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La caduta di Costantinopoli (1453) nella cronaca del
medico veneziano Nicolò Barbaro


Due avvenimenti epocali e relativamente vicini tra loro segnano, secondo
la visione storica moderna, la fine del medioevo: la caduta di Costantinopoli
(29 maggio 1453), e lo sbarco di Cristoforo Colombo nel “Nuovo Mondo”
(12 ottobre 1492).
Al di la del fatto se sia corretto porre una data di fine (ed inizio) ad un
periodo così lungo e complesso come il medioevo, va precisato che mentre
la coscienza dell'allargamento dei confini del mondo conosciuto impiegò
del tempo per diffondersi in Europa (i pochi contemporanei informati erano
infatti convinti che Colombo fosse sbarcato in Asia), la caduta della capitale
dell'impero romano d'oriente nelle mani dei Turchi Ottomani, destò
improvviso e profondo stupore nonché preoccupazione nelle potenze
occidentali. Soprattutto l'avanzata dei Turchi in Asia e nei Balcani,
costrinse i sovrani occidentali a guardare all'oriente (ed al vicino oriente
soprattutto), non più soltanto come passaggio obbligato per le rotte
commerciali delle grandi compagnie di mercanti, terra da occupare e
controllare anche politicamente, ma come un serio problema politico per il
quale valeva la pena coalizzarsi ed accantonare antichi contrasti (soprattutto
di natura economica e commerciale).
Esiste una vastissima letteratura, lasciataci da scrittori e cronisti dell'epoca,
che testimonia dei sentimenti che pervasero le menti più aperte e gli
osservatori più attenti all'arrivo della notizia, portata dalle migliaia di profughi
in fuga dalla carneficina seguita all'entrata delle truppe di Maometto II nella
città.

Tra le voci dell'epoca, è interessante seguire quelle di coloro che meno si
prodigarono per la difesa  di Costantinopoli (pur avendo i mezzi per farlo), vale a dire le grandi città marinare (Genova e Venezia in primo luogo); queste in un passato non troppo lontano non avevano lesinato mezzi per mettere le mani su quello che rimaneva dell'impero bizantino, sfruttando a proprio vantaggio le spedizioni militari dirette verso i luoghi santi, fino a quella quarta crociata (1202), indetta da Innocenzo III ma abilmente “dirottata” dal Doge di Venezia Enrico Dandolo per ristabilire e proteggere gli interessi commerciali della Serenissima in oriente (ottobre 1202 saccheggio di Zara, luglio 1203 primo saccheggio di Costantinopoli, aprile 1204 secondo saccheggio di Costantinopoli e fondazione dell'impero latino con a capo il conte Baldovino IX di Fiandra).
Sono sostanzialmente due le cronache, di parte cristiana, che narrano con dovizia di particolari lo svolgimento dell'assedio e la battaglia finale che portò all'ingresso dei turchi nella città. In primo luogo quella di Giorgio Sphrantzes (Costantinopoli 1401 – Corfù 1477), amico intimo di Costantino XI Paleologo (ultimo imperatore bizantino, Costantinopoli, 8 febbraio 1405 – 29 maggio 1453), generale, alto funzionario dell'amministrazione, ultimo a ricoprire la carica di Mega Logoteta bizantino; le sue Memorie costituiscono la principale fonte sulla caduta di Costantinopoli; redatte in forma di diario, estremamente precise e documentate, con una ottima datazione dei fatti; si tratta di un'opera molto interessante anche per il modo in cui è scritta, ossia con il linguaggio dell'uomo comune greco nel XV secolo. L'opera copre gli ultimi anni della dinastia dei Paleologi, fino alla morte dell'autore.
Vi è poi il Giornale dell'assedio di Costantinopoli,  redatto in stretto dialetto
veneto dell'epoca da Nicolò Barbaro, le cui uniche note di carattere
biografico sono quelle da lui stesso fornite nel corso del racconto; era un
medico veneziano membro dell'importante famiglia patrizia dei Barbaro.
Imbarcato su una galea veneziana come medico di bordo (forse negli anni
1452-53) si trovava a Costantinopoli, dove fu testimone dell'assedio della
città e sembra abbia preso parte attiva alla difesa. Il 29 maggio 1453,
giorno della presa della città, riuscì a fuggire dalla città in maniera
rocambolesca con altri compagni e molti profughi.
Entrambe le cronache sono, ovviamente, “di parte”, ma non nascondono
(o non riescono a nascondere) il sostanziale disinteresse dell'occidente di
fronte al dramma che si compiva sul Bosforo: al di la di pochi volenterosi
confluiti alla spicciolata dall'Italia, dalla Francia e dalla Spagna, e di quanti
erano già presenti nella città (veneziani, genovesi e spagnoli soprattutto),
interessati per lo più a salvare se stessi, i propri averi e le proprie mercanzie,
nessuna nave si mosse dai porti in mano occidentale nel Mare Egeo.
Tuttavia Nicolò Barbaro non manca di sottolineare il valore dei difensori
veneziani e contrapporlo alla codardia dei greci e, in più di un'occasione,
alla palese ostilità dei genovesi, interessati a coltivare buoni rapporti con il
sultano.
In occasione del trasporto delle navi turche via terra, dalla base sul Bosforo
(Le Colonne) fin dentro il canale dei Dardanelli, i genovesi di Pera
(sobborgo al di la dell'attuale Corno d'Oro, antico porto di Costantinopoli)
avrebbero deliberatamente favorito l'operazione senza intervenire
(“...abiandone tragetà dentro dal porto de Costantinopoli ben fuste
setantado, e redusele in porto dentro dal navarchio de Pera, e questo
perchè lor Turchi avea bona paxe cun Zenovexi.”).
Con grande dovizia di particolari, e particolare risentimento verso i
genovesi, Barbaro racconta, dunque, la storia del fallito attacco della
flotta veneziana contro le navi turche insediatesi nel “Mandrachio” di
Pera; a seguito della soffiata, portata da un genovese di nome Faiuzo il 24
aprile, Maometto ebbe tutto il tempo di rifornire di armi da fuoco le navi
e piazzare alcuni cannoni all'entrata del porto di Pera. Contemporaneamente i genovesi di Pera riescono a far rimandare la sortita fino al 28 con la scusa di volervi partecipare. I motivi del fallimento dell'operazione, poi, oltre che in questo tradimento, sarebbero da ricercare nel castigo di Dio per i peccati di alcuni dei partecipanti (!). L'accuratezza e i dettagli del racconto, stanno forse a indicare che anche Nicolò Barbaro prese parte in prima persona all'operazione.
L'autore, tuttavia, non mostra lo stesso risentimento nel raccontare la fallita spedizione del brigantino, partito il 3 di maggio e rientrato il 23, il quale avrebbe dovuto cercare la flotta veneziana, che si attendeva in soccorso della città, e che invece rimase al sicuro nel porto veneziano di Negroponte (Euboea) senza muoversi.
Con lo stesso distacco, da persona personalmente coinvolta, Nicolò dedica le prime pagine del diario alle trattative incorse tra una delegazione di veneziani, con a capo Gabriele Trevisan e il Balio di Costantinopoli Gerolamo Minoto, con l’imperatore Costantino XI e i suoi generali, circa la sorte delle molte navi da carico presenti nella città e delle mercanzie stipate, parte sulle navi stesse, parte a terra. In precedenza (il 13 dicembre 1492) l’imperatore aveva decretato di trattenere diverse navi, tra cui le tre galee giunte con la delegazione pontificia, e destinarle alla difesa della città; il giorno seguente a bordo di una delle galee veneziane (forse quella stessa su cui era imbarcato Nicolò) si incontrarono le due delegazioni per discutere la possibilità di trattenere tutte le navi mercantili al fine di armarle e adibirle alla difesa del porto.
Tale proposta, se era fortemente caldeggiata dai delegati
pontifici e dal Balio Gerolamo Minoto, non trovò lo stesso
entusiasmo nei diretti interessati, vale a dire i mercanti e gli
occidentali in genere, presenti in città, che in quelle navi
vedevano, evidentemente, l’unica possibilità di salvezza.
Di questo incontro Nicolò riporta testualmente il verbale
con l’elenco dei partecipanti.
Nonostante l’opposizione dei capitani, con il pretesto
dell’ordine, ricevuto da Venezia, di rientrare quanto prima,
i due delegati eletti per l’occasione, i nobili Nicolò Giustiniani
e Fabrizio Corner, decretarono di accogliere la richiesta
dell’imperatore; nell’accordo stipulato si richiedeva
all’imperatore il pagamento di 400 ducati al mese per il
sostentamento delle ciurme; d’altro canto i capitani delle
navi trattenute, tre galee grosse e due galee sottili, si
impegnavano a tener fede all’accordo stipulato, pena il
pagamento di 3000 ducati al comune e all’avogadoria di
Venezia.
Contemporaneamente montò la protesta dei molti mercanti
presenti nella città con i loro averi e le loro mercanzie; nel
testo della protesta, presentato ai capitani Alvise Diedo e
Gabriele Trevisan, costoro lamentavano la decisione presa
in fretta senza che ne venisse informata la Signoria di Venezia,
e, soprattutto, il fatto di ritrovarsi sequestrati nella città
assediata, nell’impossibilità di caricare le mercanzie sulle navi
in questione.
Tra il 17 e il 21 dicembre 1452 si riunì un consiglio di
mercanti (consiglio dei dodici), il quale decretò di dover
mandare dei messaggeri a Venezia per informare la Signoria
della decisione presa. Il giorno 26 dello stesso mese, infine,
nel corso di un concitato incontro tra i mercanti, con a capo
il Balio, e l’imperatore, i primi richiesero con enercia il
permesso di poter caricare le proprie mercanzie sulle navi
e la libertà di salpare da Costantinopoli in qaualunque momento; dal canto suo Costantino, pur dando il permesso di effettuare il carico delle merci, chiese, ed ottenne, la permanenza delle navi in città con i relativi equipaggi.
Nella sostanza, sebbene disposti, almeno a parole, a rimanere in città per partecipare alla sua difesa, i veneziani vogliono le navi armate, cariche e pronte a salpare, nell’eventualità (per nulla esclusa gia allora) della presa della città da parte dei turchi. Un’atteggiamento del tutto interessato, ma per nulla biasimato da Nicolò Barbaro, non molto diverso da quello tenuto dai genovesi, che, invece, già si preparavano ad onorare il nuovo padrone del Mediterraneo.

Questi sono, nelle grandi linee gli avvenimenti di quei giorni, con particolare riferimento ai punti in cui il racconto di Nicolò diverge da quello di altre cronache.

Secondo Barbaro venerdì 6 aprile 1453 inizia lo schieramento
dell'esercito turco di fronte alle mura di terra; tuttavia non precisa
il fatto che in quella stessa data inizia il cannoneggiamento che si protrarrà
per diversi giorni; al tramonto dello stesso giorno il settore delle mura
presso la Porta Charisii (poco a sud del quartiere delle Blacherne)
viene seriamente danneggiato e crolla il giorno dopo sotto il perseverante
cannoneggiamento; venne riparato velocemente nella notte dai difensori.
Sulla base delle notizie circa i danni arrecati alle mura di terra dalle
bombarde turche, sembra che il cannoneggiamento si sia concentrato,
per tutta la durata dell'assedio, nella zona compresa tra le mura delle
Blacherne e il fiume Lycus, ritenuta dai turchi più vulnerabile.
Lunedì 9 aprile, l'ammiraglio turco Balta-oghlu, saggia le difese dello
sbarramento del Corno d'Oro, tentando un primo attacco, ma in seguito
decide di attendere rinforzi navali dal Mar Nero. Nel frattempo, il
sultano conquista due castelli fuori le mura: il primo, Therapia, su una
collina sopra il Bosforo, resiste per due giorni. Il giorno seguente la
flotta turca assalta un'isola bizantina del Mar di Marmara e ne deporta
gli abitanti barricati su una torre, data poi alle fiamme. Lo stesso giorno
viene espugnato un secondo castello nei pressi del villaggio di Studion,
demolito in poche ore dal fuoco dell'artiglieria. 
Queste fasi iniziali dell'assedio vengono del tutto ignorate dal Barbaro,
il quale mette piuttosto l'accento sui preparativi che si tengono dentro
le mura, e sottolinea il pieno accordo operativo tra i comandanti delle
truppe e le galee veneziane, l'imperatore e i suoi “baroni”.
In particolare l'autore, uomo di mare, sottolinea la potenza e
l'organizzazione della flotta veneziana impregnata nella difesa del porto
di Costantinopoli e della catena che ne sbarrava l'accesso; in questa
circostanza, tuttavia, sembra che molte navi rimasero alla fonda
nell'arsenale, forse per l'impossibilità (economica) di armarle e
fornirle di equipaggi.
Nonostante Nicolò sembri bene informato sui movimenti della flotta turca, ormeggiata in uno scalo posto due miglia a nord della città, non menziona affatto il primo attacco portato da Balta-oghlu allo sbarramento sul Corno d'Oro, il 17 aprile. La scaramuccia si risolse con l'intervento di Luca Notaras (Mega Dux dell'Imperatore), giunto a dar manforte a coloro che presidiavano lo sbarramento. Balta-oghlu per salvare le sue navi dall'accerchiamento è costretto a ripiegare verso la base turca.
Al contrario Barbaro fornisce un ottima ricostruzione della battaglia svoltasi il 20 aprile tra la flotta turca e le tre galee da trasporto genovesi, inviate in soccorso da l Papa Niccolò V; battaglia che si concluse con la sconfitta dei turchi, particolarmente umiliante per Balta-oghlu.
Il nuovo ammiraglio della flotta turca, nominato da Maometto II il giorno seguente, fu Hamza Beg. Questi ebbe maggior fortuna nel corso dei seguenti attacchi, ma finì miseramente nel 1462, nel corso di un'ambasciata presso Vlad III di Valacchia, quando venne fatto impalare per ordine del principe rumeno, insieme con l'ambasciatore del Sultano Tommaso Cataboleno e i 40 uomini della scorta. Evidentemente Nicolò non conosce il nome del nuovo ammiraglio turco e possiede solo notizie confuse sul suo conto.
Nel lungo e circostanziato racconto di Nicolò Barbaro mancano, quindi, alcuni dettagli significativi, che difficilmente egli poteva non conoscere; ad esempio l'affondamento (Sabato 5 maggio) di una nave genovese sotto le mura di Pera: i genovesi protestarono ma il sultano rispose loro che solo alla conquista della città sarebbe stato risarcito l'armatore. Il fatto, se riferito, avrebbe potuto dare ulteriore fondamento al risentimento di Nicolò verso i genovesi.
Negli stessi giorni il gigantesco cannone dell'ingegnere ungherese Orban finì fuori uso per il cedimento della base, ma venne presto rimesso in funzione.
Ancora Nicolò riporta, con dovizia di particolari, da
testimone oculare, la descrizione della torre mobile
(da lui definita bastione) costruita dai turchi durante la
notte tra il 17 ed il 18; la macchina, costituita da
un'ossatura in legno ricoperta da pelli di bue e cammello,
era munita di una piattaforma alta come le mura esterne.
Contemporaneamente i turchi lavoravano per interrare
il fossato e creare un passaggio solido per la torre,
in modo da poterla accostare alle mura, difesi dalla torre
stessa e da un camminamento, opportunamente
predisposto, con graticci e pelli di cammello.
Stranamente non aggiunge che nella notte del 18 i
difensori delle mura riuscirono a piazzare dei barili di
polvere sotto la torre facendola detonare.
Contemporaneamente viene ripulito il fossato e le mura,
nei pressi dei ruderi della torre mobile, vengono rinforzate
da una nuova palizzata.
In seguito i turchi utilizzeranno altre torri d'assalto di minori
dimensioni, ma senza alcun esito.
Infine Nicolò narra della costruzione di un ponte di botti e passerelle lignee, che nelle intenzioni degli assedianti doveva permettere l'attraversamento del Corno d'Oro, ma pone questo fatto il giorno 19 di maggio, mentre, secondo la cronologia “canonica” dell'assedio, sarebbe da porre al 28 aprile. Questo ponte, riferisce Nicolò, non avrebbe avuto alcuna utilità pratica, in quanto un solo colpo di bombarda l'avrebbe demolito. Tuttavia Maometto II lo avrebbe fatto predisporre unicamente per gettare il panico tra gli assediati e costringerli a disperdersi lungo le lunghissime mura di Costantinopoli
Il 26 maggio (altra notizia omessa da Nicolò Barbaro), Maometto II offrì all'imperatore un ultima possibilità di resa. Un ambasciatore greco (di cui si conosce il nome, Ismail), viene incaricato di recare la proposta del Sultano: pagare 100.000 bisanti d'oro come tributo annuo; contemporaneamente ogni cittadino sarebbe potuto uscire dalla città e consegnarsi con i propri beni mobili, ed avrebbe avuto salva la vita; inoltre Maometto concedeva all'imperatore di mantenere il principato di Morea (Peloponneso), ancora in mano bizantina.
L'offerta viene respinta dal Basileus e dal consiglio; Costantino offrì al Sultano ogni suo bene esclusa la città, ma Maometto chiuse la trattativa affermando che le uniche scelte lasciate ai greci sarebbero state: la resa, la morte, o la conversione.
Lo stesso giorno il Sultano riunì il suo Consiglio di guerra. Nonostante
uno dei generali, Chal?l Pascià, gran visir del precedente sultano Murad
II propendesse per cessare l'assedio, ricordando che la flotta Veneziana
poteva giungere da un giorno all'altro e facendo notare quanto fossero
deboli i turchi sul mare, la maggioranza dell'assemblea, e gli stessi
soldati, decide di non togliere l'assedio prima della presa della città.
I generali favorevoli alla linea dura ricordano a Maometto l'esempio
di Alessandro Magno, che conquistò mezzo mondo con un esercito esiguo,
e questo argomento fa subito presa sul sultano, appassionato di storia
antica e lettore di classici greci.
Il racconto dell'assalto finale, la notte del 29 maggio, sembra
sostanzialmente fedele a quanto riportato da altri cronisti (Giorgio
Sphrantzes soprattutto), anche se non riesce a dirimere i dubbi
sull'effettivo ruolo svolto dagli occidentali presenti nella città (genovesi
soprattutto), nell'aver favorito l'ingresso di Maometto; Nicolò liquida
con poche parole il repentino abbandono di campo del comandante
genovese Giovanni Giustiniani, forse ferito da un colpo di colubrina, e la
falsa notizia, da lui diffusa tra i difensori, della repentina caduta delle città;
notizia che ebbe l'effetto di diffondere il panico e scatenare la fuga degli
occidentali verso il porto. Infine vi è il particolare, del tutto taciuto, della presenza di una porta lasciata aperta, alla giunzione tra le mura teodosiane e le mura delle Blacherne (detta Kerkoporta, la cui posizione esatta non è nota), attraverso la quale iniziò l'ingresso dei turchi in città.
Secondo Nicolò Barbaro, invece, il ruolo principale nella caduta delle difese venne giocato dai terribili colpi delle bombarde turche, che in poco tempo demolirono le mura esterne, già danneggiate e riparate in maniera precaria, mentre le mura interne venivano abbandonate dal grosso dei difensori presi dal panico. Quindi la presa di Costantinopoli si sarebbe risolta unicamente nel cedimento di un piccolo tratto delle mura di terra, mentre nessun ruolo avrebbe avuto la potente flotta turca, in gran parte rimasta nelle acque dei Dardanelli, fuori dal porto sbarrato dalla catena, ed in parte (circa 70 piccole galee) ormeggiata nel “navarchio” di Pera. Piuttosto all'apparire degli stendardi turchi sulle mura tutti gli equipaggi delle navi turche si riversarono in terra per prendere parte al saccheggio, e questo avrebbe favorito la fuga di diverse navi italiane cariche di profughi.
È a questo punto del racconto che compare la figura dell'autore, che parla di se in terza persona; In questa fase della vicenda, inquadrabile nelle prime ore del mattino, Nicolò Barbaro si trovava a bordo della galea del comandante veneziano Alvise Diedo, e al suo seguito sbarcò in Pera per concordare con il Podestà genovese la fuga dei profughi o una estrema resistenza; con i due si trovava anche l'ammiraglio veneziano Bartolo Furlan.
Qui il racconto rivela ancora una volta l'ambiguità della
condotta di parte degli occidentali presenti a
Costantinopoli: il podestà, di cui non è riportato il nome,
avrebbe fatto sequestrare i tre per consegnarli ai turchi e,
con loro, consegnare le navi che si preparavano alla fuga.
Solo un'estrema trattativa del Diedo consentì ai tre di
tornare sulle navi, mentre già i galeotti già si preparavano
a salpare ignari dell'accaduto; per uscire dal porto, poi,
fu necessario rompere a colpi di scure uno dei ceppi
della catena e solo a quel punto i fuggiaschi furono fuori
e in salvo. Un estremo tentativo di imbarcare altri
profughi non ebbe esito, dal momento che i turchi
occupavano ormai tutti i sobborghi ed avevano portato
via migliaia di prigionieri.
Al mezzogiorno del 29 maggio 1453 (nell’anno
dell’Egira 857 secondo i cronisti turchi), dunque,
cinque galee, quattro veneziane e una bizantina, cariche
di profughi, facevano vela verso occidente, del tutto
ignorate dai turchi impegnati nel gigantesco saccheggio.
Oltre a poche altre navi genovesi, fuggite in seguito
all'apertura della catena, nel porto di Costantinopoli
rimasero circa venti galee, tra veneziane e bizantine.

Il testo del "Giornale", scaricabile in formato pdf
(
http://badwila.net/costantinopoli/giornale.pdf), è stato
"tradotto" in italiano per renderne più agevole la lettura.
In bibliografia sono indicate le edizioni disponibili dove
leggere il testo nella sua lingua originale. Nella traduzione
ho mantenuto la "cadenza" originale del dialetto veneto
parlato dall'autore ed anche diversi termini, modi di dire
e intercalari la cui traduzione letterale, anche se sarebbe stata possibile, nulla agiunge alla leggibilità del testo.
Per avere un idea del testo originale,quì di seguito ne riporto due brevi passi:

Or i nostri cristiani avea una gran paura, fexe sonar el serenissimo imperador campana martelo per tutta la zitade, e cusì a le poste de le mure cridando ognomo: ‘Mixericordia eterno Dio’; cusì cridava homeni come done, e masima le muneghe e donzele; iera tanti i pianti che l’avaria fato pietà ad ogni crudo Zudeo”.

Or per tuta questa zornada Turchi si fexe una gran taiada de cristiani per la tera; el sangue se coreva per la tera come el fosse stà piovesto, e che l’aqua si fosse andada per rigatoli cusì feva el sangue; i corpi morti cusì de cristiani, come de Turchi, queli si fo butdi in nel Dardanelo, i qual andava a segonda per mar, come fa i meloni per i canali. De l’imperador mai non se potè saver novela de fatti soi, nì vivo, nì morto, ma alguni dixe che el fo visto in nel numero di corpi morti, el qua fo dito, che el se sofegà al intra’ che fexe i Turchi a la porta de San Romano”.

Diversi termini caratteristici per la loro originalità sono stati lasciati e corredati della traduzione (ove possibile) tra parentesi quadre; non essendo, questa, una edizione critica ho limitato al massimo le note al testo: mi sono astenuto dal cercare note di carattere biografico per tutti i personaggi citati dal Barbaro, per lo più esponenti di nobili famiglie veneziane, ed ho limitato la massimo quelle notazioni di carattere storico che consentono di inserire il racconto nel contesto più ampio degli avvenimenti dell'epoca.

Bibliografia essenziale

Nicolo Barbaro, Diary of the Siege of Constantinople 1453, trans. by J. Melville-Jones, New York, 1969.

Giornale dell'assedio di Costantinopoli 1453, corredato per E. Cornet, Di Nicolò Barbaro, Vienna, Libreria Tendler & Comp. 1856

A. Pertusi (a cura di), La Caduta di Costantinopoli, I: Le testimonianze dei contemporanei. Verona, Fondazione Lorenzo Valla 1976

A. Pertusi (a cura di), La caduta di Costantinopoli, II: L'eco nel mondo, Verona, Fondazione Lorenzo Valla 1976

A. Frediani, Costantino XI e la caduta di Costantinopoli, in: “L’ultima dinastia di Bisanzio: i Paleologi – 1259-1453”, Porphyra Anno III, numero VII, Aprile 2006, pp. 98 – 104

Il testo intero della cronaca, privo tuttavia di note, si può scaricare dai seguenti link:
http://www.deremilitari.org/resources/sources/constantinople3.htm (in inglese), e http://wikisource.org/wiki/Giornale_dell%27assedio_di_Costantinopoli_1453 (in lingua originale)





Costantino XI Dragaš
Maometto II
Costantinopoli nel XV secolo; mappa dellaBiblioteca Nazionale Francia
Armatura "greca" di XV secolo; Atene, Museo Bizantino (foto di Badwila)
L'assedio di Costantinopoli in un affresco del Monastero di Moldovita (Romania)
La facciata del pazzo detto "del Porphyrogenitus" a Costantinopoli, ultima residenza degli imperatori d'oriente
Costantinopoli nel 1451-1481; William R. Shepherd 1923