo, almeno, per evocare la decadenza del vecchio mondo e instillare la speranza (o la paura), di qualcosa di nuovo e imminente.

W. Rosen,  Justinian's Flea: Plague, Empire, and the Birth of Europe, New York Viking, 2007

L. K. Little., Plague and the End of Antiquity: The Pandemic of 541–750, New York, Cambridge University Press, 2007



Raffigurazione di una pestilenza nel codice Sercambi, Lucca, Archivio di stato
Immagine di una coppia di appestati dalal Bibbia di Toggenburg 1411
Tucidide
Immagine ingrandita del batterio Yersinia Pestis responsabile della peste bubbonica