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Costantino XI Dragaš, ultimo imperatore bizantino.
La caduta di Costantinopoli negli scritti di alcuni
contemporanei

A proposito dell'ultimo imperatore di Bisanzio la storiografia moderna
è unanime nel lodarne le doti di politico e militare; sul declinare del suo
potere egli, con i cinque fratelli (figli di Manuele II Paleologo e di Elena
Dragaš di origini serbe), Giovanni VIII (che lo precedette sul trono di
Bisanzio), i despoti della Morea Teodoro II, Demetrio II, Tommaso
e il despota di Tessalonica Andronico, costituirono un gruppo di
potere saldo e solidale nella difesa dello stato.
La ripartizione delle rispettive cariche nell'ambito dei residui territori
bizantini avvenne, infatti, senza colpo ferire; Costantino, figlio prediletto
di Elena e ammirato anche dal fratello maggiore, l'imperatore Giovanni
VIII, ottenne la corona dal fratello che era malato ed occupato, in Italia,
dalle trattative per l'unione delle chiese cattolica e ortodossa, nonostante
vi fossero altri fratelli più anziani. Questi anzi accettarono di buon
grado l'elezione e mantennero le loro cariche.
Giovanni VIII Paleologo partì il 15 novembre del 1423, per un lungo
viaggio che lo avrebbe portato a Venezia, Milano, Mantova e in
Ungheria in cerca di aiuti contro l'avanzata ottomana in Asia, dopo
aver nominato il fratello minore suo reggente.
Il suo primo atto di governo, sotto la guida della madre, fu il trattato
di pace col sultano Murad II. In seguito in quanto Despota (comandante
militare) si occupò della difesa della costa del Mar Nero, all'epoca
ancora bizantina ma occupata dallo stato indipendente di Trebisonda,
e dell'Acaia, ancora in mani latine.
A partire dal 1427, si stabilì in Morea, odierno Peloponneso, da cui
iniziò la campagna militare per la riconquista dell'Acaia. Costantino
aveva organizzato un forte esercito, al comando dell'amico personale, il
Mega Duca Giorgio Sfranze, con cui attaccò i domini dei veneziani Tocco,
signori dell'Epiro e del Peloponneso occidentale.
Ultimata la conquista di questi territori nel 1430 dopo un lungo assedio riconquistò la città di Patrasso unificando tutta la Morea sotto il suo dominio, ad eccezione delle città veneziane di Corone e Modone.
Lo stesso anno oltrepassato l'istmo di Corinto, entrò in Beozia, territorio appartenente all'Impero Ottomano, ma qui venne fermato dall'esercito di Turakhan Bey.
Dopo la conquista della Morea Costantino continuò a esercitare per alcuni anni le funzioni di reggente del trono imperiale per conto del fratello Giovanni impegnato nel concilio di Ferrara.
In questi anni, tuttavia, dovette anche fronteggiare le tensioni popolari
scatenate dal tentativo di unione della chiesa ortrdossa con quella cattolica,
fortemente osteggiato clero e dai fedeli.
All'interno della corte, diversi alti esponenti erano contrari a qualsiasi
patto con i cattolici; tra questi Demetrio II, fratello di Costantino, e il
Mega Duca Luca Notara. Demetrio, tentò di impadronirsi del trono
sfruttando questo malcontento e strinse nel 1442 un'alleanza militare
con gli Ottomani; il tentativo tuttavia fallì per la defezione del suo esercito.
In seguito Demetrio venne nominato despota di Morea, insieme al fratello
Tommaso fedele all'impero, ma pochi anni dopo scontento della carica
si pose al servizio di Maometto II ma dovette accontentarsi di alcune
cariche amministrative nell'amministrazione ottomana.
Dal 1443 Costantino si dedicò nuovamente alla difesa ed espansione
dei suoi territori; fece ricostruire le mura di Hexamilion, e nello stesso
anno varcò nuovamente l'istmo di Corinto, conquistando Atene e Tebe
ponendo nuovamente l'Attica sotto la sovranità bizantina; obbligò il duca
d'Atene, Nerio II Acciaiuoli, a riconoscerlo come suo signore e pagargli
un tributo annuale. Lo stesso anno avanzò nella Grecia centrale
occupando territori gia appartenenti all'Impero Ottomano.
Anche dopo la sconfitta dei crociati nella battaglia di Varna il 10 novembre 1444, per nulla intimorito continuò le sue conquiste, tra cui la Beozia, la Focide fino al Pindo, ai confini dell'attuale Albania.
Sembrava che Costantino fosse in procinto di riportare l'intera Grecia sotto il dominio bizantino, ma nel 1446 il sultano Murad II alla testa di un grande esercito invase nuovamente i territori appena riconquistati. Costantino si attestò, per la difesa, sulle mura di Hexamilion (sull'istmo di Corinto), ma la resistenza fu inutile; gli Ottomani, forti anche di nuovi modelli di cannone, in breve abbatterono in più punti le mura ed in seguito iniziarono a razziare la Morea, catturando numerosi prigionieri. Costantino riuscì tuttavia ad ottenere una una pace che lo avrebbe costretto a pagare un tributo annuale al sultano.
Il 31 ottobre 1448 Giovanni VIII morì e in attesa del ritorno del reggiente,
la madre Elena Dragaš dovette assumere
il controllo di Costantinopoli dove si era da poco verificato il tentativo di
usurpazione del trono da parte del figlio Demetrio.
Il 6 gennaio a Mistra, nel centro del Peloponneso, si celebrò la cerimonia
per l'incoronazione in forma non ufficiale, data l'assenza del patriarca
ortodosso. Costantino ricevette tuttavia il riconoscimento da parte
dell'esercito. Il 12 marzo giunse a Costantinopoli con una nave veneziana
dove sua madre gli consegnò le insegne imperiali. La storia successiva è,
sostanzialmente, quella narrata dai cronisti dell'ultimo assedio di
Costantinopoli.
La storiografia successiva ha iniziato, molto presto, a porsi il quesito
di quale sia stata la fine dell'ultimo imperatore d'oriente; su questo
punto, infatti, molte cronache tacciono e alcune si contraddicono.
La versione dei fatti maggiormente accreditata vuole che l’imperatore sia
sceso da cavallo abbia cercato di sbarrare la porta delle mura attraverso
cui gli ultimi difensori stavano fuggendo presi dal panico; secondo Giorgio
Sphrantzes quando il cugino Teofilo si gettò contro la massa di giannizzeri
che avanzavano Costantino abbandonò le insegne imperiali e lo seguì
cadendo anch'egli nella mischia; si disse che prima di morire abbia
dichiarato: "Non c’è un cristiano, qui, disposto a prendersi la mia
testa ?
".
Un’altra versione, forse della parte avversa, lo  vuole ucciso da alcuni
marinai turchi mentre tentava di salpare su una  nave ancorata in un piccolo
approdo lungo la costa sul Mar di Marmara.
In ogni caso, dopo lunghi secoli costellati di imperatori capaci di
mostrare soprattutto brama di potere, e impegnati in torbidi intrighi di
corte, Costantino XI dimostrò di avere piena consapevolezza del proprio
ruolo nella Storia, e sembrò essere giunto a Costantinopoli, dalla Grecia,
proprio per dare alla millenaria teoria di sovrani bizantini un epilogo
degno di un impero che era stato il centro del mondo.

La caduta di Costantinopoli non ebbe conseguenze particolari
sull'andamento della politica europea, se non in Italia dove venne firmata una pace (trattato di Lodi, 1454), più formale che effettiva, tra gli stati italiani pronti ad unirsi per fronteggiare una possibile avanzata dei turchi. Per quanto riguarda gli altri grandi regni d'Europa, le guerre e i conflitti  tra di loro erano destinati ad aggravarsi, tanto che Enea Silvio Piccolomini, (Corsignano, 18 ottobre 1405 – Ancona, 14 agosto 1464),  il futuro papa Pio II, scrisse  al Papa Nicolò V una lettera amara e maliziosa: “Vostra Beatitudine ha fatto ciò che ha potuto. Non c’è nulla che possa esser posto a carico di vostra Clemenza; ciò malgrado i  posteri,  ignari della situazione, ve ne faranno carico, quando leggeranno che Costantinopoli fu presa durante il vostro regno… E’ vostro dovere ormai muovervi, scrivere ai re, inviare legati, ammonire, esortare i principi ed i comuni perché si riuniscano o inviino i loro rappresentanti in un luogo comune. Ora che la ferita è ancora fresca, si affrettino a venire in aiuto della comunità cristiana, in nome della fede facciano pace o tregua tra alleati e, unite le forze, muovano contro i nemici della croce salvifica… ”;  tuttavia " … ogni città ha un proprio re; ci sono tanti principi quante case. Come si possono persuadere i capi cristiani a prendere le armi ?”.
Nel coro delle voci che si susseguono e non nascondono la cattiva coscienza dell’Europa, si va dalla visione lungimirante quanto amara di un Piccolomini a personaggi pittoreschi ed opportunisti quale Giorgio di Trebisonda (filosofo e unabista bizantino, Candia, 3 aprile 1395 – Roma, 1472 o 1473) il quale nientemeno scrive allo stesso Maometto II per proporgli di unificare la religione cattolica e quella musulmana: “nessuno meglio di te, mirabile emiro, può portare a termine un’impresa di tal genere”. Giorgio partito dall'Italia nel 1462 tornò a Candia, città natale, da dove partì poi alla volta di Costantinopoli, città dove aveva risieduto e insegnato nel 1452. Ma ora la città non era più la capitale dell'impero bizantino; intraprese comunque il viaggio con la speranza di riuscire a farsi accogliere alla corte del sultano e di mettersi al suo servizio, ma senza riuscirvi).
Tra quelli che, in previsione della tragedia, si erano impegnati fino in fondo vi fu Isidoro vescovo di Kiev (Monemvasia 1380-1390 – Roma 1463); nominato metropolita di Kiev nel 1437 si adoperò da subito per  l'unificazione della chiesa ortodossa russa con quella cattolica, al fine di favorire l'intervento delle potenze occidentali in soccorso di Costantinopoli. Il suo progetto trovò subito l'opposizione di Vassili II di Russia, che tuttavia, per convenienza, non lo ostacolò. Nel 1439 partecipò al concilio di Firenze, dove difese la sua posizione in merito all'unione contro il delegato russo Foma di Tver'. Poco dopo il suo rientro a Kiev Vassili lo fece arrestare ed imprigionare su istigazione del clero ortodosso. Imprigionato in un monastero ne fuggì nel 1441, mentre il Granduca rinunciava all'unione delle due chiese. Nel 1458 a Roma venne nominato Patriarca latino di Costantinopoli. Anche egli scrisse una accorata lettera al Papa: “Suscita dunque la tua potenza, o più santo dei padri, e poiché tu conosci a fondo le cose e le capisci e hai potere di influenza notevole su tutte le altre podestà inferiori, cerca di assumerti con la forza necessaria e di affrontare questa che è la causa di Cristo, nostro Dio; volgi ad essa la tua ira possente…”; in un altro passo afferma : “egli [Maometto II] nutre un odio, un’avversione e un furore così forte contro i cristiani, che quando egli vede con i suoi occhi un cristiano, ritenendo di aver subito una grave deturpazione e sozzura, lava e deterge i propri occhi. Un nemico tale della fede cristiana non ci fu mai, e non ce n’è uno simile a lui, né alcun uomo vide mai né vedrà tra il popolo cristiano”.
Persino il Senato veneziano, infine, si rivolse al Papa, con un appello accorato “noi ricorriamo a vostra Santità come al pastore sommo del gregge di Dio, supplicandovi con la nostra solita devozione filiale che vi degniate di provvedere a un tal male con tutti i mezzi e con tutte le preghiere che parranno opportune alla vostra saggezza”.

Nonostante il saccheggio, la distruzione della capitale e la grande organizzazione ottomana, lo spirito dell'Impero romano d'oriente rimase vivo, influenzando la politica dei paesi balcanici; la cristianità greco-ortodossa mantenne nel tempo la sua sacralità preservando parte dei popoli slavi dal fascino esercitato in passato dell'Islam sulle popolazioni del medio oriente e del nord Africa.
Nel1460 un esercito ottomano attaccò la Morea, ultimo despotato bizantino in Europa, e rapidamente aprì un varco sulle mura del Hexamilion, attraverso l'Istmo di Corinto, difese dalle truppe di Tommaso Paleologo, uno dei figli dell'Imperatore bizantino Manuele II Paleologo e di Elena Dragaš, fratello di Costantino XI. L'ultimo despota, vista l'impossibilità di difendere l'intera estensione dell'istmo, fuggì con la sua famiglia in Italia, dove già era stato riconosciuto come leggittimo erede dell'Impero bizantino, e venne accolto a Roma alla corte di Papa Paolo II.
Ad est, poi, la caduta di Costantinopoli favorì la nascita di un'altra grandissima potenza; Nel 1472, infatti, Papa Paolo II organizzò a scopi politici il matrimonio fra la figlia di Tommaso Paleologo, Zoe (che cambiò nome in Sophia) e il principe Ivan III di Russia, con lo scopo di far diventare la Russia un paese cattolico. Nonostante il matrimonio l'unione delle chiese non avvenne a causa della decisa opposizione dei russi alla sottomissione a Roma. In virtù di questo matrimonio Mosca cominciò a seguire la politica Imperiale di Bisanzio e a fregiarsi del titolo di terza Roma.

A. Pertusi (a cura di), La caduta di Costantinopoli. Le testimonianze dei contemporanei, Milano, Mondadori (Fondazione Valla), 1976

A. Pertusi (a cura di), La caduta di Costantinopoli. L'eco nel mondo, Milano, Mondadori (Fondazione Valla)



Miniatura datata tra il 1403-1404, rappresentante la famiglia imperiale, Manuele II Paleologo con la moglie Elena Dragaš, insieme ai tre figli, da sinistra, Giovanni VIII Paleologo, Teodoro II Paleologo, Andronico Paleologo.
L'impero bizantino all'avvento di Giovanni VIII
Il sultano Murad II si esercita al tiro con l'arco; Huner-nama ('Book of Skills'), Istanbul, 1584.