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L'Italia ha bisogno di archeologi ?

Sul numero 10, Ottobre 2003, della rivista "Archeo", compare un breve
editoriale a firma del Prof. Daniele Manacorda, dal titolo assai intrigante:
"L'Italia ha bisogno di archeologi". Il testo prende l'avvio dal problema
che ogni anno attanaglia i molti studenti che si affacciano alle università
italiane, sulla scelta del corso di laurea da seguire, prosegue con una serie
di citazioni per spiegare l'intima connessione che (indubbiamente) esiste fra
conoscenza del passato e possibilità di guadare e programmare al meglio
il futuro, sul ruolo fondamentale che (indubbiamente) il passato e la storia
svolgono nella formazione di ogni individuo, e conclude affermando che
"la conoscenza del passato è una delle condizioni per traghettare verso
il futuro il bagaglio dei nostri valori. Ma per questo occorrono anche forze
e idee giovani che sappiano far fruttare il vecchio albero, e occorreranno
sempre archeologi e storici che - come un Giano Bifronte - conoscano il
passato per vedere il futuro".
Al di la dello sforzo retorico, assai lodevole, quanto affermato dal Prof.
Manacorda merita una replica, sia per l'autorevolezza dell'Autore, sia per
la risonanza data dal periodico utilizzato; dico questo sapendo che molto
difficilmente il Prof. Manacorda leggerà le parole che mi accingo a
scrivere ... ma questo non è un buon motivo per non scriverle.
Questo è, in linea di massima, il lavoro che si aspetta chi esce
dall'Università con la laurea in archeologia
Ho conosciuto il Prof. Manacorda alla metà degli anni '80, durante una
visita sul cantiere della Crypta Balbi a Roma; io ero allora un giovane
obbiettore di coscienza, lui già un nome di rilievo in campo accademico.
Mi chiedo, quindi, come mai in tutti questi anni il Prof. Manacorda non si
sia reso conto dello stato dell'archeologia in Italia e della condizione dei
giovani archeologi; il Prof. Manacorda afferma che "l'Italia ha bisogno di
archeologi" ... ma dovrebbe sapere benissimo che ogni anno le università italiane sfornano decine e decine di nuovi laureati nella disciplina ed altrettanti specializzati; quindi in realtà gli archeologi ci sono, ma dove sono ? E soprattutto ... come lavorano ?
Ho già raccontato per sommicapi la mia esperienza personale e quello che mi sembra essere oggi lo stato della professione; è anche possibile che la Toscana e le università di Pisa, Siena e Firenze, offrano un panorama diverso. Conosco per esperienza l'attività di ricerca che queste istituzioni svolgono da decenni, anche nel campo dell'archeologia medievale che è la mia specializzazione.
Ma non è questo il punto: non si tratta di sfornare più archeologi, ma di garantire, a quelli che già ci sono, un lavoro decente, una vita dignitosa, una realizzazione dal punto di vista professionale ... Chiedo troppo ?
Certamente il Prof. Manacorda rammenta bene certe "abberranti" iniziative prese, pochi anni or sono dal Comune di Roma e dalla Regione Lazio, per corsi di formazione rivolti a giovani disoccupati, i quali dovevano essere poi impiegati nella catalogazione e ricognizione sul terreno; e gli archeologi ?
Oggi, poi, con l'avanzato processo di "privatizzazione" esistente anche nel campo dei rapporti di lavoro tra professionisti e soggetti appaltanti la qualità del lavoro dell'archeologo è andata sempre più deteriorandosi; mi secca ripetermi ma le cose stanno così: non si investe più in ricerca, lo stato abdica su tutta la linea, si tagliano fondi alle istituzioni scientifiche, le università
smantellano cattedre ed insegnamenti, il comparto dei lavori pubblici rimane l'unica valvola di sfogo della "forza lavoro specializzata" rappresentata da tanti giovani laureati.
Se in Toscana, poi, le cose vanno diversamente, la cosa mi fa indubbiamente piacere, ma la Toscana non è l'Italia. Se poi parliamo di futuro della professione, non posso non guardare indietro negli anni e ripensare a quale fine abbiano fatto gli archeologi della mia generazione,
perlomeno coloro che io ho conosciuto; dopo l'euforico momento rappresentato dalla fine degli anni '80 i miei coetanei hanno, per un buon 70%, abbandonato praticamente la professione. Tra i miei diretti conoscenti solo 3 o 4 persone hanno avuto accesso alla carriera universitaria; praticamente solo chi poteva vantare su solidi appoggi "interni" (il classico calcio nel sedere). Non si contano poi le persone che, spinte dalla disperazione, hanno dovuto cercare un lavoro "vero" (per lo più si sono date all'insegnamento, finendo da un precariato ad un'altro), magari continuando ad occuparsi di archeologia nei ritagli di tempo. Io, che ho perseverato fino alla fine degli anni '90, credo di essere stato uno dei più "tosti". Infine ho conosciuto, e conosco, un ristretto "gruppo" di miei coetanei, che ancora perseverano nella libera professione, con pochissime prospettive per il futuro.

C'è bisogno di più archeologi, Prof. Manacorda ? Non ci sono già abbastanza disoccupati e sotto occupati in Italia ? Fossi in Lei riscriverei quell'editoriale con un diverso titolo: "L'Italia ha bisogno di strutture scientifiche, pubbliche e private che investano nel bene della ricerca e garantiscano il lavoro e il futuro ai molti archeologi oggi sotto occupati e male occupati".

Con ossequio

Badwila


Questo è, in linea di massima, il lavoro che si aspetta chi esce dall'Università con una  laurea in archeologia
Ma ormai nella maggior parte dei casi si ritrovano a dover "sopravvivere" con ... questo