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Elenco degli archeologi ed elenco “consultivo”; le idee
chiare del Direttore Generale De Caro chiudono la
questione.


È difficile riannodare le fila della polemica che si è innescata a partire
dall'emissione del
DL 163 2006 per l'archeologia preventiva, e relativo
regolamento attuativo,
DM 136 2009, pubblicato sulla GU di giugno,
ma almeno le conclusioni sembrano (sembrano !) chiare, almeno per ora.
È anche vero che le vicende relative alla nostra categoria non hanno
mai avuto una grande eco sugli organi di informazione; siamo
relativamente pochi, non facciamo lobby e di conseguenza la politica ci
snobba.
I nostri rappresentanti poi ricordano, alla lontana, la proverbiale mosca
cocchiera: producono grandi quantità di comunicati, presenziano convegni, firmano mozioni, ma all'atto pratico lo stato della categoria resta tale e quale a quello che viene tratteggiato su queste pagine (ma non solo) da anni.
Di tanto in tanto qualche politico sinistrorso (ma è una definizione che non ha più molto senso) “appizza” le orecchie e promette un qualche interessamento; ma da costoro non ci si può attendere più di tanto: non hanno mai ricevuto un mandato popolare, rispondono solo alle segreterie dei loro partiti ed hanno, quindi, ben altre priorità.
Verso la fine dello scorso anno dunque, sulla scorta della pubblicazione e dell'interpretazione data ai testi di cui sopra, avevo voluto intravedere una sorta di cambio di rotta da parte delle istituzioni (
http://badwila.net/situazione/index.html). Altri invece videro la possibilità che il ministero, per suo conto, “normasse” la materia delle assunzioni degli archeologi, come un inaccettabile attacco alla libertà di impresa, ed agitarono lo spauracchio della creazione “di fatto” di una sorta di albo degli archeologi (leggi il comunicato della Confederazione Italiana Archeologi all'indirizzo http://www.archeologi-italiani.it/notizie. htm#elencoviarch).
All'inizio non comprendevo perché questa prospettiva desse tanto fastidio; a rischio di sembrare nostalgico devo tornare a ricordare che nei primi anni '90 la possibilità della creazione di un albo della categoria aveva unito, nelle intenzioni, archeologi, docenti e amministratori, e sembrava lo sbocco obbligato dopo anni di inutili lotte per far uscire la categoria dal precariato.
Mi sono chiarito le idee con il tempo, ed ho concluso che, anche il questo campo, gli interessi “materiali” vengono (molto) prima dei principi. Se gli archeologi non riescono a fare lobby, evidentemente qualcun altro ci riesce, ed anche bene.
Se nel giro di soli due mesi il Direttore Generale per le Antichita, Dott. Stefano De Caro, ha prodotto due circolari contraddicendosi in maniera palese, le pressioni devono essere state veramente forti.
A proposito della natura delle “liste ministeriali” se ne sono dette moltissime; nella sostanza la questione ha ruotato intorno a due punti: il Ministero non può fare le veci di un ufficio di collocamento e, punto dolente, l'interpretazione data inizialmente al DM 136 2009 ribadita dalla
circolare n° 18 del 24 settembre 2010, paventava il pericolo “che venissero esclusi dai lavori normati dalla Legge sull’Archeologia Preventiva migliaia di archeologi che da decenni collaborano con le Soprintendenze lavorando nei cantieri, negli archivi e nei magazzini”.
Ma chi sono nella sostanza questo soggetti esclusi ? Il D.L. e il suo regolamento attuativo parlavano chiaro: detta in soldoni gli articoli 1 e 3 del DM, prevedono la possibilità di accedere agli "elenchi" istituiti presso il Ministero e le Soprintendenze, per soggetti “diversi dagli istituti universitari“, purché “in possesso di diploma di laurea e specializzazione … o di dottorato di ricerca in archeologia …ovvero di uno dei titoli di studio esteri riconosciuti equipollenti …".
Insomma non sembra una cosa dell'altro mondo; l'archeologo non è l'eterno praticante, come ci hanno fatto credere per anni; chi scrive ha iniziato a fare pratica di scavo, ricognizione e schedatura ben prima di conseguire la laurea; inoltre, sempre chi scrive, con la laurea in tasca si è fatto “il mazzo” sui cantieri mentre continuava a studiare e sosteneva gli esami per conseguire la specializzazione; e allo stesso tempo dava concorsi per cercare di accedere a qualche dottorato di ricerca (senza riuscirvi, purtroppo). E questo è un percorso identico a quello di migliaia di altri giovani archeologi, oggi come 20 anni fa.
Non c'è nulla di strano nel fatto che ad un professionista chiamato ad effettuare la “Verifica preventiva dell'interesse archeologico in sede di progetto preliminare” (come recita l'articolo 95, comma 1, del Decreto Legislativo 12 aprile 2006, n.163), vengano richiesti un determinato curriculum di studi ed il conseguimento di determinati titoli. Infatti l'art 1 del DM 136 2009, parla espressamente di “soggetti in possesso del diploma di laurea e del diploma di specializzazione in archeologia o di dottorato di ricerca in archeologia, o di titolo di studio estero equipollente”.
Detto ancora in italiano corrente la valutazione della rilevanza archeologica di un determinato sito e la conduzione delle indagini archeologiche preventive sul sito medesimo, richiedono l'opera di un archeologo, e di lui soltanto, qualificato e con una comprovata pratica lavorativa nel campo dell'archeologia preventiva.
Sembrano concetti di un altro pianeta ? Direi di no. Qualsiasi ordine professionale, tra i tanti presenti in Italia, richiede ai propri iscritti il conseguimento di un titolo di studio, di una abilitazione, di un tirocinio, altrimenti si incorre nella pratica abusiva di una professione.
Ma la ciliegina sulla torta è stata la circolare n° 18 del 24 settembre 2010, cui si è accennato, a firma del Direttore Generale De Caro, la quale lasciava intendere che gli incarichi relativi alla “valutazione” e le indagini archeologiche preventive sarebbero stati affidati unicamente ai professionisti inseriti nelle “liste” in corso di aggiornamento presso la Direzione Generale per le Antichità del Ministero.
Tutta questa premessa per giungere al punto: a partire dalla pubblicazione del  DM 136 2009 e della circolare n° 18 deve essersi attivata, subito, la lobby di coloro che operano in campo archeologico pur non avendone titolo.
Per chi è estraneo all'ambiente questa precisazione dovrebbe apparire
quantomeno inconcepibile: c'è qualcuno, dunque, che in Italia pratica
abusivamente la professione di archeologo ? Vi sono molti “soggetti” che
lo fanno ormai abitualmente; vi sono innanzitutto le ditte e le cooperative
che operano ormai unicamente come “agenzie di collocamento” del
bracciantato archeologico. Costoro, con solidi agganci nell'interno delle
Soprintendenze, dopo aver ottenuto un appalto assumono a tempo
determinato archeologi professionisti, in genere giovani neolaureati,
rubando loro una metà (almeno) del compenso dovuto. In altri contesto
questa pratica si chiama “caporalato” ... lo ribadisco ancora una volta, a
costo di risultare monotono, ma ormai sono certo di non essere l'unico a
pensarla così.
Vi è poi un'altra realtà, nascosta ma evidente a chi si muove ed opera
“nell'ambiente”; si tratta dell'impiego nei cantieri di vera e propria
manodopera non specializzata, fatta lavorare in nero e (di conseguenza)
sottopagata. Si tratta dell'escamotage a cui ormai ricorrono molte di queste ditte e cooperative per contenere i costi, lucrare meglio e, soprattutto, avere a che fare con soggetti incredibilmente deboli, remissivi, disposti a tutto pur di lavorare, da prendere e scaricare a proprio piacimento e a cui non è dovuto alcun trattamento economico aggiuntivo (versamenti contributivi, indennità, assicurazione).
Senza giungere a queste situazioni paradossali (ma reali), infine, rientrano in questa categoria di “professionisti non qualificati” coloro che operano nel campo dell'archeologia semplicemente essendo in possesso di titoli di studio “difformi” o diversi da quelli che dovrebbero essere nella tasca di un archeologo. Mi riferisco a tutte le lauree brevi o triennali (oggi gettonatissime perché le può conseguire qualsiasi “caprone”), alla laurea magistrale in archeologia, in conservazione o scienza dei Beni Culturali, ed infine ad alcuni diplomi come quello in Arte Applicata.
Si tratta di un campo, insomma, nel quale la “deregulation” la fa da padrona; una gallina dalle uova d'oro dove pochi grandi soggetti lucrano alla grande sul lavoro di molti, soprattutto giovanissimi, ignorati dalla legge, privi di garanzie, ricattabili e ricattati, disposti a tutto anche in cambio di poche centinaia di euro. È vero che, ultimamente, la cuccagna sembra finita; il settore edile e quello delle grandi opere non sembrano più in grado di garantire continuità di lavoro; ovviamente si da la colpa di tutto ciò alla crisi, ma in ogni caso proprio la polemica di questi ultimi mesi dimostra chiaramente che costoro, nonostante tutto, non mollano la presa e si sono immediatamente attivati per scongiurare la possibilità (anche remota) che l'archeologo possa diventare un vero “libero professionista”, riconosciuto e indipendente da condizionamenti, in grado di trattare e contrattare direttamente con i soggetti appaltanti (pubblici e privati), tutelato da un contratto riconosciuto a livello nazionale.
Probabilmente il sistema delle liste ministeriali non sarebbe stato il toccasana, ma poteva essere, perlomeno, una sorta di “riconoscimento” a livello statale dell'esistenza di una categoria di professionisti, gli archeologi, ignorata perfino dalla recente legislazione nazionale in materia. Nel
Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'articolo 10 Legge 6 luglio 2002, n. 137”, infatti ricorre ben 39 volte il concetto di “archeologico” ma neanche una volta la parola “archeologo” ... insomma l'archeologo “non esiste”, neanche per le leggi dello stato.
Se tutto questo si avverasse molti soggetti, che oggi agiscono da veri e propri parassiti della categoria, dovrebbero cercarsi un lavoro o andare a dormire sotto i ponti (dato che probabilmente non sanno fare altro); per ora il settore non tira più molto, ma evidentemente si ritiene che prima o poi la crisi passerà e ci si prepara, aggrappati con le unghie e con i denti alla nave che affonda, a saltare sulla scialuppa o sul carro del prossimo vincitore. Se il sistema non viene giù, insomma, a rimetterci saranno ancora una volta gli archeologi; e per ora il sistema appare talmente forte da essere riuscito a condizionare addirittura determinate scelte “politiche” all'interno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
La conclusione della vicenda (o quella che sembra essere la conclusione) è giunta infatti con la seconda circolare, diffusa dalla stessa Direzione Generale per le Antichità, a firma del suo Direttore Stefano De Caro; con la
circolare n° 19 del 19 novembre 2010, infatti, il Ministero ha operato una radicale inversione di rotta, precisando che la lista degli archeologi esistente presso la Direzione stessa “... non ha carattere obbligatorio, ma è da considerarsi utilmente consultivo ai fini di una migliore e più omogenea possibilità di selezione dei soggetti più qualificati, ai fini della redazione del documento di valutazione archeologica ...”. il documento poi aggiunge “... si delega alle Soprintendenze in indirizzo la verifica di tali requisiti, a seguito della comunicazione del nominativo del soggetto proposto da parte dei committenti, previo invito al predetto committente a corredare la comunicazione suddetta con la documentazione idonea”.
Sembra un catalogo di termini in “burocratese” puro; in realtà è comprensibilissimo per chi ha pratica del “sistema”. Nella sostanza si è vanificato quasi del tutto l'iter legislativo iniziato con il  DL 163 2006 per tornare alla pratica precedentemente invalsa e assolutamente “non normata”. Nella sostanza l'impresa edile che appalta un lavoro per il quale sia necessario l'espletamento di scavi preventivi, o anche la semplice supervisione archeologica in corso d'opera, propone il nominativo di un “soggetto” preposto a questo di propria fiducia e con cui abbia già maturato un precedente rapporto di collaborazione. Alla Soprintendenza rimane solo l'onere di verificare l'esistenza dei requisiti di idoneità (titoli di studio) e l'esperienza acquisita (curriculum).
Il ricorso ad un archeologo iscritto nell'elenco ministeriale avviene solo nel caso in cui l'impresa appaltante non sia in grado di proporre un proprio professionista di fiducia. Il che si verifica, ormai, molto raramente.
Dal momento che la totalità delle grandi ditte e cooperative archeologiche, operanti ormai da oltre 20 anni, può vantare forti agganci fra le imprese operanti nel settore edile, costoro, in barba a quella che doveva (o poteva) essere una “regolamentazione” del sistema continueranno ad imperversare indisturbate; forti soprattutto del fatto che nessun ispettore di Soprintendenza si opporrà mai alla scelta compiuta dalla ditta appaltatrice, pena l'impossibilità di portare a compimento uno scavo, o a rischio di ben più gravi conseguenze penali.
A nessuno è venuto in mente di precisare che tale conclusione, basata più sulla pratica corrente che su basi normative, rimane in palese contrasto con la legislazione vigente; a partire da quanto riporta l'articolo 95, comma 1, del  Decreto Legislativo 42 2004: “ ... Le stazioni appaltanti raccolgono ed elaborano tale documentazione mediante i dipartimenti archeologici delle università, ovvero mediante i soggetti in possesso di diploma di laurea e specializzazione in archeologia o di dottorato di ricerca in archeologia” (ma neanche in questo caso viene pronunciata la parola “archeologo”). È chiaro che ditte e cooperative non rientrano in queste due categorie; e se non bastasse il concetto è ribadito anche dall'articolo 3 del DM 136 2009, il quale recita “ ... Ai fini dell’iscrizione nella seconda sezione dell’elenco di cui all’articolo 1, i soggetti diversi dagli istituti e dipartimenti di cui all’articolo 2 devono essere in possesso di diploma di laurea e specializzazione in archeologia ai sensi del seguente articolo 4, o di dottorato di ricerca in archeologia, ai sensi del successivo articolo 5, ovvero di uno dei titoli di studio esteri riconosciuti equipollenti, ai sensi e per gli effetti di cui al successivo articolo 6.”
nella pratica dunque vi saranno dei soggetti che, in barba alla legge, continueranno a proporsi quali referenti pur non avendone titolo, e a praticare in maniera abusiva la professione che spetterebbe a singoli liberi professionisti.
Allo stato attuale sembra che sull'intera vicenda sia calato il silenzio; chi si è sentito inizialmente danneggiato ritiene, oggi, di aver raggiunto il proprio scopo; le liste ministeriali si stanno riempiendo di nominativi, curricula e titoli vari, ma, almeno qui a Roma, non mi risulta che siano state già utilizzate per conferire incarichi lavorativi nel campo dell'archeologia preventiva; lo stato di illegalità, che evidentemente qualche volenteroso aveva tentato di superare, torna a farla da padrone; l'eterna Italia dei furbi entra nel secondo decennio del XXI secolo.

A tutti un buon Natale e un felice 2011

Badwila