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Eraclio e Maometto; la prima guerra santa e il crollo dell'assetto
geopolitico nel Mediterraneo all'inizio del VII secolo. La visione
dei cronisti contemporanei – 1): La presa del potere e la grande
spedizione persiana


Anche se appartenenti a due mondi diametralmente distanti (ma vicini geograficamente)
Flavio Eraclio, o Eraclio I (Cappadocia, 575, imperatore dal 5 ottobre 610 fino all'11
febbraio 641), e il Profeta dell'Islam Muhammad (in arabo: Abu l-Qasim Muhammad ibn
`Abd Allah ibn `Abd al-Muttalib al-Hashimi; nato alla Mecca nel ca. 570 e morto a
Medina l'8 giugno 632), sono stati due giganti della storia, perfettamente contemporanei
tra loro, e protagonisti inconsapevoli del crollo, repentino quanto catastrofico di un era e
di un mondo, quello ellenistico - romano, che si riteneva immutabile, sebbene da almeno
due secoli fosse in piena crisi e in rapida trasformazione.
Nei 30 anni del suo regno Eraclio, tenne le redini di un impero profondamente in crisi,
per l'occupazione di intere provincie (Siria, Palestina ed Egitto) da parte dei persiani di
Cosroe II Parwiz (il vittorioso 590 – 628), per la crisi militare che esponeva da tempo
le province balcaniche alle scorrerie di popolazioni slave di provenienza asiatica e centro
europea (Avari, Bulgari, Gepidi, Serbi e Croati), e per il clima di terrore instaurato,
all'interno della corte e tra le alte sfere dell'amministrazione, dal suo predecessore Phocas
(602 – 610).
Con Eraclio si conclude, anche se temporaneamente, un periodo di anarchia militare iniziato
al tempo della guerra persiana di Maurizio (571 - 591) e sfociato nella presa del potere, in
un bagno di sangue, da parte dello sconosciuto centurione trace Phocas.
È anche vero che lo stesso Eraclio venne accusato di usurpazione, sia all'interno che
all'esterno dello stato, in un complicatissimo scambio di accuse, manovrato soprattutto dallo
Scià di Persia Cosroe II, nel tentativo di giustificare l'invasione e passare per paladino del
legittimo successore al trono di Bisanzio: il figlio maggiore di Maurizio, Teodosio,
rifugiatosi in Persia dopo l'eccidio della famiglia.
Questa circostanza, ribadita da diversi cronisti dell'epoca, non è stata mai accertata
storicamente ed è probabilmente falsa, dal momento che difficilmente Phocas avrebbe
lasciato in vita un discendente della famiglia imperiale che facilmente avrebbe tramato
contro di lui; non è neanche certo che Cosroe abbia voluto effettivamente vendicare la
morte di Maurizio che, nel 590, lo aveva aiutato contro l'usurpatore Bahram. È certo,
invece, che dopo il fallimento della guerra condotta dal padre Ormisda IV, egli abbia voluto
approfittare della grave crisi interna dell'impero romano d'oriente per portare a
coronamento il sogno della ricostituzione dell'antico regno Achemenide, che, alla metà
del V sec. a.C., si estendeva dalle coste della Macedonia e della Tripolitania, alle rive
dell'Indo.
Secondo il cronista Teofane Confessore (758 – 818), poi, l'invasione persiana del 603
sarebbe stata “ispirata” dal Magister Militum per l'oriente Narsete. Questi, che aveva
direttamente condotto l'intervento militare per riportare sul trono Cosroe II ed era per
questo motivo temuto e rispettato dai Persiani, non volle riconoscere Phocas come legittimo
imperatore; quindi chiese aiuto a Cosroe sostenendo di avere con se Teodosio, il figlio
superstite di Maurizio, sfuggito al massacro della famiglia e legittimo erede al trono.
Ottenuto il supporto dei persiani e dei Monofisiti di Mesopotamia e Siria, Narsete
dapprima occupò Edessa; la città venne presto riconquistata dal generale Leonzio ma
Narsete riuscì a fuggire a Hierapolis. Quindi Phocas inviò il generale Domnitziolus per
persuadere i ribelli a consegnarsi e liberare la città, promettendo loro che gli sarebbe stata
risparmiata la vita. Tuttavia dopo la resa Narsete venne riportato a Costantinopoli in
catene, e bruciato nel mercato; l'esecuzione di Narsete, assai popolare tra la popolazione,
rese l'imperatore ancora più odiato.
La presa del potere da parte di Eraclio, nel 610, fu un vero colpo di mano militare guidato
e supportato dal padre del futuro imperatore, Eraclio il Vecchio Esarca di Cartagine;
questi mise a disposizione degli insorti risorse finanziarie, un esercito ed una potente flotta.
Oltre ad Eraclio parteciparono alla spedizione il genero di Phocas Prisco, già prefetto di
Costantinopoli, ed il cugino di Eraclio, Niceta.
Come prima mossa vennero tagliati i rifornimenti di grano per la capitale; quindi mentre
Niceta avanzava attraverso l'Egitto e la Siria, sbaragliando facilmente le truppe imperiali
fiaccate dalla guerra contro i persiani, Eraclio con la flotta sbarcò a Tessalonica e da li
pose sotto assedio Costantinopoli.
Le porte della città gli vennero aperte dalla folla esasperata il 3 ottobre del 609, e due giorni
dopo a bordo di una nave militare ormeggiata nel porto venne consumato il massacro dei funzionari e cortigiani fedeli a Phocas. Lo stesso Eraclio uccise a colpi d'ascia l'imperatore deposto.
Alla fine del VII secolo
Giovanni di Nikiu, vescovo egiziano monofisita, nella sua cronaca diede una diversa versione diversa della presa di potere di Eraclio, che tuttavia non nasconde l'efferatezza di quanto avvenne (Cap. CX, 1 - 10; Silloge pag. 1).
L'imperatore che alla fine del 609 saliva al trono di Bisanzio, rimane una delle figure meno conosciute di tutta la storia bizantina. Questo si deve al fatto che, proprio
in questo periodo, va tramontando la grande
tradizione storiografica classica, altra vittima
della fine dell'antichità; a partire da questo
periodo gli storici contemporanei devono
seguire, e ricostruire, il filo degli avvenimenti
attraverso le opere, parziali e spesso
incomplete, di cronisti locali, compilatori,
poeti, panegiristi e agiografi medievali che,
in realtà, scrivevano con propositi, di volta
in volta differenti, e assai lontani dal
proporre una informazione obbiettiva.
Nel caso di Eraclio esistono alcuni lunghi
panegirici nei quali si esaltano le sue
campagne militari in occidente, ma ben
pochi documenti che facciano riferimento
alla sua politica interna, il che ha costretto
gli storici a formulare varie ipotesi su questo
punto.

Nell'anno 610, dunque, la situazione delle provincie orientali dell'impero appariva gravemente compromessa; l'esercito persiano, guidato dall'abile generale
Sharbaraz aveva espugnato Edessa ed Apamea; l'anno seguente la stessa sorte sarebbe toccata ad Antiochia e Cesarea Marittima rendendo praticamente completa l'occupazione della Siria.
Eraclio, nel 613, dopo aver rimosso Prisco dalla guida dell'esercito,
assunse egli stesso il comando  per poi attaccare i Persiani nei pressi di
Antiochia; la sconfitta, catastrofica, lo costrinse a ripiegare velocemente
verso Costantinopoli ed aprì ai Persiani la strada per la Palestina e l'Egitto.
Cosroe lanciò allora due offensive contemporanee: un esercito si
sarebbe diretto verso Costantinopoli, un altro avrebbe proseguito per le
province di Siria e Palestina, verso l'Egitto.
All'inizio del 614, dopo tre settimane d’assedio, cadde nelle mani di
Sharbaraz anche Gerusalemme. L'evento fu molto grave perché la città
fu devastata e saccheggiata per giorni tra il 15 e il 20 maggio, gli abitanti
massacrati ed in gran parte deportati, ad eccezione degli Ebrei, che
vedevano di buon occhio l’ostilità persiana nei confronti dei Romani;
la basilica del Santo Sepolcro venne distrutta, la reliquia della Vera Croce, ed altre conservate nel santuario, furono rubate e portate in Persia a Ctesifonte. Circa 57.000 o 65.000, secondo le stime dei contemporanei, furono i morti; altre 35.000 persone vennero deportate, con il Patriarca della città di Zaccaria.

Questo oltraggio, per il mondo mediterraneo, rappresentava un onta tanto grande quanto quella portata due secoli prima dal saccheggio di Roma. L'episodio scioccò profondamente i contemporanei; Gerusalemme non era mai stata conquistata da nessun invasoreì e  il fatto costituisce il momento centrale del regno di Eraclio, nonché il punto di svolta dell'intera vicenda geopolitica orientale
La narrazione più completa dell'avvenimento è certamente quella tramandata dal monaco
Antiochus Stategos, il quale sembra vivesse in uno dei monasteri della città (San Saba ?), ed è quindi uno dei testimoni oculari. L'autore, oltre a parlare dei saccheggi e delle devastazioni operate dai Persiani, lancia in accuse durissime nei confronti degli Ebrei, residenti nella città, i quali si sarebbero subito schierati dalla parte degli invasori e avrebbero partecipato “attivamente” al massacro della popolazione cristiana (Silloge, pagg. 1 - 2).
Altri autori, contemporanei e successivi, tra i quali l'anonimo compilatore del
Chronicon paschaleSophronios il Sofista, patriarca di gerusalemme nel 634, Teofane Confessore, ed infine l'Armeno Sebeos, ripresero la narrazione dell'evento, portando la stima del numero di morti fino alla cifra di 90.000 e sottolineando in maniera ripetitiva l'appoggio offerto dagli Ebrei ai Persiani.

Da questo momento Eraclio cercò in tutti i modi di trovare
fondi per l'arruolamento di un grande esercito. Niceta, cugino
dell'imperatore e governatore dell'Egitto, provvide in larga
misura al reperimento dei fondi necessari; sua intenzione doveva
essere quella di incamerare i proventi dei mercati di Alessandria,
ma il progetto, che si sarebbe concretizzato in un forte aumento
della pressione fiscale, venne fermato dal Patriarca della città
Giovanni. Dopo alcune trattative il Patriarca stesso si incaricò
di fornire i finanziamenti attingendo alle ingenti rendite della
chiesa, e allo stesso tempo cercò di aiutare finanziariamente la
popolazione di Gerusalemme.
Anche per le ragioni ora descritte, la guerra contro i persiani
assunse da subito un carattere di marcato fanatismo religioso.
La chiesa fece quanto era in suo potere per sostenere la
campagna militare e, soprattutto, per esaltare la figura
dell'imperatore; secondo Giorgio di Pisidia, biografo e
panegirista dell'imperatore, Eraclio fu da allora segnato da una sorta di
destino divino: “[---] un destino ti possiede: in guerra per conto di Dio [...]”.
Gli anni compresi tra il 619 e il 627, tuttavia, furono a dir poco drammatici, per l'impero, e secondo alcuni cronisti, tra le strategie elaborate da Eraclio ci sarebbe stato anche un eventuale ripiegamento su Cartagine e l'abbandono temporaneo delle province orientali.
Nel 619 il generale Sharbaraz avanzava trionfalmente in Egitto, ed in questo modo i
Persiani sottraevano all'impero il suo maggiore granaio [Teofane Confessore, tuttavia,
colloca la conquista dell'Egitto nell'Annus Mundi 6107, cioè tra il 1° settembre 615 e il
31 agosto 616]. Nel 620 Niceta, fu costretto a consegnare ai Persiani la città di
Alessandria; lo stesso anno la fame e la peste si diffusero nell'impero romano d'oriente
a causa del blocco delle esportazioni alimentari dall'Egitto.

Mentre l'imperatore era impegnato ad organizzare la grande offensiva verso la Persia,
gli Avari, stanziati a nord del Danubio, stracciarono la pace stipulata con Bisanzio solo
l'anno precedente, si allearono con i Persiani ed iniziarono ad avanzare verso sud
invadendo la Tracia con un esercito di 80.000 soldati, comprendente diverse tribù slave come Bulgari e Gepidi; masse di profughi, in fuga dalle città dell'Illirico, cercarono rifugio a Tessalonica. Eraclio, tentò inutilmente di fermare gli Avari aumentando loro il tributo annuale precedentemente accordato.
Il cronista armeno Sebeos riporta il testo di una lettera inviata
in quest'occasione da Cosroe, nella quale il re persiano, certo
dell'imminente vittoria, consigliava all’avversario di arrendersi
e consegnargli il trono in questi termini: “ad Eraclio, il nostro
stupido ed inutile servo ... Io ti darò campi, vigne ed uliveti
di cui vivere ... quel Cristo che non poté salvare sé stesso
dagli ebrei, ma che essi uccisero ... come potrà salvare te
dalle mie mani ?

Nel luglio del 626 Shahrvaraz, dopo una lunga marcia attraverso
la Siria e l'Anatolia, e con l'appoggio degli alleati Slavi penetrati in territorio imperiale attraverso la Tracia, giungeva sulle rive del Bosforo attestandosi a Calcedonia e minacciando direttamente la capitale.
Come controffensiva Eraclio inviò dall'oriente parte delle sue truppe affidate al fratello Teodoro, rinforzate da contingenti richiamati dalle province occidentali; Teodoro sconfisse dapprima un esercito persiano di appoggio guidato dal generale Shahin, e giunse infine in soccorso a Costantinopoli assediata;
Il 10 agosto dello stesso anno la grande flotta navale messa
insieme dagli Avari, che avrebbe dovuto trasportare attraverso
il Bosforo l'esercito persiano, venne incendiata determinando
la sconfitta degli assedianti e la liberazione della città, che fino
ad allora aveva resistito sotto la guida del Patriarca Sergio,
unica autorità rimasta nella capitale.
L'incapacità, tanto dei Persiani come degli Avari, di dare
battaglia alla città sul mare fu l'elemento che risultò decisivo;
tuttavia il pericolo fu talmente grande che ancora una volta la
popolazione avrebbe attribuito la salvezza all'intervento divino:
la Vergine Maria sarebbe stata la principale difesa della
capitale, in cui si conservavano molte sue reliquie, come un
frammento della sua veste. Molto presto le icone della
Vergine sarebbero state collocate sulle porte della città a fare da difesa contro i nemici.
La vittoria del 10 agosto 626 causò la fuga dei persiani da Costantinopoli, la completa
liberazione dell'Anatolia e il crollo dell'egemonia degli Avari sugli altri popoli Slavi. Anche
se mancano cronache dettagliate sulla situazione dei Balcani sembra che questa vittoria
abbia consentito ad Eraclio di riprendere il controllo del territorio almeno fino al Danubio e
alla costa della Dalmazia. L'imperatore nel frattempo si era assicurata l’alleanza del re dei
Cazari (popolazione turca il cui territorio giungeva al Caucaso e alla Georgia), e l'anno
successivo poté riprendere l’offensiva orientale, battendo il nemico in Iberia e penetrando
in Mesopotamia.
La fonte principale per la ricostruzione della grande offensiva orientale di Eraclio, rimane
il lungo poema di
Giorgio di Pisidia, De expeditione Heraclii imperatoris contra
Persas, libri tres
(
Silloge, pagg. 3 - 5), il quale contiene la narrazione delle campagne
militari compiute a partire dal 622, il Bellum Avaricum, dello stesso autore, con la
narrazione dell'assedio di Costantinopoli da parte degli eserciti congiunti di Persiani e
Avari, ed infine l'Heraclias o De extremo Chosroae Persarum regis excidio, breve
resoconto delle campagne di Eraclio contro i Persiani fino alla deposizione e all'assassinio
di Cosroe II nel 627.
Su questo autore, ammirato dagli storici bizantini successivi che vi attinsero a piene mani,
possediamo pochissimi dati biografici. Sulla base di quanto egli stesso scrive sembra che
fosse originario della Pisidia, fu amico personale del Patriarca Sergio I di Costantinopoli
e dello stesso Eraclio. Ricopriva l'incarico di diacono, guardiano dei vasi sacri e
chartophylax (archivista) della chiesa di Santa Sofia. Le sue opere vennero pubblicate
originariamente in greco ma corredate da una versione in latino.
Il racconto della guerra persiana di Eraclio lascia intendere che egli fu al seguito dell'esercito imperiale e per tanto testimone oculare dei fatti. Altrettanto importante, tuttavia, è il modo in cui l'imperatore viene descritto all'inizio del testo: Eraclio, per la prima volta nella storia, incarna la figura del vero re cristiano, la sua è una guerra santa portata avanti in nome di Dio.
Il racconto è ricco di riferimenti religiosi, costantemente ripresi dalla storiografia bizantina successiva, uno dei quali rimarca il disprezzo dei Persiani nei confronti del cristianesimo evidente nel discorso di un ambasciatore ad Eraclio stesso: “Non ti risponderò fino a quando non rinuncerai alla Croce e a quello che chiamate Dio, e abbraccerai il culto del Sole”.
In questa frase, riportata anche da Teofane, traspare un odio effettivo da
parte dei persiani nei confronti del cristianesimo, che tuttavia venne
abilmente enfatizzato dai cronisti bizantini (l'avversione dei Persiani era
diretta piuttosto verso Bisanzio e l'imperatore), dal momento che da secoli
molti cristiani vivevano liberamente nei territori dell'impero persiano e la
stessa compagna di Cosroe, la principessa armena Shirin, era di religione
cristiana.
Eraclio, prima di lasciare Costantinopoli, celebrò la Pasqua con il suo
esercito, ed in seguito e vi fu una celebrazione religiosa prima di ogni
battaglia (secondo Teofane: “Poi Herakleios, ripieno di divino zelo
(...) pianificò di muovere guerra contro la Persia con l'aiuto di Dio
”).
Sempre secondo Teofane, per aumentare il morale delle truppe Eraclio
avrebbe pronunciato questo  discorso (diverso, tuttavia, da quello trascritto
da Giorgio di Pisidia):






















Le parole attribuite ad Eraclio non nascerebbero solo dall'intento di incoraggiare i soldati, ma sono state interpretate come l'appello ad una vera e propria “guerra santa”. Il continuo riferimento ai “nemici di Dio”, l'esortazione "teniamo a mente il timore di Dio” il richiamo alla “volontà di vendicare l'insulto fatto a Dio", o "il nemico ha inflitto molte azioni terribili sui cristiani" mostrano chiaramente il loro vero significato.

Le varie fasi della campagna militare, durata in tutto
cinque anni, sono perfettamente note grazie al dettagliato
racconto di Giorgio. Va detto che l'esercito di Eraclio,
non molto numeroso, era in parte costituito da truppe
mercenarie, reclutate fra i Cazari in Armenia; Eraclio di
conseguenza fu spesso costretto a giocare d'astuzia con
veloci sortite e ritirate dal territorio nemico, studiate per
guadagnare tempo e di volta in volta riorganizzare le
truppe; spesso le azioni militari si risolvevano in scaramucce
e per lo più si evitava lo scontro diretto con i Persiani.
Nonostante questo l'esercito imperiale vinse molte battaglie
anche ritrovandosi spesso in inferiorità numerica.
Solo nell'ultimo anno di guerra, Eraclio decise di penetrare
nel cuore dell'Impero sasanide; tuttavia il fatto che dovette
poi venire a patti con il generale Sharvaraz per riavere la
Siria e l'Egitto dimostra ancora una volta la relativa
debolezza dell'esercito imperiale, dato che l'esercito di
Sharvaraz (secondo i cronisti) era composto da soli 6.000
uomini.
Il 12 dicembre 627 l'esercito persiano venne annientato
durante la battaglia di Ninive e nel gennaio del 628 venne
incendiato il palazzo sassanide di Dastagerd. Cosroe venne
imprigionato e fatto uccidere dal figlio maggiore, Kavadh II
Shiroe. Nella primavera dello stesso anno il nuovo re offrì
la resa ai romani, la restituzione di tutte le terre occupate,
dei prigionieri e della reliquia della Vera Croce. Kavadh II
morì pochi mesi dopo la resa. Per l'impero sassanide iniziava
un periodo di anarchia militare; nei quattro anni successivi
si succedettero cinque re, ed il potere, prima detenuto dalle
autorità centrali, passò nelle mani di numerosi generali e
despoti locali.
Eraclio, tornò a Costantinopoli e vi celebrò un magnifico
trionfo il 14 settembre del 628; lo stesso anno riporto al
Santo Sepolcro di Gerusalemme la Vera Croce, che, nonostante tutto, era stata mantenuta intatta presso i Persiani dall’orafo imperiale Jazdan, anch'egli cristiano.
Il trionfo fu seguito immediatamente dalla vendetta: agli Ebrei, secondo
Sebeos (cap. 30), venne imposto il battesimo fu loro vietato risiedere in Gerusalemme, fino a tre miglia dalla città. Il cronista armeno riporta anche in singolare epilogo, di cui non è nota l'origine, che anche se del tutto infondato, lascia intravedere il clima di rancore (soprattutto anti ebraico) maturato in quel periodo (Silloge, pagg. 5 - 8).

Nel corso dell'occupazione persiana di
Gerusalemme, dunque, "gli ebrei
compravano i prigionieri cristiani, per
delle piccole somme, e nella loro
malvagità li mettevano a morte
". La
fonte di questa affermazione, Bar
Hebraeus Abulfaraj [1226 presso Malatya, Sultanato di Rûm (Turchia) – 30 luglio 1286
Maraga, Persia – è stato vescovo cattolico della chiesa ortodossa siriana nel XIII secolo. 
Noto per le sue numerose opere di carattere filosofico, poetico, storico e teologico],
precisa tuttavia che "la maggior parte dei cristiani vennero uccisi dai persiani, e solo
una piccola parte dagli ebrei
". Sembra dunque che le affermazioni durissime di
Antioco Stratego, anche se riproposte per secoli non abbiano trovato un largo credito
fra i cronisti.
Secondo una ricostruzione più realistica gli ebrei residenti in Palestina (e non solo quelli di
Gerusalemme) si sarebbero subito alleati, in gran numero, con i Persiani; in questa vicenda
emerge la figura, per altri versi del tutto oscura, di Benjamin di Tiberiade, un uomo
di immensa ricchezza, che al momento dell'occupazione avrebbe riunito e armato un
esercito comprendente ebrei della regione di Tiberiade e di altre città della Galilea; costoro
marciarono su Gerusalemme unendosi all'esercito persiano comandato da Shahrbaraz. 
In seguito si aggiunsero altri ebrei della Palestina meridionale, con l'appoggio di bande di
arabi; insieme presero parte all'assedio di Gerusalemme (luglio 614). 
Sempre al seguito dei persiani, gli ebrei presero parte alle scorrerie e ai saccheggi, distrussero monasteri e chiese, uccisero e misero in fuga molti monaci.
Nel clima di anarchia generale lo stesso esercito ebraico, ingrandito grazie ai rinforzi giunti da Gerusalemme, Tiberiade, dalla Galilea, da Damasco, e anche da Cipro, avrebbe effettuato una incursione contro Tiro (Libano), per sorprendere e massacrare i cristiani nella notte di Pasqua; si disse allora che l'esercito ebraico comprendesse ben 20.000 uomini.
La spedizione, però, fallì, in quanto i cristiani di Tiro, appreso del pericolo incombente, sequestrarono oltre 4.000 ebrei della città. Gli invasori, allora, distrussero le chiese attorno alla città, un atto che i cristiani vendicarono uccidendo duemila dei loro prigionieri. A quel punto gli assedianti, per salvare gli altri prigionieri, dovettero ritirarsi.
E' possibile in realtà che il comportamento degli ebrei fosse finalizzato ad ottenere dai persiani il governo diretto di Gerusalemme, secondo quello che sembra essere il senso del testo di
Sebeos. Secondo questo autore, tuttavia, il proposito si realizzò solo in parte; dopo pochi mesi di governo autonomo il governatore persiano della Palestina fece deportare perte degli Ebrei e riconsegnò la città alle autorità ecclesiastiche.
Sebeos dedica diversi capitoli (Capp. 30 e 31) al ruolo avuto dagli Ebrei
nelle vicende della Palestina e di Gerusalemme nella prima metà del VII
secolo, ma va detto che diversi fatti narrati non trovano un riscontro nelle
cronache contemporanee, e soprattutto non sembra aver utilizzato la
cronaca di Antioco Scolastico, la quale, quindi, rimane un documento a se,
privo di riscontri, anche se scritto da un contemporaneo.

Solo accennare agli esiti della controversia cristologica che da secoli
contrapponeva diverse chiese e correnti di pensiero all'interno dell'impero
romano, comporterebbe uno studio ed un capitolo a parte, ed esula
dall'argomento trattato. Va comunque precisato che Eraclio non si sottrasse
quell'obbligo di mettere ordine nella materia, che tutti i suoi predecessori
(da Costantino in poi) non avevano mancato di onorare con alterni risultati.
Una volta consolidati i confini dell'impero, è molto probabile che l'anziano
sovrano abbia riflettuto sulla seria minaccia costituita dalla divisione
religiosa: durante l'invasione persiana, infatti, si era temuto che i monofisiti
passassero ai Sassanidi, per ottenere, sotto la loro protezione, la stessa
libertà di cui nel loro impero godevano i nestoriani; Eraclio dovette riflettere
anche sulla defezione degli Ebrei, che avevano salutato i Persiani come
liberatori, cosa comprensibile dopo la nuova persecuzione scatenata da
Phocas. Anche non volendo tornare alla tolleranza di Tiberio I e Maurizio,
sembra che dopo la riconquista di Gerusalemme l'imperatore fosse
intenzionato a stabilire un rapporto di tolleranza nei confronti cella comunità ebraica che
aveva dato prova di una inaspettata compattezza e forza, anche dal punto di vista militare.
Eraclio dunque “Cercò qualcosa, dal punto di vista dottrinale, che completasse la cristologia calcedonese spostandone l’asse verso il monofisismo. Tornò cioè alla politica giustinianea” e rinunciò a quel tanto di tolleranza che in più di un'occasione aveva mostrato e che faceva forse parte della propria indole, ma che non si addiceva all’alto ruolo dell’imperatore, interprete e custode del dogma.
L'esito del serrato dibattito acceso a partire dal 633 da
Sergio, Patriarca di Costantinopoli (610 - 638), fu la
compilazione di un complesso dossier patristico, che giunse
ad una formula di compromesso, forse volutamente o
inevitabilmente ambigua, la quale parlava di un unico Cristo,
essere divino ed umano, operante “tramite un'unica energia
teandrica
” (dal greco "Teos" - "aner-andros" cercava di
esprimere una volontà relativo al Dio e all'uomo
contemporaneamente). La formula era stata prelevata di
peso dallo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (autore ignoto forse
vissuto prima del concilio di Calcedonia, che allora era
considerato, erroneamente, un discepolo di san Paolo, e al
quale era dunque attribuita una particolare autorità), il quale
aveva appunto formulato il concetto di energia teandrica,
senza chiarire se l’aggettivo, che si riferiva ambiguamente alle
due nature, le considerasse giustapposte oppure mescolate.
In una lettera dell'anno successivo, diretta al vescovo di
Roma Onorio I (625 – 628), il patriarca tornò ad illustrare
il concetto che aveva ribattezzato “monoergetismo”, utilizzando un termine
comprensibile alla mentalità occidentale, e per dare l'idea di una una
dottrina cristologica ancora ortodossa. La lettera citava la formula
controversa nei seguenti termini: “Due nature, ma una sola volontà e
operazione
”, e non mancava di sottolineare quella che sarebbe stata la
sua maggiore utilità: recuperare i monofisiti dubbiosi e condurli alla
comunione con la chiesa ufficiale.
La sostanziale accondiscendenza del pontefice, come dei suoi successori,
si deve in parte alle difficoltà di traduzione dei sottilissimi concetti in ballo
dal greco al latino e viceversa, ma soprattutto alla necessità da parte del
vescovo di Roma di non compromettere i buoni rapporti con l'impero, il
cui appoggio era necessario per far fronte alla minaccia dei Longobardi,
ormai insediati su buona parte del territorio italiano.
Nel 638, dunque, Eraclio potè pubblicare in Santa Sofia l’Ekthesis (
Silloge, pagg. 2 - 3),
un nuovo editto dogmatico nel quale veniva ribadito che, in ultima analisi, il Redentore non
aveva mai voluto, come uomo, nulla di diverso o di separato da ciò che voleva come Dio.
Il testo, splendido  esempio della  più totale vacuità bizantina, doveva essere accettato,
perché acquistasse ulteriore validità, anche dal pontefice di Roma; morti quello stesso anno,
sia Onorio che Sergio, Eraclio strappò il consenso al successore Severino (638 – 640) con
metodi più che persuasivi: prima negò al pontefice la ratifica imperiale alla sua elezione, poi
lo fece assediare dalle  truppe, in Laterano, con la scusa dell'appropriazione, da parte di
Onorio, delle somme destinate al pagamento dei soldati; quindi l'esarca di Ravenna Isacco,
giunto a Roma per ristabilire l'ordine, fece prima cacciare Severino dal palazzo e poi lascio
saccheggiare dalle truppe il tesoro papale.
La consacrazione di Severino poté avvenire solo il 28 maggio 640; non è dato sapere se il
papa condannò formalmente l’Ekthesis, in quanto morì il 2 agosto, prima di dover pagare lo
scotto della sua opposizione all’imperatore. Il nuovo pontefice, il dalmata Giovanni IV
(640-642), dapprima strappò la ratifica imperiale, poi ruppe definitivamente gli indugi e
nel 641 condannò il monoteletismo come eretico.
Contemporaneamente una accesa reazione contro questa dottrina era da tempo iniziata
anche in Oriente, e vedeva in S. Massimo Confessore (580-662) il suo maggior esponente;
questi, esule a Cartagine dal 626 al 646, aveva trovato un insospettabile appoggio
nell'esarca Giorgio, anch'egli oppositore del monoteletismo, che in un estremo atto di
insubordinazione aveva addirittura fatto perseguitare quei religiosi orientali, fuggiti
dall'oriente in seguito all'invasione persiana, che lo professavano. L'ambiente africano,
era inoltre quello più adatto per compiere una efficace lotta contro il cripto-monofisismo di
Eraclio; la chiesa africana covava da tempo il suo risentimento contro il potere imperiale, a
partire da Giustiniano e Giustino II e ora coglieva l’occasione per mostrare ancora una
volta la sua indipendenza di giudizio, sostenendo la battaglia contro  l’Ekthesis.
Eraclio, forse perché sfiduciato dal vanificarsi delle sue conquiste per mano degli Arabi,
forse per non alimentare ulteriormente il malcontento dilagante in province strategiche per la sopravvivenza dell'impero, negli ultimi anni della sua vita non difese più il decreto, nonostante questo sia rimasto formalmente in vigore ancora a lungo sotto i suoi successori.


Eraclio e Maometto; la prima guerra santa e il crollo dell'assetto geopolitico nel
Mediterraneo all'inizio del VII secolo. La visione dei cronisti contemporanei
– 2): La nascita della Umma e la prima grande espansione del califfato





Tra gli autori, contemporanei e successivi, vanno ricordati l'anonimo compilatore del Chronicon paschale, anche noto come Chronicum Alexandrinum, Chronicum Constantinopolitanum o Fasti Siculi; cronaca universale redatta nel VII secolo forse a Costantinopoli sotto il regno di Eraclio. Il nome originale dell'opera è “Epitome delle età da Adamo primo uomo al ventesimo anno di regno dell'augusto Eraclio”; il nome corrente deriva dal fatto che l'autore adotta un sistema cronologico basato sul ciclo pasquale cristiano.  Sophronios il Sofista, patriarca di gerusalemme nel 634;  monaco nel monastero di San Teodosio presso Alessandria, fu al servizio del patriarca alessandrino Giovanni l’Elemosiniere, nominato nel 610; fuggì da Alessandria in seguito all'invasione persiana, al seguito dello stesso patriarca, e si recò prima a Cipro, ed infine a Roma. Teofane il Confessore o Isauro (Costantinopoli, 758 – Samotracia, 17 marzo 817 o 818), esponente dell'aristocrazia costantinopolitana, divenne poi asceta e monaco; è noto per la sua Cronaca, continuazione di quella di Giorgio Sincello. L'Armeno Sebeos, vescovo locale nel VII e storico; autore di una cronaca locale comprendente dettagliate narrazioni del periodo della dominazione sassanide in Armenia, fino alla conquista islamica del 661. Infine l'egiziano Giovanni di Nikiu, che nell'introduzione della sua cronaca, che va da Adamo alla fine del regno di Eraclio, si qualifica vescovo della città egiziana di Nakijus, e dovette scrivere nella seconda metà del VII secolo.
Per quanto riguarda la storiografia di parte araba, fra tutti gli autori spicca
Al-Baladhuri (Abu l-Hasan Ahmad b. Yahya b. Jabir b. Dawud al-Baladhuri), storico persiano vissuto nel IX secolo; uno fra i più importanti storici musulmani di tutti i tempi, passò gran parte della propria vita a Baghdad dove godette di grande influenza presso la corte del Califfo al-Mutawakkil. Viaggiò in Siria e Iraq, studiando sotto la guida di al-Mada'ini, Ibn Sa'd e Mus'ab al-Zubayri, raccogliendo informazioni storiche che travasò poi nei suoi principali lavori sui primi tempi dell'Islam e sul periodo delle prime conquiste islamiche.
Probabile ritratto di Eraclio su uno dei piatti in argento del tesoro di Lambousa - Cipro
Riproduzione del nome arabo di Muhammad del calligrafo ottomano Hattat Aziz Efendi (1871-1934)
Probabile ritratto bronzeo dell'imperatore Phocas; Londra British Museum
Ritratti monetali di Cosroes II e del generale Sharbaraz
Mappa dell'avanzata del Generale Sharbaraz nei territori dell'impero romano d'oriente
Ritratto monetale di Eraclio, con il figlio e successore Eracleonas, al tempo della grande campagna persiana
[La data scelta da Eraclio per iniziare la sua campagna contro la Persia rappresenta una delle ironie più drammatiche della storia bizantina: quando nel 622 l'imperatore si imbarcava per la guerra che avrebbe deciso la sorte del suo impero, il Profeta Maometto fuggiva da Medina verso la Mecca, un viaggio noto con il nome di Egira (hijra, “fuga” o "migrazione”, iniziato il 16 luglio 622, data che funge da punto di partenza per il calendario Musulmano); un gesto, imposto dall'ostilità della popolazione politeista, che comportava anche la rottura dei vincoli tribali; questa circostanza lo esponeva a gravissimi rischi, come tutti tutti coloro che a qualsiasi titolo avessero perso il proprio legame tribale, in un ambiente ostile come quello delle tribù nomadi del deserto].

[Nel corso della decade del 580 diverse tribù sotto l'egemonia degli Avari, varcarono il Danubio impossessandosi di una serie di villaggi e cittadine balcaniche, e penetrando ripetutamente in territorio bizantino fino al Peloponneso; in questo periodo rimasero sotto il controllo imperiale solo parte dei territori costieri. I bizantini opposero all'inizio una forte resistenza, soprattutto a partire dal 590 con l'imperatore Maurizio; ma con la crisi che portò alla presa del potere da parte di Phocas nel 602, causata dalla ribellione proprio delle truppe stanziate sul Danubio, si affievolì di molto la resistenza sulla frontiera balcanica e l'intensità delle scorrerie, così come degli insediamenti avaro-slavi, aumento notevolmente.
La città di Tessalonica fu una delle poche che resistettero ai continui assedi; i suoi cittadini attribuirono il merito della resistenza della città all'intercessione del suo patrono, San Demetrio, convinti che egli avesse combattuto al loro fianco sulle mura, e li avesse salvati dalla fame, durante l'assedio della città, deviando un trasporto di granaglie destinato a Costantinopoli; la popolarità del santo, rafforzata durante questa crisi, si mantene a Tessalonica, e di riflesso in tutto il mondo bizantino,  per molti secoli]
“Toccate con mano l'immagine del figlio di Dio – quella che
non è stato dipinta da mano umana, ma nella quale il Logos,
in tutto il suo aspetto e nella sua bellezza, è comparso come immagine senza dover ricorrere alla pittura, proprio come è stato divinamente generato - l'imperatore ripone la sua fiducia in questa immagine dipinta da Dio e da inizio alla sua impresa” ... “Voi vedete, o miei fratelli e figli, come i nemici di Dio hanno calpestato la nostra terra, hanno devastato le nostre città, hanno bruciato i nostri santuari e ricoperto del sangue delle loro vittime gli altari dove noi celebriamo il sacrificio senza spargere sangue; come hanno contaminato con i loro atti lussuriosi le nostre chiese [...]"  "gli Uomini, miei fratelli, tengono a mente il timore di Dio e la volontà di Vendicare l'insulto fatto a Dio. Avanziamo coraggiosamente contro il nemico che ha inflitto quelle offese terribili ai cristiani. Onoriamo l'impero dei romani e combattiamo il nemico armato solo di empietà... Avanziamo  coraggiosamente e il Signore che il nostro Dio ci assisterà e distruggerà il nemico”.
[L’icona che Eraclio mostra alle truppe è verosimilmente l’immagine acheiropoietos (ossia non tracciata da mano umana) detta “
camuliana”, poiché proveniente dalla città di Kamoulianai, in Cappadocia. Le fonti non concordano sui particolari della sua comparsa: secondo la testimonianza più antica di Zaccaria di Mitilene (fine V sec.), sarebbe stata rinvenuta in una fontana da una donna pagana di nome Ipazia, che sosteneva di non poter essere cristiana in quanto non le era possibile credere in ciò che non vedeva; secondo la versione più recente, contenuta in un sermone attribuito a Gregorio di Nissa e databile tra il 600 e il 750, Cristo stesso sarebbe apparso a Bassa Aquilina, moglie del governatore di Kamoulianai, si sarebbe lavato e asciugato il volto, scomparendo poi e lasciando la propria immagine impressa sul panno che aveva usato. Quanto alla cronologia, Zaccaria non specifica quando l’immagine sarebbe apparsa, mentre lo Pseudo-Gregorio pone l’evento durante il regno di Diocleziano. Il prestigio dell’immagine ra tale che nel 574 Giustino II la fece trasportare a Costantinopoli, dove fu trionfalmente accolta e divenne una sorta di palladio, dispensatore della divina protezione sulla città e sull’impero. Per questa ragione Eraclio la portò con sé nella  spedizione persiana].
Alcuni episodi della campagna persiana di Eraclio nella cronaca di Costantino Manasses (c. 1130 - c. 1187): in alto l'assedio di Costantinopoli da parte dei persiani e la distruzione di una fortezza da parte dell'esercito romano; in basso il trionfo di Eraclio al suo rientro nella capitale

[L'eco dell'impresa, e la gloria dell'imperatore d'oriente vittorioso, dovettero fare, allora, il giro del mondo. Ne è testimonianza un gioiello rinvenuto in Inghilterra, nella cittadina di Wilton nel Norfolk; nello stesso contesto geografico e nello stesso periodo (620 circa) in cui veniva realizzato il grande tumulo sepolcrale di Sutton Hoo (in cui venne sepolto verosimilmente un principe sassone pagano), un ignoto orafo incastonò una moneta aurea di Eraclio in una croce dello stesso
metallo riccamente decorata con pietre dure e paste
vitree. La moneta venne posta con il retro in vista e
la raffigurazione della croce bene in evidenza]
Croce anglosassone Wilton

[
Teofane il Confessore, nella sua Cronographia, riporta un altro aneddoto relativo a Benjamin di Tiberiade; questi venne accusato di ostilità verso i cristiani, quando l'imperatore Eraclio, nel 628, poté rientrare a Gerusalemme al termine della guerra persiana. L'accusa probabilmente implicava il fatto che egli si era schierato con i persiani all'inizio dell'invasione.
Nonostante l'accusa l'imperatore fu ospite nella casa di Benjamin, il quale provvide sia per lui che per l'intero esercito. Rimproverato da Eraclio per la sua ostilità verso i cristiani, Benjamin avrebbe dichiarato: "I cristiani sono nemici della mia religione." Nonostante questo sembra che l'imperatore, forse per non compromettere la pace appena ritrovata, non abbia voluto prendere alcun provvedimento. In seguito tuttavia, su istigazione delle autorità ecclesiastiche della città, Eraclio scatenò una violenta rappresaglia anti ebraica costringendo la maggior parte di essi alla fuga o al battesimo, e vietando loro di rientrare a Gerusalemme. Sembra che Benjamin venisse risparmiato, a condizione che avesse acconsentito al battesimo, e con l'intesa che in seguito sarebbe emigrato in Egitto.
È possibile che in un primo tempo i Persiani si siano serviti dall'antica ostilità ebraica nei confronti delle autorità ecclesiastiche e del potere bizantino, per mantenere il potere sulla città, tuttavia tale intesa dovette presto venir meno se Eraclio poté rientrare nella città anche con l'appoggio e il plauso della comunità ebraica. L'esito drammatico narrato da Teofane si spiegherebbe, quindi, con il risentimento delle autorità ecclesiastiche, risentimento raccolto dalla maggior parte dei cronisti dell'epoca (e successivi), tutti esponenti della gerarchia religiosa].
Ritratto monetale di Eraclio e del figlio Eracleonas, con gli attributi iconografici del trionfo sui persiani
Onorio I (625 - 638) ritratto nel mosaico absidale della basilica di S. Agnese f.l.m. a Roma
Mosaico pavimentalle della sinagoga di Bet Alpha, risalente ai primi anni della dominazione islamica della Palestina
Placca eburnea bizantina con la figura di San Teodoro, ca. X sec
Il palazzo sassanide di Ctesifonte in una foto del 1864, precedente al crollo di metà della facciata