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Le “Carte Segrete” (Anecdòta) di Procopio di
Cesarea; la fama di Giustiniano nella visione di
un cronista “liberale” del VI secolo d.C.


Che Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano (regnante dal 527 al 566),
non sia stato un imperatore particolarmente amato, più o meno a
tutti i livelli della società dell’epoca, è una circostanza ben nota agli
storici, sulla base di una serie di opinioni tramandate dai cronisti
dell’epoca.
Tutti concordano nell’affermare che alla morte Giustiniano lasciò
ai suoi successori una pesantissima eredità; uno stato indebitato e
con le casse vuote, l’impossibilità di difendere al meglio i confini
dell’impero accresciuti dalle nuove conquiste, grandi imprese
(soprattutto militari) dalle basi fragilissime, grandi opere pubbliche
ed una corte imperiale il cui lusso fagocitava risorse economiche
per lo più inesistenti, la pace sociale minata dalle scelte politiche
e religiose del sovrano, nonché dall’inasprimento della tensione
fiscale, necessario a finanziare le continue guerre.
L’impero di Giustiniano, che anche se in maniera precaria era
tornato ad abbracciare l’intero bacino del Mediterraneo,
comprendeva, a detta dei contemporanei, province poverissime
e ridotte allo stremo dalla guerra, dalle conseguenti carestie e
pestilenze, e infine dall’avidità del fisco imperiale. Lo spopolamento di città e campagne, denunciato dai cronisti sia in oriente che in occidente, si spiega solo in parte per i drammatici effetti della guerra, ma anche per la fuga della popolazione vessata e la conseguente crescita dei grandi latifondi privati dove nasceva un tipo di convivenza autosufficiente e di tipo feudale, caratteristica del medioevo europeo.
È inutile precisare che agli occhi dei contemporanei la grande impresa compiuta da Giustiniano per l’elaborazione e la codificazione del diritto pubblico e privato (la compilazione del Novus Iustinianus Codex, del Digesto o Pandette, delle Institutiones Iustiniani sive Elementa e del Codex repetitae praelectionis, delle Novellae constitutiones, il tutto riunito nel Corpus Iuris Civilis tra il 528 e il 556), dovette apparire ben poca cosa, rispetto alla pace sociale e alla sicurezza dello stato gravemente minati e alla povertà dilagante.
Uno dei giudizi più amari sul bilancio dei 38 anni di regno di
Giustiniano è quello dato da Evagrio Scolastico nella sua Historia
Echlesiastica (dal 431 al 593), scritta verso la fine del VI secolo
e caratterizzata da notevoli aperture verso gli avvenimenti
“profani”: “… Infine morì anche questo principe, Giustiniano,
dopo aver riempito il mondo di sconvolgimenti e torbidi; e per
questo alla fine della sua vita ricevette l’adeguata ricompensa, ed
emigrò verso i luoghi di pena dell’Inferno
”. Ben diverso dalle
intenzioni proclamate dallo stesso Giustiniano in una Constitutio
emessa nel 533, la quale retoricamente proclamava: “E’ necessario
che la nostra maestà imperiale sia ben fornita di armi, ma anche
armata dalle leggi, cosicché in entrambi i periodi, di guerra e di
pace, possa essere ben governato lo stato e l’imperatore romano
risulti sempre vincitore non solo nelle battaglie contro il nemico,
ma anche contro l’iniquità dei coloro che, in malafede, sono
pronti a sostenere una tesi e quella contraria mediante il ricorso
agli strumenti del diritto, e sia per tanto rispettosissimo del
diritto quanto  trionfatore sul nemico vinto. Col favore di Dio,
noi percorremmo  l’una e l’altra strada con grande dedizione e
saggezza, e le genti barbare condotte sotto il nostro dominio
conoscano  per certo  la nostra capacità militare, e tanto l’Africa
quanto altre province, dopo tanto tempo,  grazie alle nostre
vittorie e con l’aiuto del cielo, di nuovo si dichiarano soggette al
dominio romano e al nostro  potere. Invero è tempo che  tutti i
popoli siano retti dalle leggi da noi promulgate o sistemate
".

Ma il giudizio più impressionante, per la sua articolazione e
profondità, è certamente quello del maggiore storico dell’età
giustinianea, ovvero Procopio di Cesarea (ca. 500 – 565), in
quell’opera, le “Carte Segrete”, scritta, per sua stessa ammissione,
allo scopo lanciare un monito ai posteri, e affinché non andasse
perduta la memoria dei misfatti compiuti da Giustiniano durante il suo
lungo regno: “… dato che il tempo, nel suo continuo fluire, stende
un velo sulle vicende, potrò passare per uno che scrive menzogne e
che  indulge al drammatico. Il che però non significa tirarsi indietro di fronte all'entità dell'impresa, vista la vasta documentazione di cui dispongo; i miei contemporanei, testimoni informati quanto me, testimonieranno  per il futuro sulla  veridicità di quanto andrò a raccontare … i  futuri tiranni non potranno ignorare  la punizione dei propri delitti, come quella che toccò ai protagonisti della mia storia: vedendo fissate nella storia  le proprie azioni per sempre, esiteranno forse nel trasgredire le leggi. Chi, tra i posteri, conoscerebbe la dissolutezza di Semiramide, la follia di Sardanapalo e di Nerone, se non fosse rimasta la documentazione di chi ne ha scritto al suo tempo ?

Al di la di quello che il tema predominante dell’opera di Procopio, la condotta scandalosa di Giustiniano e della moglie Teodora, la debolezza di Belisario e le trame di corte, il
capitolo XVIII fornisce un "bilancio" di quella che fu la politica estera di Giustiniano, e le conseguenze di questa sull'impero e sulle nazioni circostanti. Per nulla incantato dalla retorica e dai proclami ufficiali, Procopio si mostra in questo e in altri passaggi dell'opera, una mente aperta e incline al liberismo e ad una sorta di laicità (!), caratteristiche queste ben difficili da immaginare in un uomo che visse, nel VI secolo, a stretto contatto con la corte bizantina, e in questo contesto percorse una notevole carriera.
Il sentimento religioso dell'autore si manifesta ben di rado nell'ambito delle sue opere storiche, anche se è certo che sia stato cristiano, e probabilmente ortodosso. Tuttavia sembra fosse intenzione di Procopio scrivere un’opera che trattasse delle varie “dottrine” esistenti allora nel cristianesimo, e dei dibattiti, lunghi e spesso aspri, nel corso dei quali queste sono state formulate, come esplicitamente dichiarato nel
capitolo XI.33 delle "Carte Segrete" e ribadito nell'ottavo libro delle Storie, XXV.13.
È veramente una gran perdita per gli storici il fatto che l’Autore non abbia portato a compimento questo impegno, dato che il suo punto di vista sarebbe stato certamente quello di un liberale, decisamente imbarazzato di fronte alla faziosità con cui i suoi contemporanei prendevano parte ai dibattiti sull’argomento (cfr. cap XI.25 e libro V.III.6).
In concreto i mali del suo tempo sono, per Procopio, la guerra e il fisco impietoso;
in secondo luogo l’aspro conflitto sociale (condizione questa non nuova in epoca
tardo imperiale), che Giustiniano non avrebbe fatto altro che fomentare con i suoi atteggiamenti faziosi e la pervicace volontà di “innovare” in ogni campo.
La guerra, tuttavia, è alla base ed è la fonte di tutti gli altri mali. Ciò che più risalta,
nell’analisi dell’autore, è il fatto che Giustiniano abbia voluto scatenare conflitti
“mondiali” in un momento in cui l’impero romano era in pace con le altre nazioni
confinanti. Da questa semplice premessa scaturiscono, al tempo stesso, altre
rilevanti considerazioni; le altre “nazioni” (le “nazioni dei barbari”) esistono in
quanto tali, ovvero in quanto “stati sovrani” per utilizzare un termine moderno, e
la guerra di Giustiniano è una vera e propria aggressione contro altri “stati sovrani”, per giunta in pace con i romani.
Le guerre di conquista in Africa e in Italia, poi, avrebbero distolto ingenti risorse economiche che, secondo Procopio, sarebbero state meglio impiegate per rendere sicuri i confini balcanico ed orientale. Qui erano le vere minacce per l’impero, ovvero gli Unni e i Persiani. I primi, in particolar modo esigevano continui tributi dall’impero e nonostante questo rappresentavano una continua minaccia per le scorrerie che effettuavano nel territorio della Moesia, a danno delle comunità locale.
Giustiniano, tuttavia, sembrava molto più interessato a mantenere un’alleanza (precaria) con questi barbari, piuttosto che a scongiurare definitivamente il pericolo che rappresentavano, e questo si spiega facilmente pensando a quanti contingenti di “foederati” Unni e Alani vennero impiegati dall’esercito bizantino in Europa e, soprattutto, nelle guerre contro i Persiani.
Procopio poi non manca di stigmatizzare l’influenza nefasta di questi popoli, anche sul piano del costume; in un celebre passo del
libro VII, infatti, descrive il modo di vestire, alla maniera unna, diffuso, al suo tempo, perfino nella capitale dell’impero.

Procopio, dunque, un pacifista ante litteram, le guerre come aggressioni contro stati sovrani e pacifici, i veri problemi legati alla sicurezza, trascurati per dar sfogo alla follia dell’imperatore ansioso di coprire la terra di sangue umano; interi territori e nazioni resi deserti per via della guerra, come l’Africa e l’Illirico.
Ma il l’analisi storica di Procopio appare oggi quella di un pensatore “laico”, nel giudizio impietoso verso la politica interna dell’imperatore, e in particolar modo la violenta repressione delle “eresie” del suo tempo.
Alcune considerazioni dello storico tracciano un quadro
della società dell’epoca del tutto inedito. L’autore non
sembra affatto disturbato dalla presenza, nell’ambito della
cristianità, di “dottrine contrastanti fra loro”. Ben più
grave sarebbe
stata la politica repressiva di Giustiniano che, con ogni
mezzo obbligò intere comunità ad abbandonare quella
viene definita, non un errore, ma la “la fede dei padri”.
Ben più gravi le conseguenze, come la fuga in masse
delle persone verso gli stati confinanti, l’adesione di
molti al cristianesimo ortodosso solo in facciata e per
salvare se stessi e le famiglie dalla confisca dei beni e,
infine, l’adesione di molte altre persone, allo zoroastrismo
e addirittura il ritorno all’idolatria e al paganesimo.
Se si deve dar credito all'autore, nella società dell'epoca
le varie "eresie" potevano convivere in maniera
sostanzialmente pacifica, fino a che l'odio non venisse
instillato dall'alto; addirittura le grandi ricchezze e i  possedimenti fondiari di alcune chiese, come quella ariana,  offrivano opportunità di lavoro per molte persone, anche di fede diversa. Ed è significativa a questo punto l'analisi "sociale" di Procopio: la repressione dell'arianesimo e la confisca dei suoi beni tolse a molta gente onesta la possibilità di guadagnarsi di che vivere.

La ricostruzione storica di Procopio,va precisato, certamente non è libera da una certa faziosità, che in questo caso nasce dall’odio sfrenato verso l’imperatore e il suo entourage; non si può non notare, tuttavia, come il “moralismo” di cui sono pervase le “Carte Segrete” somiglia molto a quello che ispirava gran parte della legislazione giustinianea (della quale tornerò a parlare). Ma la ricostruzione storica di Procopio e la sua dettagliata analisi, derivano dal giudizio di un testimone oculare che nell’arco della sua vita ebbe il modo di osservare l’intero mondo Mediterraneo (vale a dire gran parte del mondo allora conosciuto), e da questa esperienza deriva probabilmente la sua apertura mentale nei confronti della storia e dell’attualità.
Procopio non si fa nessuna illusione sul fatto che lo stato romano possa tornare allo stato in cui era duecento anni prime; egli conosce bene la storia e sembra persuaso che il mondo sia profondamente cambiato, probabilmente in maniera irreversibile. Il malcontento popolare, che non manca di registrare, denota anche la lontananza delle popolazioni dell’Europa e dell’Africa dall’idea ormai tramontata di impero “universale”. A proposito dello stato dell’Africa dopo la riconquista, non manca di registrare come la tassazione imposta dal Giustiniano non aveva avuto uguali durante il regno dei Vandali (come del resto in tutti gli altri regni romano – barbarici).
L’impero, nonostante egli continui a definirlo “romano” è ormai profondamente radicato nelle sue province orientali, anche queste, tuttavia, male amministrate, stremate dalle guerre e vessate dal fisco. Per completare il quadro storico sull’impero bizantino all’epoca di Giustiniano, manca tuttavia un giudizio imparziale (come quello di Procopio) sullo stato di alcune regioni percorse allora da spinte indipendentiste, come l’Egitto e la Siria, che solo un secolo più tardi si arresero quasi pacificamente agli Arabi e rapidamente si convertirono all’Islam.
Per concludere mancano alcune precisazioni, di carattere storico, al quadro offerto da Procopio relativamente alle province danubiane dell’impero bizantino.
Quelli che Procopio chiama Unni ancora alla metà del VI secolo, non vanno confusi con il popolo che cento anni prima aveva esteso il proprio impero nell'Europa centrale e ripetutamente invaso la Gallia e l'Italia. Le lotte dinastiche per la successione ad Attila (+ 453), posero praticamente fine alla potenza degli Unni e al loro dominio; i Gepidi guidati da re Ardarico, poi, li dispersero definitivamente nella Battaglia del fiume Nedao del 454.
La memoria del dominio degli Unni venne tuttavia trasmessa oralmente fra le tribù germaniche, ed è confluita in alcune saghe nordiche, come la Völsunga Saga e la Hervarar Saga, in norvegese antico, e nel Nibelungenlied, in germanico. Tutte narrano in maniera romanzata gli eventi del periodo delle migrazioni.
La Hervar Saga narra del primo scontro dei Goti  con gli arcieri unni in un'epica battaglia sulle rive del Danubio. Nella Völsunga Saga e in Nibelungenlied, il re Attila  sconfigge il re franco Sigisberto I e il burgundo Gontran I, ma viene successivamente assassinato dalla regina Crimilde, sorella di quest'ultimo e moglie di Attila.
La situazione geopolitica dell'Europa centrale mutò poi radicalmente in seguito all'ascesa al potere degli Avari dopo il 550. La dinastia avara Onoghur (580-685) realizzò l'unione di questo popolo con le tribu dei Bulgari, e sono questi, verosimilmente, gli Unni mensionati da Procopio. Il nome "Ungheria" usato oggi deriva proprio da quello degli Onogur.
Per quanto riguarda quest’ultima provincia, e complessivamente la fascia danubiana dell’Illirico, il suo spopolamento risale, in realtà, alla fine del IV secolo; in primo luogo per il suo ruolo di territorio “cuscinetto” tra le tribù germaniche e l’occidente, che, all’inizio del V secolo, ne fece una delle vie obbligate per queste ultime durante le incursioni sul territorio dell’impero. In queste occasioni, secondo molti cronisti dell’epoca, gli stessi contadini il lirici si sarebbero uniti in massa agli eserciti barbarici che invadevano la Gallia, ed in seguito parte del territorio venne ceduto agli Unni e agli Alani, rendendo così ancor più permeabile il “limes” danubiano.

Procopius: The Secret History, translated by R. Atwater, (New York: Covici Friede, 1927), reprinted by Ann Arbor (MI), University of Michigan Press, 1961






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