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Eraclio e Maometto; la prima guerra santa e il crollo dell'assetto
geopolitico nel Mediterraneo all'inizio del VII secolo. La visione
dei cronisti contemporanei – 2): La nascita della Umma e la prima
grande espansione del califfato

Mentre Flavio Eraclio il giovane veniva incoronato nel palazzo imperiale di Costantinopoli
(avendo appena contribuito attivamente al massacro del predecessore Phocas e della sua
corte), il mercante arabo
Abu l-Qasim Muhammad, appartenente alla tribù dei Quraysh
risiedenti nella città carovaniera della Mecca, che secondo una antica tradizione islamica
era solito ritirarsi in meditazione in una grotta sul monte Hira presso la città, all'inizio
dell'anno 610, all'età di circa quarant'anni ebbe la visione dell'arcangelo Gabriele che lo
esortava a diventare Messaggero del Dio unico con le seguenti parole:

- Leggi, in nome del tuo Signore, che ha creato,
- ha creato l'uomo da un grumo di sangue!
- Leggi! Ché il tuo Signore è il Generosissimo,
- Colui che ha insegnato l’uso del calamo,
- Ha insegnato all'uomo quello che non sapeva


[Sura 96:1-5. Altre traduzioni del Corano riportano "Grida" quale imperativo iniziale, malgrado
il termine arabo iqra? significhi letteralmente "recita salmodiando"].


Non si hanno notizie di rapporti tra la prima comunità di seguaci del Profeta e le due potenze imperiali confinanti con la penisola arabica, tuttavia la notizia della prima disastrosa sconfitta dell'esercito bizantino ad opera del generale persiano Sharbaraz (ad Antiochia nel 613), dovette impressionare molto anche le tribù arabe, dato che parte della Sura XX Ar-Rûm (ovvero i Romani) è ispirata proprio a questo avvenimento.
L'esegeta sunnita
Jalal ad-Din al-Mahalli, nel 1459, ha tramandato quell'evento (nell'opera Tafsir al-Jalalayn) dando alle parole di Muhammad il senso di una vera e propria profezia. Secondo questo autore i politeisti meccani erano soliti chiedere a Muhammad una prova, richiesta che egli sdegnosamente respingeva; tuttavia nella Sura 30 egli fece, forse per la prima volta, quella che appare come una vera profezia (Silloge, pag. 2).
Questa riguardava, per l'appunto, il destino dell'Impero Romano [il titolo della Sura è Ar-Rum, che letteralmente significa "I Romani", ma si riferisce alle terre dell'Impero Romano d'Oriente, le uniche che il Profeta conosceva direttamente per averle frequentate]. Probabilmente le parole del Profeta furono dettate anche dal fatto che gli Arabi pagani usarono la notizia di questa grande sconfitta per irridere i Musulmani affermando: "I miscredenti Meccani si rallegravano per questa [sconfitta dei Romani] e dicevano ai Musulmani, 'Noi vi sconfiggeremo come i Persiani hanno sconfitto i Romani”.

Secondo la tradizione musulmana, durante il suo soggiorno a Medina (tra il 622 e il 630) Muhammad avrebbe inviato dei messaggi scritti ai governanti degli stati confinanti, chiedendo loro di convertirsi all'Islam (la data esatta è riportata in maniera controversa nelle varie fonti). Tra i destinatari vi furono Eraclio,  Cosroe II di Persia, e il governatore dello Yemen; ancora altri messaggi vennero inviati a Negus, re dell'Abissinia [Dovrebbe trattarsi in realtà di Ashama ibn Abjar, regnante nella prima metà del VII secolo, sovrano di Axum durante la predicazione di Maometto, e per questo spesso citato da storiografi e autori di lingua araba], Gassani Harith, governatore del regno Gassanide di Siria, vassallo dell'impero romano d'oriente, e infine a Muqawqis, sovrano dell'Egitto













































Si ritiene che la Battaglia di
Mu'ta - Jumadà (8 E. agosto-settembre 629) sia la prima operazione condotta dagli Arabi al di fuori del territorio arabo unificato, essendo ancora in vita il Profeta.
La tradizione islamica parla della volontà di vendicare l'uccisione di uno dei messaggeri del Profeta, quello inviato alla corte dei Ghassanidi, a Bosra. È più probabile, tuttavia, che l'azione mirasse alla sottomissione di alcuni gruppi tribali arabi ancora pagani che si spostavano liberamente tra la Siria e la Penisola araba; quindi estendere il controllo della Umma ["comunità", "nazione", "etnia";  termine arabo derivante dalla radice <'-m-m> o <umm>, "madre": "Comunità di fedeli" o "comunità dei musulmani", senza alcun significato etnico, linguistico o culturale] a tutte le tribù della Penisola araba, di cui la regione siriana costituiva la propaggine più settentrionale. L'esito fu disastroso per gli Arabi; uno dopo l'altro morirono i tre comandanti musulmani (Zayd b. Haritha, Ja'far b. Abi 'alib e 'Abd Allah b. Rawa'a) senza che le forze cristiane subissero grandi perdite.
Nonostante queste prime azioni militari siano da interpretarsi piuttosto come scaramucce o atti di razzia, viene spesso citata la
Sura IV An-Nisâ' (Le Donne) come fondamento testuale delle successive guerre di conquista portate dai musulmani verso gli imperi confinanti (Silloge, pagg. 8 - 10); il testo sarebbe stato composto a Medina, in un periodo non bene identificato che alcuni esegeti collocano tra la battaglia di Uh_ud (3 E. - 624 d.C.) e la battaglia del Fossato (5 E. - 626 d.C.). I versi fissano, tra l'altro, alcune regole fondamentali su cui sarà formulato il diritto matrimoniale e quello relativo al divorzio, il diritto della successione e le disposizioni a proposito dell'omicidio volontario e involontario.

La prima grande spedizione siriana venne
progettata ed attuata dal califfo
Abu
Bakr
, successore del Profeta,
probabilmente nell'intento di realizzare la
vendetta per il disastro di Mu'ta che lo
stesso Maometto aveva in animo di
compiere prima di morire. L'operazione
doveva essere condotta da un esercito
affidato a Usama ibn Zayd, figlio del
defunto Zayd b. 'aritha e figlio adottivo
del Profeta.
L'esercito messo insieme da Abu Bakr
era composto di contingenti tribali
arruolati, su base volontaria, in ogni
parte della Penisola araba, ma è difficile
dire se egli avesse in mente o meno un
completo piano di conquiste.
Secondo la tradizione, tuttavia, l'armata
sarebbe stata divisa in quattro contingenti principali: un primo sotto il comamdo di 'Amr b. al-'As e 'Alqama b. al-Mujazziz diretto in la Palestina; il secondo guidato da Yazid b. Abi Sufyan, diretto a Damasco; il terzo guidato da Shura'bil ibn 'asana per la regione del Giordano [Urdunn]; il quarto, infine, guidato da Abu 'Ubayda b. al-Jarrah verso Emesa [Homs]. Questa circostanza e il successivo svolgimento delle battaglie, che videro l'esercito imperiale impegnato su più fronti, confermerebbe l'ampiezza del disegno militare di  Abu Bakr.
Nella prima settimana dell'aprile del 634, le forze musulmane iniziarono a muoversi dopo essersi radunate a Medina. Il califfo marciò per un tratto di strada a fianco di ciascun comandante, dando loro le ultime consegne e raccomandando ognuno di loro a Dio. Le sue parole di commiato, secondo la tradizione più tarda, furono le seguenti:








Abu Bakr nominò inizialmente
Khalid b. Saìid b.'As (La Mecca, 592 -
Homs o Medina, 642) comandante supremo per la Siria; sembra,
tuttavia, che i primi scontri non siano stati a lui favorevoli: nell'agosto
634 venne duramente sconfitto a
Marj al-Suffar, nei pressi di Damasco,
ad opera di un contingente di arabi cristiani comandati dal Theodoros,
fratello dell'imperatore Eraclio (che in fonti arabe viene indicato come
Bahan il Greco), in cui Khalid perse il figlio Saìid e diede prova di
incapacità e viltà in combattimento.
In seguito il comando generale dell'operazione venne assegnato da
Abu 'Ubayda b. al-Jarrah,  assai vicino al Califfo e al suo successore
'Umar b. al-Khattab, uno dei principali compagni del profeta, incluso
nella privilegiata lista dei “Dieci Benedetti”. La tradizione islamica, tuttavia,
non è particolarmente affidabile in merito, e non mancano cronisti che
parlano di Marj al-Suffar come di una vittoria musulmana e altri che
descrivono la morte da prode in battaglia di Khalid].

Nel 637, appena tre anni dopo l'inizio dell'invasione, l'intera area
mediorientale (Giordania, Palestina e Siria) era stata occupata ad
eccezione della città costiera di Cesarea che si sarebbe arresa solo nel
640. I vari comandanti musulmani si trasformarono subito in governatori
delle province: 'Amr b. al-'As in Palestina, Shurahbil b. Hasana in
Giordania, Yazid a Damasco, Abu 'Ubayda a Emesa, mentre Khalid
divenne responsabile della Guarnigione settentrionale di Qinnasrin, da
dove poteva tenere sotto controllo i territori settentrionali.
L'esercito imperiale era stato distrutto sullo
Yarmuk (agosto 636) e ad
Antiochia (ottobre 637) e di conseguenza l'impero era del tutto indifeso verso sud. Per poter guadagnare tempo ed organizzare nuove forze all'inizio del 638 Eraclio spinse gli Arabi della religione cristiana della Jazira a prendere le armi contro i musulmani, e tenerli impegnati in Siria.
Gli Arabi cristiani cinsero d'assedio
Emesa  e si scontrarono da subito con
le forze di 'Umar; questi diede quindi
ordine al comandante in capo delle
forze musulmane in Mesopotamia di
inviare tre armate verso la Jazira ed
una quarta verso Emesa per dare
man forte alle forze lì presenti. Gli
assedianti si resero conto di essere in trappola, e lasciarono presto l'assedio dandosi
alla fuga verso nord. La Jazira, ultima base dell'Impero romano nel Vicino Oriente, venne
conquistata quello stesso anno.
Per mettere al sicuro la Siria, inoltre, 'Umar creò un territorio cuscinetto lungo i confini
settentrionale; per questo motivo nell'estate del 638 l'esercito penetrò in Anatolia,
spingendosi fino a Tarso e verso Nord fino a Marash e Malatya (Melitene) [Malatya
sarebbe stataQuesta città venne poi rasa al suolo da Eraclio come punizione per gli abitanti
che si erano consegnati ai musulmani].
alla fine del 638 gran parte dell'Anatolia orientale era sotto il controllo del Califfato,
quasi un terzo dell'Impero era stato conquistato e l'esercito bizantino era praticamente
distrutto.
Eraclio fece quindi abbandonare le fortificazioni presenti nell'Anatolia sud occidentale ormai troppo esposte in quanto a ridosso del territorio musulmano [che le fonti già indicano come califfato dei Rashidun ben guidato - in Arabo al-julafa' ar-rashidun - il nome dato nella tradizione musulmana al regno dei primi quattro califfi]. Ogni azione militare in Anatolia venne quindi sospesa, l'anno stesso, a causa della siccità e di una pestilenza scoppiata in Siria.

La battaglia del fiume
Yarmuk si svolse
nell'agosto del 636, a sud-est del Mare di
Galilea. L'esito consentì la rapida avanzata
dei musulmani nelle province della  Siria e
della Palestina, ed è considerata dagli
storici arabi una delle vittorie più decisive
di
Khalid ibn al-Walid (Spada di Dio),
confermando  la sua reputazione di
stratega.
Gli scontri si reiterarono, in realtà, per
oltre un mese;  l'esercito  romano era
comandato dall'armeno Vahan e  da
Theodoros Trithurios, ed appoggiato
dagli ausiliari Ghassanidi, anch'essi cristiani,
guidati dal loro sovrano
Jabala ibn
al-Ayham
, per un totale di circa 15.000-
20.000 uomini.
Ben inferiore doveva essere il numero dei combattenti musulmani, ma questi seppero sottoporsi ai ripetuti scontri che si produssero lungo l'arco del mese di luglio-agosto, nonostante il forte calore estivo che al contrario fiaccava le truppe bizantine, pesantemente armate, i cui movimenti erano rallentati anche dalle frizioni fra i comandanti arabi, greci e armeni.
Al culmine del caos sembra che le truppe armene elessero imperatore il loro comandante Vahan, mentre un altro ufficiale, indicato come Buccinator o Drungarios, rifiutò di obbedire agli ordini ricevuti; le fonti bizantine accusarono anche un funzionario del tesoro di Damasco per il mancato aiuto economico alle truppe. Vi furono effettivamente seri problemi di approvvigionamento dopo che, il 23 luglio, l'esercito perse il controllo della strada per Damasco a seguito della conquista del villaggio di Jabiya da parte dei musulmani; il malcontento causato dal mancato pagamento del soldo alle truppe, ma soprattutto le superiori capacità tattiche e strategiche di Khalid ibn al-Walid, contribuirono alla disastrosa sconfitta.

La completa occupazione dell'Egitto
da parte dei musulmani si risolse
nell'arco di altri tre anni, dal dicembre
639, quando un esercito di circa 4.000
uomini, inviato dal Califfo 'Umar e guidato dal generale
'Amr ibn al-As riuscì ad avanzare rapidamente fino a raggiungere il delta del Nilo. Dopo i primi scontri le guarnigioni imperiali si asserragliarono nelle principali città fortificate, ed altri 5.000 soldati arabi dovettero essere inviati in Egitto, l'anno successivo, per condurre l'occupazione su più fronti.
Con queste forze  Amr ibn al-As affronto l'esercito imperiale, numericamente superiore, presso la città di
Heliopolis, il 6 luglio 640; l'esercito musulmano comprendeva 15.000 uomini mentre le forze imperiali contavano oltre 20.000 uomini guidati dal comandante supremo per Egitto Teodoro. Anche in questo caso la superiorità dei combattenti musulmani, in quanto a resistenza e rapidità di movimento, risultò decisiva per l'esito.
'Amr, con una strategia che altre volte era risultata vincente, divise l'esercito in tre corpi, uno dei quali, guidato dal comandante Kharija, si dispose al riparo di alcune colline, mentre il resto dell'armata attaccò frontalmente. Una volta iniziato il combattimento tra i due eserciti, gli uomini di Kharija si lanciarono dietro le spalle dell'esercito imperiale, che si ritrovò così circondato e in preda al panico. Teodoro ordinò la ritirata, ma mentre i soldati tentavano la fuga verso sud, furono attaccati dalla terza parte dell'esercito arabo, e in gran parte massacrati.
Teodoro riuscì a fuggire con i superstiti del suo esercito, ma la maggior parte dell'Egitto del sud e centrale, ormai privo di ogni difesa, era nelle mani di 'Amr.
L'esito della battaglia di Heliopolis non solo lasciò l'intero Egitto militarmente sguarnito, ma incoraggiò i nativi, per lo più di religione monofisista, e perseguitati dalla chiesa cattolica e dal potere centrale, a ribellarsi e sottomettere i pochi funzionari governativi, tutti di etnia greca. Dopo Heliopolis cadde anche Alessandria, il 4 novembre del 641, dopo un assedio durato quasi un anno.

Nella cronaca degli avvenimenti,
proposta da
Giovanni di Nikiu (la più
dettagliata relativamente agli avvenimenti in
Eggitto;
Silloge, pagg. 13 - 16) la battaglia
di Heliopolis non assume un ruolo
fondamentale nell'esito della conquista
araba dell'Egitto, anche se viene narrata
con dovizia di particolari a differenza di
altri eventi. Questo autore, piuttosto,
sottolinea in più di un'occasione i rapporti
difficili intercorsi da subito tra la
popolazione e gli arabi invasori; 'Amr ibn
al-As si sarebbe comportato in più di
un'occasione da vero dominatore, con
massicce requisizioni di grano ed armenti,
massacri e devastazioni di città; e anche
se, dopo la resa di Alessandria, la massa
dei profughi ottenne il permesso di
tornare alle proprie case in cambio
della sottomissione e del pagamento
del tributo, il tutto si sarebbe risolto, in
seguito, in un aumento della pressione
fiscale per gli egiziani.
Prescindendo dalle diverse sfumature
nel linguaggio e nell'interpretazione dei fatti, si può dire che sia i cronisti di parte cristiana che quelli di parte musulmana siano concordi nell'affermare che le popolazioni residenti nei territori conquistati dall'Islam entro la prima metà del VII secolo si sottomisero di buon grado ai nuovi dominatori.
In questo senso un ruolo fondamentale venne
svolto dalle alte autorità ecclesiastiche, sia
ortodosse che monofisiste (in Egitto), le quali
nel disfacimento delle istituzioni dello stato (in
crisi per la morte di Eraclio e il periodo di
anarchia che ne seguì) e nell'assenza (o fuga)
delle gerarchie militari, presero direttamente in
mano la situazione e in più di una occasione trattarono direttamente la resa delle principali città.
La differenza tra le versioni fornite dai cronisti si nota, tuttavia (ed in maniera marcata), nel racconto dei rapporti intercorsi nei primi anni della dominazione tra i generali arabi (poi governatori delle province sottomesse) e le popolazioni autoctone. Il territorio conquistato, in circa una decina di anni era, effettivamente, troppo vasto e con un centro di potere (Medina) all'inizio troppo distante e difficilmente raggiungibile; in questa situazione inevitabilmente i singoli generali assunsero presto poteri assoluti e a tratti dispotici, come nel caso di 'Amr ibn al-As in Egitto, secondo la ricostruzione di Giovanni di Nukiu.

È in questi pochi anni, tuttavia, che si delineano i concetti di “Umma
(comunità dei credenti) e “ahl al-dhimma”, le genti della dhimma (lett.
“protettorato”), concetto esteso a tutti i cittadini  non-musulmani dei
territori governati dalla Sharia - la legge islamica - nonché gli strumenti
legislativi atti a garantire la convivenza delle due comunità
La tradizione musulmana riporta le prime disposizioni in proposito,
promulgate dallo stesso Profeta, le quali già prevedevano, per le
comunità sottomesse, una possibilità alternativa alla conversione, ovvero
il pagamento di un tributo pattuito insieme alle condizioni di resa. Un
precedente spesso citato è l'intesa che sarebbe intercorsa tra Maometto
e gli ebrei di Khaybar, un'oasi nel Wadi al-Qura, a nord di Medina
(trattato di Hudaibiya), uno dei primi territori conquistati dalla Umma
governata direttamente da Maometto. Quando gli ebrei di Khaybar si
arresero venne concesso loro di restare in cambio della cessione annuale
di metà dei loro prodotti.
Tuttavia l'imposizione di un tributo ai non musulmani sembra prevista già
dalla Sura 9:29 del Corano (Il Pentimento):  "Combatti coloro che non
credono in Dio né nel Giorno del Giudizio, né ritengono vietato ciò
che è stato proibito da Dio e dal suo Messaggero, né riconoscono
la religione della Verità, [anche se appartengono] al Popolo del
Libro, finché non paghino il tributo accettando di sottomettersi, e
si sentono sottomessi
”.
Nel medioevo lo storico musulmano
Ahmad Ibn Yahya al-Baladhuri
(+ Baghdad, 892) cercò il fondamento di tali provvedimenti nella stessa legislazione bizantina, secondo la quale agli ebrei erano imposte una serie di norme (fortemente restrittive) relative alla convivenza con i cristiani. Sembra effettivamente che i fondamenti del cosiddetto “
Patto di 'Umar” (Silloge, pagg. 12 - 13) siano da ricercare proprio nella legislazione discriminatoria contro gli ebrei e i cristiani non ortodossi, vigente nell'Impero bizantino; numerose norme dei codici Teodosiano e Giustinianeo sarebbero migrate nella Shari'a praticamente intatte: tralasciando le norme fortemente repressive nei confronti di quanti praticavano ancora il paganesimo, agli ebrei era imposto di pregare a bassa voce, perché non fossero uditi nelle chiese vicine; inoltre non potevano costruire o riparare sinagoghe a meno di un rischio di crollo, e comunque dietro permesso; erano esclusi dagli uffici pubblici e dall'esercito; non potevano sposare cristiani, possedere schiavi cristiani, e dovevano versare particolari tasse. Non sembra un caso, infatti, che la prima stesura del “Patto” sia stata concordata direttamente tra il patriarca di Gerusalemme Sofronio e il califfo 'Umar ibn al-Khattab, recatosi appositamente nella città.
Secondo la tradizione il “Patto” venne stipulato nel 637 nel corso
dell'assedio di Gerusalemme; si trattò di un provvedimento emesso
direttamente dal secondo califfo 'Umar ibn al-Khattab, in seguito esteso
a tutti i  “dhimmi”, ovvero le "Genti del Libro" che risiedevano nelle terre
conquistate dai musulmani. Questi popoli in cambio del pagamento di una
tassa supplementare (come la jizya ed il kharaj) avevano il diritto di
continuare a professare la propria religione anche se erano costretti a
sottostare ad alcune norme limitatorie, minuziosamente elencate.
Dal “Patto” rimasero comunque esclusi gli ebrei (nonostante siano anch'essi
considerati "Gente del Libro") e ovviamente i politeisti (a quei tempi
ancora numericamente consistenti). Riguardo a questi venne stabilito che
chi tra loro non si fosse convertito all'Islam non avrebbe più potuto vivere
in quei territori.
Mentre era ancora in corso l'assedio di Gerusalemme, il Patriarca Sofronio
annunciò che non avrebbe firmato alcun trattato di sottomissione se non col
califfo stesso, 'Umar ibn al-Khattab, invitandolo a recarsi presso di lui.
'Umar accettò per metter fine a quell'inutile spargimento di sangue.
Il Califfo, secondo la tradizione islamica, partì da Medina con un solo
servitore che fece viaggiare con lui sul dorso di una dromedaria; dopo un
lungo viaggio, essi giunsero alla periferia di Gerusalemme in un giorno
piovoso.
Quando il Patriarca vide i due uomini arrivare, chiese ai musulmani quale
di loro fosse 'Umar; essi gli risposero che il Califfo era quello con le redini
dell'animale in mano. Solo a quel punto Sofronio consegnò le chiavi della
città, aprendogli le porte, e sottoscrivendo un trattato che avrebbe
regolamentato i rapporti fra i conquistatori e i nuovi sudditi della Umma.
Il trattato è stato tramandato in diverse versioni, tutte grosso modo
concordanti tra loro.











Eraclio, gravemente malato da tempo, non seppe mai della resa del generale Teodoro in Egitto, dell'ingresso degli Arabi a Babilonia [Cairo – aprile 641] e ad Alessandria; sempre secondo Giovanni di Nikiu l'imperatore si ammalò immediatamente dopo le notizie delle prime sconfitte sul delta del Nilo. Come ultimo atto di “governo” avrebbe ordinato la resistenza ad oltranza delle principali città e deposto il patriarca di Alessandria, Ciro, sospettato di intesa con il nemico, in quanto monofisista.
Proprio Ciro fu poi l'artefice della resa della città, concordata dapprima con gli ufficiali bizantini, poi comunicata alla popolazione che, inizialmente, sempre secondo
Giovanni di Nikiu, l'avrebbe rifiutata, tentando addirittura di lapidare il patriarca come traditore.
La dinastia Eracliana, dopo la scomparsa del suo fondatore, assistette impotente alla disfatta dell'Egitto e si esaurì in un nuovo breve periodo di anarchia militare.
Eraclio Costantino, o Costantino III (3 maggio 612 – Calcedonia, maggio 641), il figlio maggiore di Eraclio e della prima moglie Eudocia, divenne co-imperatore nel 641 assieme al fratellastro, Eraclio II o Eracleona (618 – Rodi, 645 circa), nato dalla seconda moglie di Eraclio, Martina. Costantino morì di tisi dopo quattro mesi di regno, nel maggio 641, lasciando Eracleona unico imperatore sotto la tutela della madre.
Quasi subito nell'esercito si diffuse la voce secondo cui Eracleona e Martina sarebbero stati responsabili della morte di Costantino; nel settembre dello stesso anno entrambi vennero deposti dal generale Valentino alla guida delle truppe ribelli, mutilati ed esiliati sull'isola di Rodi. Questa sarebbe la prima volta in cui un imperatore ancora regnante venne sottoposto a mutilazione, una pratica probabilmente mediata dal regno sassanide, da cui la dinastia eracliana trasse anche ispirazione per l'iconografia imperiale diffusa dai ritratti monetali (uniche immagini rimaste di Eraclio e dei suoi figli); null'altro si sa di Eracleona e della madre dopo la rimozione.
Prima di esiliarlo Valentino, rimasto unico reggente dell'impero, costrinse Eracleona a nominare co-imperatore Costante (7 novembre 630 – Siracusa, 15 settembre 668) figlio del defunto Costantino III, di soli undici anni. Il giovane imperatore assunse il nome di Costantino IV ma tale nome, utilizzato nei documenti ufficiali, cadde presto in disuso in favore di Costante II.

Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, Milano, Einaudi, 1968, pp. 80 – 95

L. Tartaglia (a cura di), Carmi di Giorgio di Pisidia, Torino 1998

F. Conybeare, "Antiochus Strategos' Account of the Sack of Jerusalem (614)", in Deno Geanokoplos, Byzantium, Chicago: 1984

Kh. ‘Athamina, "Non-Arab Regiments and Private Militias during the Umayyad Period", in: Arabica, 4 – XLV, 1998, pp. 347 - 378

R. Loverance, Bizancio, “La Herencia del Pasado”, vol 8, Toledo 2000, pp. 27 – 35

S. Alexander, "Heraclius, Byzantine Imperial Ideology, and the David Plates". Medieval Academy of America 52 (2 - April 1977) pp. 217–237

E. Gibbon, Decline & Fall of the Roman Empire, Wordsworth Editions, 1998, cap. 46

C. Lo Jacono, Storia del mondo islamico. (VII-XVI secolo). Il Vicino Oriente, Torino, Einaudi 2003








[La tradizione araba su questo punto si mostra non del tutto affidabile, in quanto sotto il nome di Muqawqis le fonti indicherebbero piuttosto il Patriarca monofisista di Alessandria d'Egitto, che nel 641, in polemica con Bisanzio per motivi legati disputa sulla natura di Cristo e la riunione dei monofisisti con la chiesa ufficiale, trattò la resa consegnandola nelle mani del generale arabo 'Amr b. al-'As, e ponendo termine alla conquista dell'Egitto bizantino. Il Patriarca è in realtà Kyros (Ciro), eletto nel 630, e la storpiatura del nome deriva forse dall'appellativo di Kawkàsios (Caucasico), derivatogli dall'essere stato in precedenza titolare della diocesi di Phasis, nella Colchide. Nel museo del palazzo dei sultani ottomani del Topkapi ad Istanbul, è conservata la lettera autografa, attribuita al Profeta, indirizzata ai cristiani copti dell'Egitto, con la quale venivano invitati a convertirsi all'islam].

La tradizione musulmana riporta la vicenda nei seguenti
termini. Il Profeta e i suoi seguaci erano impegnati a scavare
la trincea in preparazione della difesa di Medina, contro l'esercito
meccano. L'evento in questione è conosciuto come la “Battaglia
della trincea o del fossato” (627 dC). Durante lo scavo 'Umar
ibn al-Khattab (ca. 581 – 3 novembre 644), il secondo califfo
dopo Abu Bakr, ebbe bisogno di aiuto per rimuovere una
roccia; il Profeta quindi diede un colpo di piccone e da questo
si sprigionò un bagliore, come di un fulmine, che si proiettò
sulla città dirigendosi verso sud. Nel tentativo di smuovere la
pietra diede quindi un altro colpo e di nuovo ci fu un lampo,
ma questa volta in direzione del monte Uhud verso nord.  Il
terzo colpo mando finalmente la roccia in frammenti, e questa
volta il lampo balenò verso oriente.  Salman Farsi, il persiano
(uno dei primi compagni del Profeta), vide i tre lampi, e convinto
che essi dovessero avere un significato, chiese spiegazioni al
Profeta che rispose: “Alla luce del primo ho visto i castelli dello
Yemen, alla luce del secondo ho visto i castelli della Siria, alla
luce del terzo ho visto il palazzo bianco di Kisra (Cosroe, re di
Persia) a Mada'in . Attraverso il primo Allah (l'unico vero Dio)
ha aperto a me lo Yemen, attraverso il secondo ha aperto a me
la Siria e l'Occidente, e con il terzo la Persia”.
L'anno successivo, dopo il trattato di Hudaibiya, il Profeta decise di scrivere ai re delle nazioni confinanti, compresi quelli delle due superpotenze (Bisanzio e la Persia), invitandoli a convertirsi all'Islam. A tal fine scelse dapprima alcuni ambasciatori, quindi chiese ai suoi compagni di raccogliersi nella moschea; dopo aver eseguito la preghiera pronunciò queste parole: “O gente! Allah mi ha inviato per essere compassionevole per l'umanità e profeta al mondo. Pertanto predicate (il messaggio) a nome mio, Allah abbia misericordia su di voi”
Secondo la tradizione la stesura delle varie lettere del Profeta era molto simile: il testo della lettera inviata al Eraclio, ad esempio, era il seguente: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. Questa lettera è da Maometto, il servitore di Allah e il Suo Apostolo, ad Eraclio, sovrano dei Romani. La pace sia su colui che segue la retta via. Vi invito ad abbracciare l'islam; se diverrete musulmani sarete al sicuro, e Allah raddoppierà la vostra ricompensa; se rifiuterete l'invito commetterete un peccato e tradirete i vostri sudditi. Ora reciterò per te le parole di Allah:  O gente della Scrittura ! Accogliete la parola comune a voi e a noi, che non adoriamo nessuno se non Allah e che nulla associamo nel culto per Lui; che nessuno di noi scelga altro Dio accanto ad Allah. Se poi vi volgono le spalle testimoniate che noi siamo musulmani (quelli che hanno ceduto in Allah - Corano: Sura 3, 64)”.

I versetti dal 71 al 104 esortano chiaramente i credenti ad impegnarsi nella “jihad”, e gli esegeti successivi li hanno illustrati come segue: "Allah ordina ai suoi fedeli di premunirsi contro i propri nemici, preparandosi con il necessario armamento e con le necessarie provviste e aumentando il numero delle truppe che combattono per la Sua causa"; ogni guerriero sarà ricompensato "sia che venga ucciso o esca vittorioso" (v. 74); i credenti combattono contro l'oppressione (v. 75) e per Allah, i miscredenti combattono per Satana (v. 76); in ogni caso, Allah "terrà sotto controllo la furia dei miscredenti" (v. 84).
Il Versetto 90 è citato come prova che i Musulmani non hanno un illimitato mandato per combattere gli infedeli; ma il Tafsir al-Jalalayn chiarisce in realtà il testo si riferisce solo agli infedeli che si sottomettono al potere Islamico: "E se stanno lontani da voi e non vi combattono e vi offrono pace e riconciliazione, cioè, si sottomettono, allora Allah non vi permette nulla contro di loro, e alcuna azione per farli prigionieri o ucciderli".
I Versetti 92-93 vietano ai Musulmani di uccidere di proposito credenti; chi uccide un Musulmano per sbaglio,  dovrà liberare uno schiavo Musulmano. Il testo prende anche in considerazione l'eventualità che i Musulmani si accusino l'un l'altro di miscredenza (v. 94 – cosa che doveva verificarsi frequentemente, allora come oggi): “o voi che credete, quando vi lanciate sul sentiero di Allah, siate ben certi prima di dire a chi vi rivolge il saluto: 'Tu non sei credente' , al fine di procacciarvi i beni della vita terrena. Presso Allah c'è bottino più ricco. Già prima eravate così, poi Allah vi ha beneficati. State attenti, ché Allah è perfettamente informato di quello che fate”
Il Versetto 95, infine, parla di quei credenti che si nascondono o sfuggono alla battaglia per non rischiare: “Non sono eguali i credenti che rimangono nelle loro case (eccetto coloro che sono malati) e coloro che lottano con la loro vita e i loro beni per la causa di Allah. A questi Allah ha dato eccellenza su coloro che rimangono nelle loro case e una ricompensa immensa”.

“Nella vostra marcia non siate esigenti con voi stessi o con i soldati. Non siate scostanti con i vostri uomini e i vostri ufficiali, che invece dovrete sempre consultare. Siate giusti e ripudiate la malvagità e la tirannia, perché nessuna nazione ingiusta può prosperare o conseguire vittorie contro i suoi nemici. Quando incontrate il nemico non voltategli mai le spalle; perché chiunque arretra, salvo che per una manovra o per raggrupparsi, merita l'ira di Allah. La sua dimora sarà all'inferno, che luogo terribile è quello! Quando avrete sconfitto i vostri nemici, non uccidete le donne, i bambini o gli anziani. Non ammazzate gli animali se non per ricavarne cibo. Non infrangete i patti che avete stipulati. Vi imbatterete in uomini che vivono da eremiti nei monasteri fiduciosi di aver rinunciato a tutto per Dio. Lasciateli vivere e non distruggete i loro monasteri. Poi incontrerete gente che sta dalla parte di Satana e coloro che adorano la Croce, questi hanno una chierica sulle loro teste che mostra il loro scalpo. Assaliteli con le vostre spade affinché si sottomettano all'Islam o paghino la Jizya. Vi affido alle mani di Allah”

[Jazira è il nome utilizzato per indicare gli altipiani e la grande pianura dell'Iraq nord occidentale fino al nord est della Siria che, regione conosciuta con il nome
arabo tradizionale di al-Jazira , variamente traslitterato
nelle fonti classiche come Djazirah, Djezirah e al-Jazirah.
La sua posizione, lungo il confine degli imperi
sassanide e bizantino, ne ha fatto da sempre un
importante via commerciale e di conseguenza una
regione particolarmente ricca, almeno fino alla
conquista musulmana dell'Anatolia]

Il racconto della battaglia del fiume Yarmuk, secondo Al-Baladhuri (
Silloge, pagg. 10 - 12), sottolinea da un lato il carattere “episodico e personale” della prima storiografia islamica, e rimarca in più punti l'ostilità delle popolazioni sottomesse verso Bisanzio ed il benvenuto che offrirono ai nuovi dominatori dell'oriente. Il cronista, due secoli più tardi, riunì e collazionò fonti e racconti di diversa provenienza, alternando il racconto degli avvenimenti (battaglie, assedi) con le vicende personali dei generali, califfi e semplici combattenti che vi presero parte.
Maometto riceve il Corano dall'Arcangelo Gabriele; illustrazione
miniata dalla vita di Mohammed detta “Siyar-i Nabi”, di Ahmed
Nur Ibn Mustafa, pubblicata in Turchia nel XVIII sec
l'originale della lettera che, secondo la tradizione, Maometto avrebbe inviato al patriarca di Alessandria Ciro, oggi al Palazzo del Topkapi, L'antica sede dei sultani ottomani di Istambul
Mappa della cd. Spianata delle Moschee a Gerusalemme, risalente al XV secolo,  oggi al Palazzo del Topkapi di Istambul
La regione del Giordano e Gerusalemme in un dettaglio della Tabula Peutingeriana; V . VI sec.
Il delta del Nilo e il nord dell'Egitto in un dettaglio della Tabula Peutingeriana; V - VI sec.
Il faro di Alessandria in unmosaico bizantino di Qsar in Libia
Gerusalemme nel medioevo, in una mappa redatta ad uso dei crociati nel XIII secolo
Melitene sull'Eufrate in un dettaglio della Tabula Peutingeriana
Nella ricostruzione ed interpretazione delle vicende dell'epoca occorre considerareche non esistono fonti  contemporanee alla conquista Le cronache più dettagliate, di Ibn Abd-el-Hakem, Al-Baladhuri e Ibn Khayyat,  risalgono al più presto all'inizio del IX secolo, cioè quasi 200 anni dopo i fatti narrati e non sono particolarmente dettagliate. Piuttosto dalla loro lettura appare chiaro come questi autori si siano serviti di fonti estremamente frammentarie, ed abbiano in gran parte attinto a tradizioni orali, più che a testi scritti
Il più ricco di informazioni per la Storia della conquista dell'Egitto, Nord Africa e Spagna, è Ibn Abd-el-Hakem, la cui cronaca è stata scritta alla fine del IX secolo; si ritiene tuttavia che alcuni degli eventi descritti non abbiano alcun fondamento storico.

Una bella sintesi degli avvenimenti del 637 - 638, l'anno della presa di
Gerusalemme, del viaggio di 'Umar in Siria, della stesura del "Patto" e
della pestilenza che pose vine all'avanzata mussulmana verso nord, è
quella narrata dallo storico egiziano
Muhammad Husayn Haykal (Mansoura 20 agosto 20 1888 – Cairo 8 dicembre 1956), nella sua monografia "Al Farouq Omar (Cairo 1944 - 45, capp. 19 - 22).
La storia dei Califfi di
Jalaluddin Al-Suyuti (c. 1445–1505 d.C.) conosciuto anche come Ibn al-Kutub (uno dei più rinomati scrittori egiziani del XV secolo; studioso della storia dell'Islam, esperto giurista e insegnante, autore di una celebre ed approfondita storia del califfato in arabo: Tarikh al-khulafa), rappresenta un ottimo esempio della tarda storiografia araba, incentrata sulla raccolta sistematica delle tradizioni, sia scritte che orali; la breve rassegna delle gesta militari di 'Umar è solo un capitolo della più ampia biografia incentrata per lo più sul racconto delle sue virtù, la sua giovinezza, l'adesione all'Islam, i suoi detti, così come sono stati tramandati e, non da ultimo, gli avvenimenti miracolosi della sua vita; il tutto riportato, non necessariamente in ordine cronologico