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Roma nei secoli VIII - IX, nella descrizione dell'Anonimo Einsiedlense e degli itinerari altomedievali per i pellegrini

Dopo aver tratteggiato, soprattutto con l'ausilio di
importanti testi letterari contemporanei, l'aspetto della
parte orientale del Mediterraneo nel momento del
passaggio dall'antichità classica (o tardo antica) al
medioevo caratterizzato dall'avanzata dell'Islam, non
potevo non andare a cercare la testimonianza di qualcuno
che, nel medesimo lasso di tempo, abbia parlato di Roma
e ne abbia descritto l'aspetto.
Ho scelto un periodo che oscilla intorno all'epoca di Carlo
Magno (2 aprile 742 ? - Aquisgrana, 28 gennaio 814),
nonché ai pontificati di Giovanni VII (705 - 707),
Adriano I (772 - 795) e Leone III (795 - 816), in quanto
la maggior parte dei documenti altomedievali più
significativi fanno riferimento o sono stati compilati in
questo periodo.
La ricerca è iniziata dalla trascrizione di una delle più
celebri compilazioni, redatta verso la fine dell'VIII secolo
o all'inizio del IX, ovvero il cosiddetto Anonimo di
Einseldeln o Anonimo di Mabillon (dal nome del suo
scopritore, lo storico benedettino Jean Mabillon -
Saint-Pierremont, 23 novembre 1632 - Saint-Germain-
des-Prés, 27 dicembre 1707 - che lo rinvenne nell'abbazia
della cittadina di Einsiedeln, nel Canton Svitto, e lo
pubblicò nel tomo IV dei Vetera Analecta dell'anno
1685). Sopra un paio di fogli di pergamena l'autore di
questo testo annotò, su due colonne ma senza descriverli, i nomi dei principali monumenti romani, profani e cristiani, ordinati ai lati delle strade cittadine che si irradiavano alle porte urbane, e vi aggiunse i testi di iscrizioni copiate da monumenti e chiese, ancora leggibili al suo tempo, nonché una dettagliata descrizione delle mura urbane. L'anonimo autore della guida visse, secondo quanti hanno studiato il testo, all'epoca di Carlo Magno e dovrebbe aver visitato personalmente Roma ed osservato attentamente gli edifici da cui copiò molte iscrizioni (ho utilizzato l'edizione di G. Haenel: Der Regionär der Stadt Rom in der Handschrift des Klosters Einsiedeln, in: Archiv für Philologie und Pädagogik, Suppl. 5, 1837, pp. 132-138)
Uno tra i principali esegeti del testo, l'archeologo Christian Hülsen (Berlino, 29 novembre 1858 - Firenze, 19 gennaio 1935), ipotizzò che la descrizione topografica fosse in origine allegata ad una pianta della città, e che gli XI itinerari tratteggiati fossero in origine riportati graficamente su questa base cartografica. L'autore giunse a ricostruire questa planimetria, oggi perduta, ipotizzando che potesse trattarsi di una sorta di veduta di forma circolare, con le strade che si irradiavano da un “fulcro” centrale costituito dal colle Palatino o dal Colosseo.
Le molte edizioni critiche del testo, tra cui la più recente ed utilizzata in R.
Valentini, G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, III, Roma
1953, non tengono conto (per ovvi motivi) delle ultime scoperte
archeologiche circa i monumenti e la topografia di Roma antica, e questo
ha condotto gli autori verso conclusioni inesatte sulla dislocazione
degli itinerari nel contesto della rete stradale di Roma antica. Uno di
questi, Rodolfo Lanciani, nel suo contributo del 1891 contenuto nei
“Monumenti Antichi pubblicati per cura della Reale Accademia dei Lincei”
(L'Itinerario di Einsiedeln e l'Ordine di Benedetto Canonico), sbaglia
grossolanamente, ad esempio, nel delineare l'itinerario principale del
Campo Marzio - tra il ponte di Adriano e il Foro Romano - ignorando
alcuni dati topografici essenziali, come l'esatta posizione della basilica
paleocristiana di San Lorenzo in Damaso e della Crypta Balbi.
Sembra evidente, infatti dalla lettura del testo, che oltre al principale
tracciato che collegava il centro monumentale con il Vaticano, coincidente
con le vie dei Banchi Vecchi, di Monserrato e dei Giubbonari, ne esistesse già allora (ma probabilmente anche in epoca tardo antica) un secondo che si lasciava sulla destra il teatro di Pompeo e la basilica di san Lorenzo in Damaso, e sulla sinistra lo stadio di Domiziano; questo secondo itinerario corrisponderebbe alle attuali vie dei Banchi Nuovi e del Governo Vecchio.
Alla metà del VII secolo risalgono altri tre importanti documenti topografici, definiti “Itinerari della città di Roma”; quello più antico è intitolato “De locis sanctis martyrum quae sunt foris civitatis Romae”, al quale è stata aggiunta una seconda parte riguardante le basiliche urbane, detta “Istae vero ecclesiae intus Romae habentur” (scoperti dall'Eckart in un codice di Wurzburg, theol. fol. n, 49, edito nel 1729 nei Commentarii de rebus Franciae Orientalis, T, I p. 831-833). L'itinerario guida il pellegrino attraverso i santuari del suburbio romano, partendo dal Vaticano, e dalla basilica di san Pietro, e seguendo il giro delle mura in senso antiorario: quindi da nord verso sud per poi tornare a nord e concludersi sulla via Flaminia.
Quasi contemporaneo, ma molto più dettagliato, è l'Itinerario di Salisburgo, noto come “Notitia ecclesiarum urbis Romae” (Da un manoscritto di Salisburgo pubblicato nel 1777, da cui anche il titolo di Itinerario Salisburgense), il quale segue il giro contrario: partendo cioè dall'unico santuario martiriale intramuraneo, la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo sul Celio, si reca sulla via Flaminia e segue  le mura in senso orario per concludersi al Vaticano (quest'ultimo testo si trova oggi nella Biblioteca Nazionale di Vienna). Il De Rossi lo data all'epoca di papa Onorio I (625 - 638) dal momento che nel testo viene nominato ben tre volte, per i restauri da lui fatti a san Pancrazio, a sant'Agnese e a san Valentino.
Un esempio di come poteva svolgersi il “giro” dei santuari romani è fornito da un breve resoconto più tardo di circa un secolo (circa 990), l'itinerario di Sigerico vescovo di Canterbury (950 ca. - 28 ottobre 994); la più antica relazione di viaggio che faccia riferimento alla Via Francigena, o Romea, il percorso che dal nord Europa portava a Roma, e che costituì in epoca medioevale, una delle più importanti vie di comunicazione.

Adventus archiespiscopi nostri Sigeric ad Romam: primitus ad limitem beati Petri apostoli: deinde ad Sanctam Mariarn scolarn Anglorum: ad Sanctum Laurentium in craticula: ad Sanctum Valentinum in ponte Molui: ad Sanctam Agnes: ad Sanctum Laurentium foris murum: ad Sanctum Sebastianum: ad Sanctum Anastasium: ad Sanctum Paulum: ad Sanctum Bonefatium: ad Sanctam Savinam: ad Sanctam Mariam scolam Graecarn: ad Sanctam Ceciliam: ad Sanctum Crisogonum: ad Sanctam Mariam Transtyberi: ad Sanctum Pancratium. Deinde reversi sunt in domum.”
“Mane ad Sanctam Mariam rotundam: ad sanctos apostolos: ad Sanctus Johannes in Laterane. Inde reficimus cum domini apostolico Johanno: deinde ad Jerusalem: ad Sanctam Mariam majorem: ad Sanctum Petrum ad Vincula: ad Sanctum Laurentium ubi corpus ejus assatus fuit
.”

La visita dei santuari extra urbani, che Sigerico compì non appena giunto a Roma, partiva, così come due secoli prima, dal Vaticano con la visita della basilica di san Pietro, della “Schola Anglorum” e quindi alla scomparsa chiesa di san Lorenzo alla Graticola, che poteva trovarsi nelle vicinanze.












Dal Vaticano la visita dei santuari procedette verso est, ovvero girando intorno alle mura in senso orario, fino alla basilica di san Paolo sulla via Ostiense. Da qui Sigerico rientrò in città, attraverso l'omonima porta, per ascendere sul colle Aventino (dove fece tappa a san Bonifacio e santa Sabina), per poi ridiscendere, dal lato del Circo Massimo, verso la Schola Greca. Di qui attraversò il Tevere per il ponte Emilio, visitò le principali chiese del Trastevere, ed infine si recò sul Gianicolo al santuario di san Pancrazio presso la porta Aurelia.
Altrettanto chiaro è il tragitto intramuraneo compiuto dal vescovo il giorno seguente: da santa Maria Rotonda (Pamtheon) percorrendo la via Lata giunse alla basilica degli Apostoli; da qui, attraversando il Foro Romano e la valle del Colosseo, giunse tramite la “via Recta” a san Giovanni in Laterano per ricevere dalle mani del Pontefice Giovanni XV il pallio, simbolo della dignità arcivescovile. Dalla cattedrale di Roma si recò alla santa Gerusalemme, quindi, per il tratto urbano della via Labicana, a santa Maria Maggiore, poi per il Clivo Subburano a san Pietro in Vincoli ed infine a san Lorenzo in Formoso.
Come si può vedere si tratta di una serie di itinerari praticamente identici a quelli proposti dall'anonimo  di Einseldeln, con la differenza che quest'ultimo transita alle falde dell'Aventino ma non visita le chiese che vi sorgevano, ed inoltre, animato da un diverso interesse, segnala puntualmente la maggior parte dei monumenti antichi presenti lungo le strade che percorre.

Nel XII secolo, infine, Guglielmo di Malmesbury (Gulielmus Malmesburiensis, Wiltshire, 1080 o 1095 - c. 1143), monaco benedettino dell'abbazia di Malmesbury (Wiltshire, Wessex), storico e cronista, copiò o riassunse alcuni testi topografici tardo antichi o altomedievali inserendoli nella sua opera sulla storia dei re d'Inghilterra (Gesta regum Angliæ); si tratta di un itinerario per i santuari romani, noto come Itinerario Malmesburiense, ed una dettagliata descrizione dello stato delle mura di Roma (Notitia Portarum) databili nel medesimo lasso di tempo.

Alternando i passi dell'Itinerario Einsiedlense ed affiancandovi, per completarli, quelli tratti dagli altri itinerari romani, ho così ottenuto il testo di quella che potrebbe essere stata una completa guida per i pellegrini che fossero giunti a Roma più o meno all'epoca dell'incoronazione di Carlo Magno, comprendente un itinerario intramuraneo, che toccava le principali basiliche titolari e devozionali oltre alla cattedrale, ed una dettagliata guida alla visita dei santuari martiriali del suburbio.
La cronologia di tale testo non dovrebbe andare oltre i primi anni del IX secolo, dal momento che tutti gli itinerari che attraversano la Suburra omettono di indicare la basilica di santa Prassede, riedificata in forma monumentale da Pasquale I nell'anno 817; questa fino ad allora era rimasta un semplice titolo (Titulus Praxedis), probabilmente non distinguibile nell'ambito del tessuto urbano (ancora oggi del resto la facciata del IX secolo, con il quadriportico, non è visibile da via di san Martino ai Monti).
Un altro importante dato cronologico è fornito dalla descrizione dei cimiteri suburbani contenuta nei due itinerari del VII secolo; in essi, infatti, vengono indicati tutti i sepolcri venerati ancora integri ed evidentemente curati nel loro aspetto. Questo dato, ancora una volta, esclude la possibilità che i testi siano stati redatti oltre l'epoca carolingia, quando inizia, in maniera massiccia, la traslazione delle reliquie nelle chiese urbane, e il graduale saccheggio dei cimiteri rimasti incustoditi e abbandonati.
È interessante notare, infatti, come l'itinerario del vescovo Sigerico menzioni unicamente le grandi basiliche del suburbio romano, ma nessuno dei martiri che vi si veneravano solo due secoli prima; che nel frattempo erano stati traslati dentro le mura.

Nell'arco di tempo preso in considerazione l'aspetto della città era stato
notevolmente rinnovato per opera dei pontefici, ma non erano mutati
l'assetto viario, che era sostanzialmente quello del IV secolo, e la
consistenza del patrimonio monumentale ed architettonico, ancora
dominato dagli edifici classici quali il Foro Romano, i Fori Imperiali, i teatri
e gli anfiteatri, gli antichi palazzi imperiali, gli acquedotti ed alcuni templi
pagani non ancora rovinati. Il Lanciani notava inoltre, nell'edizione
dell'itinerario già menzionata, che all'epoca della sua redazione non erano
stati alterati, in maniera sostanziale, neanche i livelli stradali delle principali
arterie urbane e delle piazze monumentali; cosicché, ad esempio,
nell'VIII - IX secolo il livello stradale del Foro di Nerva e dell'Argileto
era sostanzialmente quello antico, anche se la strada era stata ripavimentata
con materiale lapideo eterogeneo, e l'area del foro era occupata da alcune
residenze signorili di epoca carolingia (su questo aspetto v. ad es.
R. Santangeli Valenzani, Strade, case e orti nell'alto Medioevo nell'area
del foro di Nerva, in: Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes T. 111, N°1. 1999. pp. 163-169).
Un altro sito urbano, situato ai limiti dell'abitato medievale, per il quale si
dispone di recenti dati di scavo, è l'area del Celio, tra l'ospedale militare
e la basilica di santo Stefano Rotondo. Per tutti questi siti, oggetto di scavi
a partire dal 1984, è stato accertato il graduale degrado delle strutture
abitative di epoca imperiale a partire dal V secolo, ed il loro definitivo
abbandono nel VI secolo, forse a seguito del forte spopolamento della
città causato dalle guerre gotiche. Il quartiere in questione, costituito a
quanto sembra da insulae di età flavia con le facciate sul vicus Caput
Africae
, mostra gli ultimi segni di frequentazione in alcune tombe,
soprattutto infantili, realizzate nei livelli di abbandono degli edifici romani.
Rimane invece in uso, per tutto il medioevo ed oltre, l'asse stradale del
quartiere - il vicus Caput Africae appunto - che collegava la valle
dell'anfiteatro con la porta Metronia, costeggiando le sostruzioni del
Claudianum
e i Castra Peregrinorum nella zona di santo Stefano
Rotondo; la più antica ri-pavimentazione del vicus viene datata proprio
tra VIII e IX secolo, all'epoca dell'anonimo Einsiedlense. Questo, tuttavia,
utilizza unicamente il Clivus Scauri per scavalcare il colle toccando prima la chiesa dei santi Giovanni e Paolo, poi la basilica di santo Stefano Rotondo.

Dalla lettura dei testi risulta, comunque, l'immagine di una città sostanzialmente curata nella propria edilizia ecclesiastica, ma dove non mancava la manutenzione
(o riutilizzo) anche per alcuni edifici “civili” e per determinate infrastrutture
giudicate indispensabili.
È il caso degli acquedotti, che in più occasioni vengono segnalati nei
documenti presi in considerazione; quelli maggiormente citati sono
l'acquedotto Vergine, il Lateranense (Claudio ?), il Claudio nei pressi
della porta Tiburtina, ancora il Claudio nel suo tratto monumentale che
giunge al Palatino, un acquedotto sconosciuto che correva sotto
l'aventino dalla parte che guarda il Tevere, l'acquedotto “Iovio”, ovvero
il ramo che andava ad alimentare le terme di Caracalla, l'acquedotto
Sabatino, che giungeva dal lago di Bracciano e alimentava il Gianicolo,
ed infine un ramo secondario di questa che giungeva alla basilica di
san Pietro e alimentava le sue fontane nonché i bagni pubblici. Non c'è
dubbio sul fatto che alcuni di questi fossero in funzione e curati ancora
nell'VIII - IX secolo, e fu premura di diversi papi far si che l'acqua
giungesse regolarmente in alcune zone della città; in base alle notizie
tramandate dal Liber Pontificalis, da alcune bolle e da altre fonti, sembra
certo che già all'indomani della fine della guerra gotica iniziò l'opera di
riattivazione delle condotte fatte tagliare da Vitige nel 537; è anche certo
che i mulini del gianicolo ripresero presto a funzionare ed erano operanti
ancora nella prima metà del VII secolo, all'epoca di papa Onorio; tuttavia
rimasero in funzione anche i mulini galleggianti allestiti in precedenza da
Belisario.
Anche l'unico acquedotto che alimentava il Campo Marzio, l'acquedotto
Vergine, fu oggetto di una ininterrotta opera di manutenzione perlomeno a partire dall'epoca di Adriano I (772-795); tuttavia è probabile che sin da allora il tracciato della condotta venisse interrotto all'altezza del “Trivio”, dal momento che l'anonimo Einsiedlense indica il tratto successivo, che con le sue arcate scavalcava la via Lata, come “fractus”.
Molte delle vedute di Roma successive al XIV secolo, poi, mostrano lo sbocco dell'acquedotto Vergine, situato ai piedi del Quirinale, costituito da una mostra disadorna ai piedi della quale erano poste tre vasche, sostituite alla metà del XV secolo da un unico grande vascone. Considerando che questa struttura appare (come oggi del resto) posta ad un livello molto più basso rispetto al piano stradale, è probabile che sia stata realizzata in un epoca precedente, e potrebbe addirittura risalire all'alto medioevo.
Sempre l'anonimo Einsiedlense indica ripetutamente il “Nimpheus” quale termine degli itinerari che, passando per il centro monumentale, percorrevano poi il “Clivus Suburanus”, o di quello che percorreva il tratto intramuraneo della via Tiburtina. Ovviamente non è dato sapere se la fontana (c.d. Trofei di Mario, oggi in Piazza Vittorio) fosse ancora alimentata dal ramo che si distaccava dall'Aqua Marcia all'altezza della porta Tiburtina, ma è significativo che proprio questo fosse l'elemento monumentale di maggiore rilevanza in tutta la zona dell'Esquilino.
Proprio le notizie circa i due principali acquedotti mantenuti in efficienza per tutto il medioevo, forniscono anche un'idea verosimile su quella che doveva essere l'area abitata della città intorno ai secoli VIII e IX, sostanzialmente non dissimile da quella tardo antica. Si deve infatti considerare che una gran parte della superficie compresa nelle mura aureliane era costituita da terreni scarsamente edificati, come l'Esquilino, il Cispio e il Pincio; aree dove molte famiglie importanti dell'Antica Roma avevano realizzato dimore rustiche e giardini (horti) già dall'ultimo periodo repubblicano. Vi si trovavano inoltre gli Horti Sallustiani (proprietà dello storico Sallustio), in seguito unificati agli Horti Luculliani, gli Horti Pompeiani, e gli Horti Aciliorum. Uno dei colli, il Pincio, era noto anche come Collis Hortulorum, mentre il nome attuale deriva da una delle famiglie che vi si insediò nel IV secolo, i Pincii: la loro villa, con quella degli Anicii e degli Acilii, occupava la parte settentrionale della collina e un resto delle sostruzioni di queste residenze è il cosiddetto Muro Torto.
Questo aspetto semi-rurale si mantenne certamente nel
periodo successivo, se possibile amplificato dall'abbandono
delle antiche residenze signorili.
La fascia della VII Regio lungo la via Lata in epoca
imperiale si trasformò invece in una zona intensamente
edificata, e tale appare ancora nell'VIII secolo dalla
descrizione dell'Einsiedlense. Scavi occasionali hanno
portato in luce resti di grandi edifici in mattoni a più
piani (insulae), con lunghi porticati a pilastri lungo la
strada dove si aprivano le botteghe. Tra questi edifici
si doveva trovare il Catabulum, una sorta di sede
delle "Poste Centrali", nei pressi della chiesa di San
Marcello. Sotto Gordiano III si ha notizia dell'erezione
di un portico lungo mille piedi (circa 3 chilometri) alle
pendici del Quirinale; qui inoltre Aureliano, a partire
dal 273, innalzò il grande Tempio del Sole, tra via del
Corso e piazza San Silvestro, circondato da portici sotto
i quali aveva sede la distribuzione gratuita di vino
(vino fiscalia).
Quindi la Roma percorsa dall'anonimo pellegrino aveva i
suoi quartieri abitati nell'area del Campo Marzio, lungo
la Via Lata, fino alle falde del Pincio, e del Quirinale,
nell'area dei Fori, con ampie propaggini nella Suburra e
lungo entrambe le sponde del Tevere, nel Campo Boario,
nel Trastevere e sul Gianicolo.
Verso nord est vi erano, invece vaste porzioni di territorio
già da secoli “ruralizzate”, dove l'anonimo segnala tuttavia  la presenza di chiese, monasteri, e pochi edifici classici ancora in piedi.

Un altro aspetto della Roma altomedievale, ereditato
certamente dall'antichità, che emerge dalla lettura di
questi testi, è quello relativo alle “Viae Tectae” e ai vasti
spazi porticati che ne caratterizzavano l'urbanistica.
L'espressione “per porticus”, ricorrente negli itinerari
dell'anonimo Einsiedlense, sta certamente ad indicare
un elemento urbanistico antico oggi abbastanza noto
grazie a diversi frammenti della Pianta Marmorea
Severiana, e ad occasionali rinvenimenti archeologici
spesso non sufficientemente valorizzati. Per farsene
un'idea si può pensare ai grandi Bazar coperti delle
città mediorientali, o ai mercati coperti delle città
medievali, soprattutto nel nord d'Italia e nell'Europa
centrale.
Questa indicazione ricorre nel tragitto tra san Silvestro
in Capite e la Colonna Antonina, tra la chiesa di san Marcello e la basilica degli Apostoli, tra il Septizodio e le arcate dell'acquedotto di Claudio, ancora tra il
Septizodio e la chiesa di sant'Anastasia (“Porticus Maxima”), nel lungo itinerario tra il teatro di Pompeo e la chiesa di sant'Angelo (in Pescheria), tra il teatro di Marcello e l'Elefante Erbario (Foro Boario ?). Altri edifici indicati come
portici erano intorno alla basilica degli Apostoli, nei
pressi del Patriarchio Lateranense, lungo la “via Sacra
che collegava il ponte di Adriano alla “Cortina Beati
Petri
” (il piazzale antistante il quadriportico della basilica
Vaticana), sempre  in Vaticano tra la torre di Adriano I
e i bagni pubblici;  l'iscrizione dell'arco di Valentiniano,
Graziano e Teodosio, che era situato all'ingresso del
ponte di Adriano, cita un'altra “Porticus Maxima” che
verosimilmente copriva, tutto o in parte, il principale
l'asse stradale del Campo Marzio, fra il teatro di
Marcello e il ponte di Adriano (Frammenti di grandi
colonne di granito ed altri elementi architettonici, che
potrebbero appartenere a queste portico, sono stati
rinvenuti a più riprese in via dei Cappellari e vicino a
Piazza Farnese, così come in piazza del Pianto e Via della Reginella, ed inoltre tra Corso Vittorio Emanuele e Via del Pellegrino). Nella Regio VII - Via Lata, infine,  i Cataloghi Regionali del IV secolo menzionano una  “Porticus Constantini” che potrebbe essere stata edificata per collegare i Fori Imperiali con le terme omonime, lungo il tratto inferiore dell'Alta Semita.
È probabile che il prototipo di queste aree porticate sia da ricercare nei Saepta Julia, edificati da Marco Vipsanio Agrippa nel 26 a.C. lungo il lato ovest della via Lata, e più volte modificati nel corso dell'età imperiale.
I Saepta Julia nella loro forma definitiva, sono in parte rappresentati su alcuni frammenti della Pianta Marmorea Severiana (F.U.R. 35-36), mentre diversi resti sono stati portati in luce, in passato, sotto i Palazzi Simonetti, Doria, Bonaparte, Venezia, e le chiese di San Marco e S. Maria in Via Lata. L'edificio consisteva in un portico rettangolare, che si estendeva lungo il lato ovest della via Lata, dallo speco dell'acquedotto Vergine, l'attuale Via del Caravita, fino alla Via di S. Marco, per una una lunghezza di oltre 400 metri (1400-1500 piedi romani). I suoi pilastri erano realizzati in travertino, e disposti in otto file longitudinali, per 60 metri (cioè, 200 piedi romani) di profondità; la prima fila, lungo la via Lata, era munita di una balaustra.
Quattro dei pilastri interni sotto il Palazzo Doria, appartenenti alla quarta e quinta fila, sono stati rilevati da Hülsen: misuravano 1,70 metri quadrati, distavano tra loro 4 metri nella direzione nord-sud e 6,20 nella direzione est-ovest. Altri pilastri, rilevati più a ovest, mostravano, tuttavia, dimensioni diverse. Altri resti sono stati rinvenuti anche quando il Palazzo Simonetti (a nord di S. Maria in Via Lata) è stata trasformato nella sede del Banco di Roma, ed erano costituiti da pilastri in mattoni di epoca adrianea (si trattava quindi di un  restauro) ma sono rimasti inediti.
Lo stesso tratto iniziale della via Lata era poi caratterizzato dalla Porticus Vipsania, iniziata da Polla, sorella di Agrippa, e terminata da Augusto (Cass. Dio LV.8.3-4). Questa si estendeva lungo il lato est della via Lata, occupando la parte occidentale del Campus Agrippae. Scavi condotti all'inizio del '900 sembrano indicare la presenza di un colonnato sul lato sud di via del Tritone, interpretato come l'estremità meridionale del portico. Più a sud non si rinvengono altre tracce di tale edificio. Nel IV secolo il suo nome era stato corrotto in Porticus Gypsiani.
Nella sua costruzione doveva somigliare ai Saepta sul lato opposto della via Lata, ma subì certamente delle trasformazioni in tempi più tardi; parte dei resti noti risalgono al periodo dei Flavi, e nel II secolo gli intercolunni vennero in parte chiusi con pareti in mattoni, ricavandone così file di camere separate.

Con il progredire dell'oblio delle principali memorie cristiane e profane, e dei fatti storici ad esse legati, nelle successive guide, redatte per lo più a partire dal XII secolo, iniziarono ad essere inserite le più strane leggende e racconti, per lo più ridicoli e favolosi, relativi alla storia della antica città, dei suoi monumenti e della stessa Roma cristiana; solo di rado in queste strane leggende può riconoscersi un fondo di verità.
In realtà non bisogna attendere proprio il XII secolo per constatare l'inizio di questo processo, dal momento che proprio dalla lettura dei testi prima elencati emergono le prime descrizioni “fantasiose”, relative a monumenti profani e cimiteri suburbani. In ambito urbano, ad esempio, diversi edifici classici venivano appellati, già alla fine dell'VIII secolo, come “Palatium” seguito dal riferimento a qualche personaggio, reale o mitologico, dell'antica storia romana.
Inoltre non si può non notare, già nei due testi risalenti al VII secolo, la tendenza ad indicare con la qualifica di “martire” tutta la massa di inumati presenti nelle gallerie cimiteriali (che certamente martiri non erano !), con dichiarazioni altisonanti del tipo: “Vi riposano anche XVIIII martiri” (riferita al cimitero di sant'Ippolito sulla via Tiburtina), oppure “In quel luogo, nelle cripte sotterranee, giace una gran moltitudine di altri martiri” (riferita al cimitero dei santi Pietro e Marcellino sulla via Labicana), o anche “Altri DCCC martiri riposano in quel luogo” (riferita alla regione di Santa Cecilia nel cimitero di Callisto sulla via Appia).
Questa evidente constatazione, la precoce e graduale perdita della memoria storica dei luoghi che venivano descritti ad uso dei pellegrini, mi ha consentito di andare a ricercare passi utili, da interpolare nel testo della “guida” anche in documenti posteriori, quando la loro trattazione appaia maggiormente verosimile e legata a tradizioni che risalgano all'epoca tardo antica; tradizioni, cioè, che anche un contemporaneo dell'Einsiedlense avrebbe potuto conoscere e divulgare.

Mi riferisco alla serie dei celebri libri intitolati Mirabilia Urbis Romae, di cui il primitivo testo è forse andato perso, nonché all'itinerario, detto anche “Ordo”, redatto dal prete Benedetto, Canonico e cantore di san Pietro, forse negli anni 1140 - 1143. Quest'ultimo testo, composto per aggiornare il cerimoniale in uso nella chiesa
romana, comprende una serie di brevi percorsi e stazioni,
alcuni itinerari più lunghi tra le residenze e le basiliche dove
il papa si recava a piedi o a cavallo.
l'originaria stesura dei Mirabilia, invece, può essere
ricondotta a due principali “recensioni” (secondo
l'opinione del De Rossi). La più antica fu inserita nei
libri della Curia romana, cioè nel Polypticus di
Benedetto Canonico scritto fra il 1130 e il 1142 sotto
Innocenzo II e nel Liber Censuum, di Cencio Camerario
(poi papa Onorio III); la seconda comparve nelle
Collettanee del card. Niccola d'Aragona fra gli anni
1356e 1362. Da questa proviene quella che Martino
Polono (+ Bologna, 1278) inserì nella sua cronaca e
l' altra detta Graphia Aurea Urbis Romae, rinvenuta
nel 1850 dallo storico francese Frédéric Antoine Ozanam
(Milano, 23 aprile 1813 - Marsiglia, 8 settembre 1853)
in un codice fiorentino, e pubblicata nei Documents
inédits pour servir a l'histoire de l'Italie depuis le VIII.
eme siècle jusqu'au XIIeme (Parigi 1850).

Da ultimo non si può non citare il Liber Pontificalis, testo fondamentale per la conoscenza della storia di Roma e dell'Italia nel medioevo, e ricco di indicazioni preziosissime intorno alla topografia di Roma e di descrizioni, a volte ben dettagliate, della città e dei suoi monumenti. Attorno a questo documento e alla sua grande utilità nell'ambito degli studi sulla topografia romana si è detto molto, ma ad oggi, analogamente a quanto riscontrato per gli itinerari, le edizioni più recenti risalgono alla fine del XIX secolo (per la precisione quella di Louis Duchesne, Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, 2 voll., Parigi, 1886-92, e quella di Theodor Mommsen, Gestorum Pontificum Romanorum pars I: Liber Pontificalis, in Mon. Germ. hist., Berlin, 1898); manca quindi, in esse, uno studio analitico dei riferimenti topografici contenuti nel testo e della loro collocazione nel contesto della città medievale.
Mi sono servito, dunque, di un edizione poco utilizzata, ovvero quella dell'archeologo e numismatico toscano Giovanni Vignoli (Pitigliano 1667 - 1733), pubblicata postuma nel 1760, a seguito di un lungo lavoro preparatorio compiuto dall'autore in qualità di custode della Biblioteca Vaticana tra il 1700 e il 1721, ed ho completato l'opera di raccolta dei testi altomedievali con lo spoglio di alcuni degli autori classici per la storia e l'archeologia romana di fine '800, quali Antonio Nibby, Fredinando Gregorovius e Giovanni Battista De Rossi.
Da questi autori ho estrapolato tutti quei passi che, con le testuali parole dei cronisti vissuti tra il V e il IX secolo, potessero costituire delle “descrizioni” dei principali monumenti di Roma; testi potrebbero essere stati inseriti in una ipotetica guida scritta ad uso di un pellegrino che, oltre allo scopo principale del suo viaggio, quello devozionale, nutrisse anche un interesse “antiquario” per la città antica - quale dovette essere l'interesse nutrito dall'anonimo compilatore dell'Einsiedeln.

Nel lungo testo che ho redatto sono adottati i seguenti criteri “grafici”, utili a distinguere la provenienza dei singoli paragrafi o dei passi nell'interno di ciascuno di essi: tutto ciò che è scritto in colore nero costituisce la trascrizione letterale dei passi della topografia Einsiedlense; nella redazione della completa “guida” del IX secolo ho mantenuto l'ordine degli itinerari così come venne stabilito dall'anonimo compilatore. La maggior parte del testo, scritta in colore amaranto, rappresenta tutto ciò che ho inserito prelevandolo da altre fonti letterarie; ciascun paragrafo è racchiuso tra virgolette e dotato di note di rimando con l'indicazione del testo di provenienza. Mi sono concesso la licenza di inserire alcune brevissime frasette, che hanno lo scopo di collegare tra loro singoli passi prelevati da testi diversi, ma che non ne alterano minimamente il senso; queste frasette le ho evidenziate rimpicciolendo il corpo del testo (da 12 a 9), in maniera tale che fossero immediatamente distinguibili. Nel caso di documenti che trattino lo stesso argomento, anche se con parole diverse (è il caso dei due itinerari romani De Locis Sanctis Martyrum e Notitia Ecclesiarum Urbis Romae) ho trascritto per intero quello maggiormente esplicativo completandolo, tra parentesi quadre, con passi presi da altri testi. Alcune frasi o passaggi omessi dai testi trascritti, allo scopo di conferire loro maggiore brevità e comprensibilità, le ho infine riportate nelle note a piè di pagina.





Tuttavia nel rituale di Benedetto canonico, viene menzionata questa chiesa come situata nella regione della “Arenula”, e precisamente nella contrada dei Cacabarii - santa Maria del Pianto, dalle botteghe di fabbricanti di catini e vasi di rame, in latino cacàbera -, ma non compare nel catalogo di Cencio Camerario del 1192, perlomeno non con questa intitolazione. Venne demolita dal cardinale di san Giorgio per ampliare il suo palazzo, che sorgeva nella piazza Branca, od. piazza Benedetto Cairoli. Si ha anche la notizia, dall'anno 1191, di una chiesa di san Lorenzo “in Janiculo” da un contratto di vendita dell'archivio di san Cosimato: “Ferragutus vendit Raynaldo mediam petiam vineae positam in Marcelli a primo latere tenet ecclesia s. Laurentii de Ianiculo ... Anno IV Clem. III. pp. ad IX mensis ianuarii die 27”. È ricordata anche nella biografia di Gregorio III  731-741. Presso il cimitero degli ebrei sotto il Gianicolo; infine, nella stessa zona viene segnalato fino al XVIII secolo un avanzo di chiesa con l'immagine di s. Lorenzo sulla graticola, distrutta per la fabbrica del monastero di s. Egidio
La veduta di Roma tardo antica secondo l'ipotesi ricostruttiva di Ch. Hulsen (1907)
Parte del testo originale dell'Anonimo Einsiedlense (da Lanciani 1891)
La celebre pianta di Roma redatta da Paolino Minorita, o Paolino da Venezia (Venezia, 1270 circa – Venezia, 1344) nel 1346, contenuta nella sua Chronologia Magna. La pianta mostrerebbe elementi storici e topografici precedenti di almeno due secoli, ed inoltre vi si trova la prima riproduzione in assoluto del gruppo equestre di Marco Aurelio
La cripta dei papi, nel cimitero di Callisto, con la sistemazione monumentale fatta realizzare da Damaso nel IV secolo
Ricostruzione della basilica vaticana intorno alla metà del XV secolo
La domus di epoca carolingia costruita nell'area del foro di Nerva lungo il tracciato dell'Argileto
La celebre pigna bronzea, oggi nel cortile del Belvedere in Vaticano, ornava fino al V secolo una fontana nell'area dell'Iseo di Campo Marzio, prima di essere posta al centro del quadriportico della basilica di san Pietro
Il Catabulum, adiacente la via Lata, secondo la ricostruzione di Rodolfo Lanciani, sulla base del posizionamento di alcuni frammenti della Forma Urbis severiana
Ricostruzione dei portici che si estendevano tra la via Lata e le chiese di san Silvestro e degli Apostoli, secondo Rodolfo Lanciani
G.B. Piranesi, strutture pertinenti ai Saepta Iulia esistenti nei pressi della via Lata
La basilica di Massenzio è probabilmente il monumento classico indicato dall'anonimo Einsiedlense con la dicitura "Palazzo di Romolo"