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La ceramica copta nell'Egitto tardo antico e
bizantino, tra conservazione e innovazione


Quella che viene definita "decadenza" nelle produzioni
ceramiche durante il basso impero romano e l'alto medioevo,
non riguarda l'Egitto, dove si assiste, al contrario, ad una
fioritura di atelier e manifatture, diffuse su scala regionale e
locale; manifatture specializzate nelle produzioni più disparate,
ben caratterizzate dal punto di vista formale (e quindi dell'utilizzo),
ma soprattutto riccamente decorate, secondo uno stile e un'originalità (dal punto di vista iconografico), che non trova precedenti in epoca romana, e diversi studiosi ricollegano direttamente alle tradizioni pittoriche dell'Egitto faraonico e della Grecia classica.
È ormai diffusa, per comodità, l'abitudine di utilizzare il termine
"copta" per designare la produzione di ceramica, in Egitto,
durante tutto il primo periodo cristiano, all'incirca tra il IV e
l'VIII secolo, la cui principale caratteristica è costituita dalle
ricche decorazioni.
Il quadro storico nel quale si collocano queste produzioni
coincide con la fine del basso impero romano, soprattutto
con il regno di Diocleziano di sinistro memoria per la
popolazione cristiana d'Egitto a causa della persecuzione del
284 (questa data difatti fu scelta dagli egiziani per segnare
l'inizio dell'era cristiana egiziana), ed include il breve periodo
di dominazione bizantina, quello dei governatori omeyyadi ed
abbassidi, per chiudersi all'iniziodell'epoca fatimide (tra il III e
il X secolo).
Alla luce di questa premessa appare singolare il fatto che la
ceramica copta non sia stata oggetto, fino ad oggi, degli stessi
studi sistematici che hanno interessato gran parte delle produzioni
ceramiche dell'area del Mediterraneo (si pensi solo alle sigillate o
alle invetriate). Dal punto di vista estetico alcuni manufatti sono
vere e proprie opere d'arte, testimoni dell'abilità e del talento dei
vasai egiziani.
Secondo recenti interpretazioni le terrecotte dipinte copte
perpetuano la grande scuola pittorica dei vasai greci,
combinando la purezza delle forme ceramiche (ben adeguate
alla loro funzione), e la vivacità delle raffigurazioni. Questo
fenomeno è da sottolineare, in un periodo in cui la maggior parte
dei ceramisti attivi nel mondo bizantino (eccetto quello di Gerasa
in Giordania) si accontentavano di una ceramica dalla
decorazione incisa o stampigliata, nella migliore tradizione romana.
È stata ipotizzata anche una "filiazione" diretta tra la ceramica
copta e la protomaiolica occidentale; tuttavia la produzione
delle terrecotte dipinte copte è certamente precedente alle
prime produzioni invetriate nell'impero Romano-bizantino,
mentre la tecnica del graffito sotto vetrina fu largamente utilizzato
anche nelle produzioni dei ceramisti alessandrini e di Assuan, a partire dal VII secolo.
Dal punto di vista archeologico i contenitori in ceramica, integri o frammentari, potrebbero rappresentare per gli archeologi una classe
fondamentale di materiale datante: le loro forme standardizzate
consentono la ricostruzione anche di oggetti frammentari e
caratterizzano momenti cronologici abbastanza ben definiti.
Inoltre illuminano anche per quanto concerne diversi aspetti
della cosiddetta "cultura materiale", come gli spazi domestici, le
pratiche alimentari, i metodi di conservazione, di preparazione e
di trasporto delle derrate.
La sicura determinazione dell'origine dei singoli manufatti
(possibile solo in presenza di scavi documentati) porterà ad una
sempre maggiore conoscenza e localizzazione degli atelier
(benché per l'Egitto questo studio sia oggi solo agli inizi), e ad
una ricostruzione dei circuiti commerciali e delle relazioni tra
città e insediamenti su scala locale  e regionale. Per individuare i
diversi luoghi di produzione, inoltre, appare fondamentale la
determinazione della natura delle argille usate per la
fabbricazione dei recipienti, per lo più marnose, calcaree e ricche
di caolino facilmente osservabile.

Tra le forme più ricorrenti nel repertorio della ceramica copta
sono i semplici vasi, le zangole (recipienti per battere e impastare il burro), i colini, gli impastatori, le cosiddette gargoulettes (brocche porose che consentivano, con
l'evaporazione, di rinfrescare l'acqua contenuta. Il becco stretto
consentiva di dirigere il getto d'acqua direttamente in fondo alla
gola; ne è venuta l'espressione bere a gargoulette) che mostrano
quelle che erano le tecniche di cucina; le anfore, gli innaffiatoi, i
bruciatori per incenso, i vasi per saqqiah (per il sollevamento
dell'acqua tramite ruote idrauliche, gli scaldini consentono invece
un approccio diretto con diverse attività della vita quotidiana.
Quella del mondo copto (e del mondo antico in generale) era
anche una economia "del reimpiego"; si rinvengono infatti bottiglie
rotte trasformate in coppe per bere o anfore vinarie non più
utilizzabili reimpiegate in contenitori per conserve di pesce .
Ma la ceramica copta consente anche, e soprattutto, un itinerario
attraverso la cultura figurativa tardo antica dove si mescolano
influenze ellenistiche e dell'Egitto classico; sulla ceramica copta
sopravvive, come già accennato, la vivacità e l'immediatezza delle
raffigurazioni propria dei pittori vascolari classici, la cui maestria
consentiva la costruzione delle figure con pochi efficaci tratti di
pennello e l'accostamento di colori base ottenuti soprattutto
dalle diverse terre reperibili in loco. Alcuni motivi figurati,
certamente cari alla sensibilità degli Egiziani e risalenti
all'epoca faraonica, conoscono una nuova gioventù in
epoca bizantina, come i pesci e gli uccelli del Nilo, e le
piante locali come il loto.

La ceramica pseudo dipinta: Piatti, teglie e basi  da cucina,
brocche,  "gargoulettes", flaconi, bottiglie, anfore e Jarre

La ceramica pseudo dipinta (indicata anche come pseudo
sigillata) è la classe maggiormente rappresentata nell'ambito
della produzione copta; in essa rientrano tutte le principale
forme di utilizzo domestico, da mensa e da dispensa. Le forme
maggiormente diffuse sono quelle aperte, piatti, teglie e basi da
cucina. Si tratta di una terracotta, se non di lusso data la
modestia del materiale impiegato, almeno di presentazione o
di rappresentanza. Alcune splendidi esemplari sono stati rinvenuti
in contesti ecclesiastici e monastici.
La principale caratteristica di questi terrecotte è la sua fine
decorazione a pennello. La gamma dei colori utilizzati è
ristretta: il nero, spesso tendente al marrone per dare una
tonalità color melanzana, è utilizzato soprattutto per i contorni;
il rosso a volte tendente all'arancio per le campiture; tocchi e
lumeggiature in bianco danno, infine, maggiore risalto e
"plasticità" a tutti i particolari.
Il repertorio figurativo regionale è soprattutto basato su figure zoomorfe,
e gli animali maggiormente rappresentati sono quelli presenti nella regione:
pesci e uccelli, alcuni mammiferi come leoni, lepri, ma anche bestie
fantastiche: grifoni o ibridi indefiniti. Sono diffuse anche le raffigurazioni
di piante: racemi di vite, il loto e le palme. Infine
la figura umana che compare sotto forma di busto o nell'ambito di in una
scena.
I primi piatti di questo tipo furono realizzati nel corso del VI secolo e
rimasero in produzione durante il V e VI secolo; gli ultimi esemplari si
datano alla fine del VII secolo.

I contenitori dalla forma chiusa, invece, sono per lo più atti a contenere
liquidi, utilizzati per servire in tavola acqua, birra o vino, ma anche per la
conservazione di queste stesse bevande o di altri liquidi pregiati come oli,
profumi, ed essenze. Sono caratterizzati da un serbatoio chiuso, un collo
stretto
a volte munito di versatoio ed una base piatta per garantirne la stabilità.
Le bottiglie sono per lo più recipienti senza impugnatura la cui altezza supera i venti centimetri. Presentano per lo più il collo tubolare e labbro
svasato in forma di imbuto, all'interno del quale può essere
praticato un foro. Questa perforazione e le tracce oleose
riscontrate su alcuni esemplari consentono di ipotizzare che
possano aver contenuto liquidi pregiati, oli, profumi o altri
unguenti. La maggior parte si data dalla fine del VI secolo
all'inizio del IX.
Anche la maggior parte dei flaconi (di minori dimensioni rispetto
alle bottiglie) contenevano probabilmente liquidi pregiati, forse
vini. L' assenza di tracce oleose, i motivi incisi sulla superficie di
alcuni esemplari, per lo più motivi cruciformi, potrebbero
evocare l'utilizzo in ambito liturgico come contenitori del vino
per la messa.
Le brocche presentano un collo più breve ed un labbro più
aperto; l'imboccatura può essere leggermente schiacciata così
da formare una sorta di versatoio. Sono fornite  di impugnatura
e base piana per l'appoggio. Le dimensioni sono molto variabili.
I cosiddetti "gargoulettes", infine, si distinguono dalle brocche
principalmente per la presenza di un forte restringimento nel collo
o di un filtro per proteggere il liquido contenuto, e per l'utilizzo di
argilla porosa, permeabile all'aria che consente loro l'azione
refrigerante.

Le Jarre erano vasi destinati a conservare prodotti alimentari, solidi o liquidi,
grano, verdura, datteri, olive, miele, in alcuni casi olio. Nell'ambito delle
produzioni copte coesistono due tipi di jarre caratterizzate da dimensioni
diverse, e destinate verosimilmente a
diversi impieghi: le  Jarre di grande
formato, che misurano  tra 50 e 80
cm d'altezza e quelle di
dimensioni inferiori, attorno a 30 cm
d'altezza.
Numerosi esemplari delle due
categorie si presentano riccamente
decorati. Una delle caratteristiche più
attraenti delle jarre, grandi e piccole,
risiede proprio nella sua decorazione;
forse in seguito all'influenza della
pittura vascolare greca, la
decorazione di questi recipienti gira
tutto attorno alla parte superiore
della pancia, in un unico registro.
Si tratta di scene riccamente animate,
dove gli animali si affrontano, si
inseguono o si osservano inquadrati
da motivi fitomorfi (foglie e racemi).
L'iconografia preferita mescola tra
loro fonti d'ispirazione,
apparentemente di origine greca con
i ricchi girali di edera lauro, motivi di
origine egiziana, come il loto e la
fauna locale, ed infine reminescenze
orientali nel trattamento ricco ed
elaborato delle forme e dei dettagli
degli animali.

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Particolari di elementi decorativi antropomorfi e zoomorfi da contenitori da mensa o uso domestico
La raccolta archeologica del Louvre offre un repertorio praticamente completo (e di facile ricostituzione dal punto di vista formale) delle forme più comuni le quali coprono tutto il periodo copto. Costituisce inoltre un riferimento sicuro per la ricostruzione di oggetti frammentari provenienti da scavi e la maggioranza delle opere aventi un'origine ancora oggi conosciuta.
Grande piatto dipinto e decorato, da Edfou (1924) - VI - VII secolo
Vaso dal lungo collo con piccola ansa; forse innaffiatoio. Da Antinoé (1905) - IV secolo
Jarra utilizzata come passino o colino, dagli scavi di Tôd (1982), V - VIII secolo
Brocchetta con versatoio da Médamoud (1931), V - VII secolo
Gargoulette di provenienza sconosciuta, con decorazione a nastro lungo la spalla e il ventre; V - VI secolo
Il quadro cronologico dell'Egitto copto

Gli studi del padre P.du Bourguet fanno coincidere gli inizi del periodo copto in Egitto con l'adozione di una nuova forma di scrittura (basata sull'alfabeto greco con l'aggiunta di alcuni segni demotici locali) che sostituisce la scrittura geroglifico nel corso del II secolo d.C. La fine di questo periodo corrisponde con l'abbandono di questa scrittura e della lingua egiziana a profitto della scrittura e della lingua araba, nel corso del XIII secolo.
La storiografia intende piuttosto il periodo copto come quello caratterizzato dalla massima diffusione del cristianesimo, vale a dire tra il III l'VIII secolo. L'arabizzazione dell'Egitto, che si traduce anche con l'abbandono progressivo della religione cristiana e della lingua egiziana, avviene a partire dal dominio dei califfi Fatmidi, cioè a partire dalla fine del XII secolo, quando la popolazione egiziana conta ancora un 40% di cristiani.
Nel corso di questa dozzina di secoli, l'Egitto conoscerà quattro dominazioni successive: quella dei "Luogotenenti di Alessandro" , meglio noti sotto il nome di Tolomei, quella di Roma, quella di Bisanzio, quella dei califfi musulmani (escludendo i dieci anni d' occupazione persiana tra il 619 e il 629).
Il contatto con queste diverse culture trasformerà ed arricchirà la cultura millenaria dell'Egitto. L'arte copte si sviluppa a partire dalle tradizioni indigene unite alle varie influenze straniere. Provincia dell'Impero romano fin dal 30 a.C. (a partire dalla conquista di Ottaviano, futuro imperatore Augusto), la regione forniva a Roma il grano ed il papiro, ed assume un ruolo economico preponderante agli occhi degli imperatori.
La divisione dell'Impero in due parti, alla morte di Teodosio, nel 395, pone l'Egitto sotto la dominazione di Bisanzio. Le invasioni arabe del 641 lo fanno rientrare nei possessi musulmani. L' Egitto si converte rapidamente al cristianesimo e diventa una delle province in cui la nuova religione risulta maggiormente radicata. Conserva tuttavia sacche di "resistenza" pagana fortemente ellenizzate, fino all'arrivo dei musulmani.
Le origini di questo cristianesimo non sono chiaramente conosciute. La tradizione, riportata da Eusebio di cesarea, attribuisce all'evangelista Marco la prima predicazione ad Alessandria attorno agli all'anno 45, prima del di morirvi linciato dai fedeli del dio Derapide nel 65. Ma una lettera di  Clemente  Alessandrino riporta che Marco sarebbe giunto in Egitto solo dopo il martirio di San Pietro, nel 64 (Le reliquie dell'evangelista riposano ora, al termine di un lungo soggiorno a Venezia, nella cattedrale di San Marco del Cairo, restituite nel 1968 dal papa Paolo VI alla chiesa copta).
In realtà è più probabile che il cristianesimo egiziano sia sorto nell'ambito Comunità ebrea di Alessandria, nel corso della seconda metà del I secolo. Due secoli più tardi l'Egitto non conta meno di un centinaio di vescovi, con sedi disperse in tutto il paese. Tuttavia la diffusione del cristianesimo non avvenne senza scontri, anche violenti, con le comunità ebraica e pagana. Troppo spesso, il clero turbolento e fanatico, si lasciò andare a violenze verso gli oppositori: la distruzione del Serapeo di Alessandria nel 391, a seguito a l' editto di Teodosio che proibiva i culti pagani e il massacro della sacerdotessa Hypathia nel 416. L'ultimo tempio pagano a Philae fu chiuso da Giustiniano nel 537
Tra il IV ed il VI secolo l'Egitto si copre di chiese e di monasteri. Nonostante le frequenti dispute teologiche, ma anche politiche, con Bisanzio, e le conclusioni del concilio di Calcedonia (451) che metterà al bando l'ortodossia bizantina, la chiesa copta costituisce il proprio clero e per prima stabilisce regole monastiche che influenzeranno fortemente anche il monachesimo occidentale.
I Santi Pacomio (286-346) e Antonio (251-356?) forti della loro esperienza di anacoreti, dettarono le prime norme per la vita in comunità, diffuse poi dai numerosi aspiranti al monachesimo. Pacomio instaurò una norma, il cenobitismo (koinos bios), dove i monaci dividono stanze singole in un monastero; al contrario Antonio redasse una norma di vita in "semi-comunità" secondo la quale i monaci dovevano vivere in eremi dispersi nel deserto, e si raccoglievano una volta alla settimana per celebrare l' ufficio domenicale, intorno d' un monaco-sacerdote.
Gli Egiziani copti avevano rescisso da tempo i legami culturali con i loro antenati dell'epoca faraonica, tanto sul piano politico che artistico. Tuttavia, la loro eredità religiosa classica fondata sulla credenza in una vita post mortem, correlata al valore della vita terrena e delle opere, fondata sulla credenza nella morte e resurrezione di un dio, Osiride, fondata sulla venerazione di un dio bambino nell'ambito della sua dea-madre, Harpocrate ed Iside, contribuì certamente alla loro rapida adesione al cristianesimo.


Grandi Jarre decorate dagli scavi di Baouit (1903), VII - VIII secolo