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Il “decennio oscuro” della storia italiana (610 - 620):
l'esarca Eleuterio e le spinte autonomiste in Italia.


Il decennio compreso fra il 610 e il 620 può considerarsi un
periodo “oscuro” per la storia d'Italia, in ragione del fatto che,
nonostante il susseguirsi di eventi travagliati sia sotto il profilo
politico che militare, le cronache dell'epoca, già di per se stringate,
si fanno ancora più avare di notizie.
Quello che è certo è che in questi anni si susseguono, a Ravenna,
tre Esarchi, governatori designati direttamente dall'imperatore
d'oriente, che accentrano in se sia il potere politico che quello
militare.
Il primo, Fozio (608 - 613 ?), è menzionato con il titolo di Esarca
nella leggenda agiografica di San Teodoro di Sykeon, ma non è
certo che si tratti effettivamente di un Esarca d'Italia; del secondo,
Giovanni (morto a Ravenna nel 615 o 616) è nota solo la vicenda
relativa alla sua uccisione nel corso di una rivolta militare, al tempo
di papa Deusdedit (615 - 618). Infine, nel 616, viene inviato in
Italia l'eunuco Eleuterio, con il titolo di Patrizio, incaricato di
riportare la pace nella penisola, dilaniata tra le rivolte militari in corso
a Ravenna e Napoli, e l'inarrestabile avanzata dei Longobardi, nelle regioni interne del nord e del centro.
Nel sostanziale silenzio delle fonti Eleuterio portò a compimento, per circa tre anni, la pacificazione del territorio, grazie alla repressione delle rivolte e ad un duraturo accordo di pace con i Longobardi, e si getto in un'impresa fino ad allora mai tentata, ma che molti probabilmente anelavano: l'autonomia dell'Italia rispetto all'impero romano d'oriente.
Si ritiene che Eleuterio abbia ricoperto il suo incarico in Italia tra il 616 e il 619; in tutte le fonti dell'epoca oltre alla carica di esarca viene anche citato il titolo di Patrizio, quindi le cariche di Cubiculario e Cartulario, cariche che probabilmente ricopriva in precedenza nell'ambito della corte imperiale; un funzionario amministrativo, dunque, che si occupava dell'erario e a cui venivano affidati altri importanti incarichi di tipo amministrativo, ma soprattutto addetto alla cura e all'amministrazione diretta degli appartamenti privati dell'imperatore; carica, quest'ultima, che si addice alla sua condizione di Eunuco. Nessuna fonte chiarisce se tali alte cariche fossero state conseguite sotto Eraclio, l'imperatore in carica in quegli anni, o il suo predecessore Phocas.
La circostanza dell'incarico ricevuto direttamente dall'imperatore, ribadita dall'anonimo prosecutore di Prosperus Aquitanus, assume un certo significato, dal momento che gli anni in questione rappresentano il momento più drammatico per l'impero romano, dal disfacimento delle province occidentali e la deposizione di Romolo Augustolo. Erano infatti trascorsi solo tre anni dalla disfatta subita ad opera dei persiani ad Antiochia (613), e l'esercito guidato dal generale Shahrbaraz dilagava in Siria e Palestina, puntando verso l'Egitto senza incontrare resistenza. L'attenzione mostrata da Eraclio per le vicende italiane, che potevano apparire marginali, mostra invece una strategia di tipo globale, tesa probabilmente a riprendere la politica di Maurizio nei confronti di territori occidentali abbandonati all'occupazione da parte delle popolazioni slave e dei Longobardi.
All'arrivo di Eleuterio nella capitale dell'esarcato d'Italia la chiesa ravennate era guidata dal vescovo Giovanni (Giovanni VI secondo la successione proposta da Aniello Ravennate); si ritiene che questi sia stato eletto nel 613, per cui la notizia riportata da Aniello Ravennate circa la tregua annuale stipulata tra il re dei Longobardi Agilulfo e l'esarca Smaragdo appare fuori posto, dal momento che quest'ultimo, che aveva fatto la sua carriera sotto Phocas, venne certamente destituito da Eraclio tra il 610 e il 611. Combinando questi dati con le notizie, meglio databili del Liber Pontificalis, si possono datare le rivolte in Italia tra il 613 e il 615; in via del tutto ipotetica la ribellione di Giovanni Compsino a Napoli potrebbe essere di poco anteriore all'uccisione dell'esarca Giovanni a Ravenna, da ritenere forse anteriore alla fine del 615, dal momento che il  Liber Pontificalis la riporta nella biografia di Deusdedit (eletto il 19 ottobre del 615).
Eleuterio venne comunque inviato in Italia, per occuparsi della difesa dei territori della penisola ancora sotto il controllo dell'impero d'oriente, e contenere l'avanzata dei longobardi. Tuttavia in più di un occasione venne sconfitto in battaglia dal duca Sundrarius (Sundrarit), forse essendo già morto Agilulfo (591 – 616); quindi dovette accettare la stipula di una pace onerosa, con la conferma del tributo annuale già pagato ai re longobardi, ovvero 500 libre d'oro.
Eleuterio, comunque, doveva ricoprire già la sua carica alla morte di Agilulfo; su questo punto, tuttavia, la totalità dei documenti e delle cronache riportano delle gravi imprecisioni dal punto di vista cronologico: lo Pseudo-Prospero, ad esempio, sembra datare il tentativo di usurpazione di Eleuterio prima della morte del re longobardo; inoltre il suo predecessore alla carica di esarca, Giovanni, venne ucciso, probabilmente, in concomitanza con l'ascesa al pontificato di Deusdedit, e uno dei primi incarichi di Eleuterio dovette essere proprio quello di sedare nel sangue quella rivolta. È probabile quindi che il suo arrivo in Italia sia da datare nei primissimi mesi dell'anno 616.
Poco dopo quei fatti Eleuterio si reco a Roma dal Papa, e visitò nuovamente la città di ritorno da Napoli dove aveva sedato anche la rivolta di Giovanni Compsino, sconfitto in battaglia e giustiziato. Al suo rientro a Ravenna distribuì la paga alle truppe, e, secondo le fonti, ristabilì la pace in tutta l'Italia.
L'azione del nuovo esarca si risolvette, presumibilmente nell'arco di un anno (616), con la distribuzione della paga alle truppe imperiali e la stipula della tregua annuale con i longobardi, duratura anche se onerosa per l'impero.
Il tentativo di usurpazione viene datato, nel Liber Pontificalis, alla fine dell'anno 619, in coincidenza con l'ascesa al soglio di Bonifacio V (23 dicembre 619); nel corso di una nuova trasferta da Ravenna a Roma venne intercettato dalle truppe imperiali presso la fortezza di Luceoli e la sua ridotta scorta venne facilmente sopraffatta; egli venne ucciso, e la sua testa inviata a Costantinopoli. A questo punto tutte le cronache danno ancora per regnante Phocas, mentre da ben nove anni sul trono dell'impero romano d'oriente sedeva Eraclio.
I primi atti del governo di Eleuterio andrebbero datati quindi
nell'ambito dell'anno 616, dal momento che tutte le fonti sono
concordi nel sottolineare la rapidità dei suoi interventi militari
(repressione delle rivolte di Ravenna e di Napoli); nello stesso
anno, inoltre, si scontrò con l'esercito longobardo guidato dal 
duca Sundrarius, probabilmente poco dopo la morte di Agilulfo
a giudicare dal tono del racconto dello Pseudo-Prospero, che
descrive il duca longobardo formatosi alle armi alla scuola di quel re.
Non è possibile, tuttavia, dare una collocazione esatta a questi
ultimi avvenimenti non essendo nota l'esatta data di morte di Agilulfo, ne è possibile sapere quante volte e in quali località i due eserciti si scontrarono, dal momento che Paolo Diacono non da notizia di questi scontri.
A questo proposito viene in aiuto il prezioso documento, datato all'anno 613 (attualmente nell'Archivio di Stato di Torino), nel quale è riportato l'atto di donazione delle terre su cui sorse il monastero di Bobbio, stipulato tra Agilulfo e san Colombano; nel testo si concede alla comunità monastica che andava formandosi la metà dell'utilizzo di un pozzo, che in precedenza lo stesso re aveva donato a “Sundrarit viro magnifico”; se questi è lo stesso personaggio citato dalla Pseudo-Prospero, è possibile che negli ultimi anni del regno di Agilulfo fosse stato distaccato nella zona alle falde dell'appennino emiliano come comandante militare (o Arimanno), mediante la concessione di beni fondiari per il proprio sostentamento (C. Cipolla, G. Buzzi, Codice Diplomatico del Monastero di S. Colombano di Bobbio fino all'anno MCCVIII - Fonti per la Storia d'Italia 52, Roma 1918, pag. 93).
A questo punto è anche molto probabile che gli scontri in questione si siano svolti proprio in questa zona, lungo il traballante confine tra la Liguria, ancora controllata dall'impero d'oriente, e le Alpes Cotiae ormai saldamente occupate dai longobardi.
Un altro caposaldo cronologico importante è dato dalla notizia riportata dal Liber Pontificalis secondo cui il tentativo di usurpazione sarebbe iniziato un giorno prima dell'ascesa al soglio di papa Bonifacio V (23 dicembre 619). Se la notizia è esatta la morte di Eleuterio andrebbe collocata piuttosto all'inizio dell'anno successivo, dal momento che è poco probabile che l'intera vicenda possa essere iniziata e conclusa tragicamente nel giro di meno di dieci giorni.
Vi è tuttavia la possibilità di retrodatare di un anno l'inizio
dell'usurpazione; è possibile, infatti, che la rapida pacificazione
dei territori dell'esarcato, i buoni rapporti personali con la chiesa
e, soprattutto, il recente accordo di pace stipulato con i longobardi
abbiano spinto Eleuterio, già nel 617 a rendersi in qualche modo
autonomo da Costantinopoli. Su questo punto tutte le fonti prese
in considerazione affermano che l'esarca volle assumere l'imperium,
ovvero il regnum, e questi due termini non sembrano lasciare
dubbi sul fatto che egli aspirasse ad una dignità pari (o quasi) a
quella del legittimo imperatore. Circostanza confermata anche dalla
volontà di veder confermata questa sua ambizione, a Roma, dal
papa e dal senato.
Quindi alla base dell'impresa vi dovrebbe essere la posizione di forza assunta da Eleuterio in Italia, con la completa pacificazione della penisola; egli, inoltre, potrebbe aver voluto sfruttare il delicato momento di passaggio del regno longobardo all'indomani della morte di Agilulfo, con la reggenza di Adaloaldo, ancora minorenne, da parte della madre Teodolinda, cattolica e in buoni rapporti con Roma. Inoltre va anche considerato il momento decisamente sfavorevole per le province orientali dell'impero, sotto il duro attacco congiunto dei Persiani e degli Avari, giunti fino alle porte della capitale e, a sud, fino in Egitto.
Se a questo si aggiungono le smaccate tendenze autonomistiche delle popolazioni occidentali, iniziate in Europa già nel IV secolo ed allora evidenti anche in Italia e in Africa, Eleuterio dovette maturare la convinzione di essere la persona giusta nel momento e nel luogo giusto, e di poter contare sull'appoggio incondizionato della popolazione e dell'esercito. Se vi sia stata poi, a monte, anche una acclamazione da parte degli stessi soldati, rinfrancati dalla recente distribuzione delle paghe, non è stato tramandato. Il silenzio delle fonti sull'argomento, infine, lascia anche supporre che i longobardi non si sentissero particolarmente minacciati da quanto stava avvenendo.
Un certo distacco dagli avvenimenti si nota anche da parte della chiesa e del papato in particolare. Non sembra casuale la decisione di Eleuterio di muoversi da Ravenna a Roma in concomitanza con l'imminente elezione del successore di Deusdedit, Bonifacio V, giunta dopo quasi un anno di sede vacante; non è chiaro, tuttavia, se egli si recasse a Roma per ricevere una sorta di investitura da parte del vescovo, non potendo certo contare su quella di Eraclio, o se, forte di una propria autorità che riteneva ormai consolidata e accettata da tutti, egli vi si recasse anche per presenziare alla consacrazione del nuovo pontefice.
La breve narrazione dello Pseudo-Prospero lascia intendere che al momento di questa trasferta a Roma, Eleuterio esercitasse già da tempo una autorità di tipo regale, con sede a Ravenna, ed estesa perlomeno ai territori imperiali dell'Italia settentrionale. L'inizio della trasferta si potrebbe dunque collocare nei primi giorni di dicembre dell'anno 619, ritenendo che il viaggio sarebbe durato circa una decina di giorni, dovendo percorrere la via Flaminia, in tutta la sua lunghezza, compreso il lungo tratto che attraversa le valli dell'Appennino umbro.
Il fatto che la sua scorta non fosse numerosa (“paucis iam suo itinere comitantibus” secondo lo Pseudo-Prospero), può essere visto come la riprova del fatto che egli non si sentisse minacciato, in campo aperto, e fosse quindi sicuro della fedeltà delle truppe a cui garantiva la paga regolare.
Se si ipotizza, tuttavia, che Eleuterio esercitasse poteri “regali” autonomi da almeno due anni, il fatto che non si registri, nelle fonti, alcun intervento, diretto o mediato, da parte di Eraclio (che certamente non doveva essere rimasto all'oscuro di quanto stava avvenendo in Italia), può essere inteso nel senso che l'imperatore abbia voluto consentire (o comunque non intralciare) la presa del potere da parte dell'esarca. Probabilmente Eraclio riteneva che quanto stava accadendo avrebbe, in ogni caso, garantito una certa stabilità in Italia, in un momento in cui le sue maggiori attenzioni erano certamente rivolte alla situazione, gravemente compromessa, delle province orientali.
È anche possibile, tuttavia, che nel momento in cui la stessa capitale dell'impero era minacciata, l'imperatore si trovasse nell'impossibilità materiale di intervenire. Non va dimenticato, a questo proposito, che per il periodo di circa 5 anni tra la morte di Eleuterio e l'arrivo del nuovo esarca Isacio (625 - 643), le fonti non consentono di appurare con certezza chi, e a che titolo, abbia governato l'Italia per conto dell'Impero.
Stando così le cose, anche se in via largamente ipotetica, la tragica conclusione
del breve regno di Eleuterio, sembra essere piuttosto la conseguenza di una sua
valutazione azzardata, ovvero del fatto che parte delle truppe imperiali present
i in Italia non vollero sostenere l'usurpazione, rimanendo piuttosto fedeli al legittimo
imperatore.
Nel dicembre del 619, dunque, Eleuterio, uscito da Ravenna, riuscì a percorrere
poco meno di dieci miglia lungo la Flaminia, quando nei pressi dell'antica
Tifernum Tiberinum
(att. Città di Castello) la sua scorta venne attaccata da un
contingente di stanza nella zona e rapidamente sopraffatta; Eleuterio morì nello
scontro e la sua testa, avvolta in un sacco, fu spedita a Costantinopoli.
Secondo tutte le fonti citate, lo Pseudo-Prospero, Aniello Ravennate, il Liber
Pontificalis e Paolo Diacono (IV 32) “Qui dum a Ravenna Romam pergeret,
in castro Luceolis a militibus interfectus est
”, ovvero lo scontro si sarebbe
svolto nella fortezza li Luceoli, o nei pressi. Considerando che l'antica Luceoli si
trovava nel territorio di Cantiano (PG), oltre venti miglia ad est rispetto al
tracciato della Flaminia, non è chiaro il motivo della lunga deviazione tra le
montagne, rispetto al comodo tracciato della via consolare. Molto più
verosimilmente il contingente stanziato nella fortezza (una delle molte roccaforti
che controllavano il tracciato della via Flaminia, che i romani nel VII secolo
chiamavano anche “Via Ravennana”) potrebbe aver atteso lungo la strada l'arrivo
di Eleuterio e la sua scorta per porre fine alla sua marcia verso Roma.
Come già accennato è possibile che questa tragica conclusione sia da porre,
piuttosto, all'inizio del 620, ma senza la possibilità di precisare ulteriormente la
cosa, dal momento che non si ha più notizia della presenza di un esarca in Italia,
fino al 625, circa, con la menzione dell'esarca Isacio in un'epistola di papa
Onorio (625 - 638).
Il breve periodo in questione venne caratterizzato, tuttavia, dal riesplodere del
conflitto tra le due “fazioni” in seno alla nobiltà longobarda, quella filo ariana e
quella filo cattolica, culminata con la deposizione del giovane Adaloaldo da parte
del duca di Torino Arioaldo (re dal 626 al 636). Dietro il conflitto religioso si
celava, tuttavia, il contrasto tra una politica conciliante nei confronti dell'impero
e della chiesa cattolica, ed una politica più intransigente e, soprattutto, marcatamente
espansionistica sostenuta dalla nobiltà di fede ariana.

In questo quadro si inserisce l'episodio, apparentemente decontestualizzato, dell'uccisione “a tradimento” dei due gioviani Duces del Friuli, Caco e Tasone, da parte di un Patritius Romanorum di nome Gregorio, nel quale si vuole vedere l'esarca insediatosi alla morte di Eleuterio, su cui tuttavia manca qualsiasi altro riferimento nelle cronache del tempo. Se questo è vero bisogna pensare che in nuovo esarca sia stato nominato da Eraclio prima dell'aprile del 622, quando, dopo le solennità pasquali, l'imperatore si mosse con l'esercito verso Cesarea in Palestina, per iniziare la sua lunga campagna persiana.

L'episodio, narrato in maniera alquanto prolissa da Paolo Diacono,
potrebbe inserirsi nel quadro di una politica, da parte dell'esarcato,
tesa a colpire localmente gli elementi più valorosi della nobiltà
guerriera longobarda e gli avamposti fortificati più insidiosi, piuttosto
che misurarsi in campo aperto.
La vicenda si svolge nella roccaforte di Optigerium [Oderzo],
situata al confine tra il ducato del Friuli e la Venetia; questa f
ortezza doveva rivestire una particolare importanza dal punto di
vista strategico se, come riporta puntualmente Paolo Diacono, a
distanza di pochi anni (643) Rotari, nell'ambito della sua azione
militare tesa a consolidare i confini del regno, oltre alle città
costiere della Liguria, si preoccupò di prenderla e distruggerla,
immediatamente prima della celebre battaglia del fiume Scultenna,
con la disastrosa sconfitta dell'esercito romano, dove avrebbe
trovato la morte lo stesso esarca Isacio.
Con il breve regno di Eleuterio venne bloccato quello che dovette
essere un tentativo di dare una qualche forma di autonomia alla
penisola, forse addirittura in accordo con la componente longobarda
della popolazione, ormai saldamente stanziata in vaste aree
dell'entroterra. Questo processo nella prima metà dell'VIII secolo,
sarà ripreso, con ben altro impegno (ed altri esiti), dagli ultimi
grandi re longobardi, Liutprando (re dal 712 al 744) e, soprattutto,
Astolfo (dal 749 al 756), artefice della definitiva caduta dell'esarcato
d'Italia e della quasi completa unificazione del territorio.

[Secondo Paolo Diacono Caco e Tasone, figli maggiori del duca Gisulfo II del Friuli e di Romilda, adolescenti fennero fatti prigionieri dagli Avari, allorché il padre morì in battaglia e la madre dovette consegnare la capitale del ducato del Friuli, che fin lì aveva retto all'assedio.
Vennero quindi condotti in Pannonia come tutti i Longobardi catturati dagli Avari; appresero così l'intenzione dei loro nemici di uccidere tutti i maschi maggiorenni, dopo essersi spartiti le donne e i bambini come schiavi. Quindi con il più grande dei loro fratelli, Radoaldo, tentarono la fuga a cavallo. Secondo il racconto, temendo che il fratellino più piccolo, Grimoaldo, non fosse in grado di sostenere la cavalcata pensarono di ucciderlo, ritenendo "che fosse meglio per lui morire di spada che sopportare il giogo della prigionia". Il piccolo Grimoaldo, tuttavia, li convinse a desistere, dimostrando loro di saper cavalcare.
Caco e Tasone assunsero dunque il governo del ducato e lo espansero a danno degli Slavi, che da allora furono costretti fino ai tempi di Rachis a versare un tributo ai Longobardi. I due fratelli caddero in un'imboscata tesa loro nella città di Oderzo dal patrizio bizantino Gregorio. Questi aveva promesso a Tasone di adottarlo come figlio, con il rito del taglio della barba; il duca lo raggiunse insieme al fratello e a una piccola scorta. Appena arrivati ad Oderzo, Gregorio fece chiudere le porte della città e inviò i suoi armati contro i Longobardi. I fratelli compresero immediatamente la situazione, si prepararono a combattere e si scambiarono il bacio della pace e l'ultimo saluto. Si dispersero quindi per le strade, uccidendo chiunque si trovassero davanti e, scrive Paolo Diacono, "facendo grande strage dei Romani; ma alla fine anche loro furono uccisi". Gregorio mantenne comunque la sua promessa: ordinò che gli portassero la testa di Tasone e gli tagliò la barba]







La situazione geo-politica dell'italia alla fine del IV secolo
Moneta aurea longobarda con l'effige di Agilulfo
La c.d. "Lamina di Agilulfo"
La c.d. "croce di Adaloaldo", nel tesoro del duomo di Monza