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I dati del censimento nazionale degli archeologi, negli Atti del Convegno di Paestum del 17 – 20 novembre 2011

I dati del censimento nazionale promosso alcuni anni fa dall'Associazione
Nazionale Archeologi, sonno finalmente noti e accessibili. Non è una notizia
dell'ultima ora, dato che la sede in cui sono stati divulgati sono gli atti del
convegno
“Valorizzazione e gestione integrata del patrimonio archeologico”
(Paestum 17 – 20 novembre 2011)
, promosso dal Ministero per i Beni e
le Attività Culturali nell'ambito della XIV Borsa Mediterranea del Turismo
Archeologico. È dunque inutile dilungarsi sull'analisi capillare dei dati stessi,
dal momento che non aggiungono nulla (o comunque molto poco) a quanto
è già ben noto agli “addetti ai lavori” e a chi vive quotidianamente sulla
propria pelle questa realtà.
Un dato che merita di essere sottolineato, tuttavia, è quello della scarsissima
partecipazione al censimento stesso (tanto più che esso si è svolto su scala
nazionale): solo 835 archeologi, sui 1800 soci che l'A.N.A. vanta in tutta
Italia, e, verosimilmente, gli altrettanti archeologi iscritti all'altra grande
associazione nazionale, la Confederazione Italiana Archeologi (C.I.A.).
Questa scarsa propensione all'impegno diretto, propria della categoria, la si
era già constatata in occasione della prima manifestazione (nazionale anch'essa) tenuta a Roma nel 2008 alla quale parteciparono, più o meno, 300 archeologi.
I dati del censimento, come già accennato, delineano una situazione ben nota; mi ha meravigliato il dato secondo cui la grande maggioranza degli archeologi lascia la professione dopo solo 5 anni, alla ricerca di un lavoro “vero” (ma non è dato sapere se poi lo trovano !). Quindi il sottoscritto, che ha tenuto duro per 15 anni, dovrebbe meritare un monumento !
Per il resto il quadro è la logica conseguenza della situazione di abbandono totale in cui versa la categoria, per nulla mitigata dalla recente comparsa delle due associazioni; queste, sebbene ambiscano ad un riconoscimento ufficiale quali “associazioni di categoria” (e in maniera neanche tanto velata !), ad oggi hanno tentato di svolgere una blanda azione di “lobbyng”, coinvolgendo politici dell'area di centro-sinistra, che poi, regolarmente, sono passati ad occuparsi di altro.
Si tratta di una situazione di “stallo” che a mio parere (ma non solo mio) è stata scientificamente perseguita all'inizio degli anni '90, facendo naufragare ad arte il progetto di costituzione di un Ordine Nazionale della categoria, e lasciando gli archeologi, privi di tutela legale, in balia del mercato e delle grandi società e cooperative che andavano costituendosi proprio allora. Carne da cantiere da assumere con contratti di collaborazione o lettera d'incarico, pagata con denaro pubblico, la metà del quale rimaneva (e rimane) nelle tasche di chi procaccia il lavoro.
Il fenomeno nuovo, tipico degli anni 2000, è quello delle Partite IVA, vere o false che siano, dei vari sotterfugi adottati da ditte e società appaltatrici per eludere le leggi sul lavoro, le assunzioni a ripetizione da una ditta all'altra, il mancato rispetto dei tariffari e del Contratto Nazionale dell'Edilizia (rispetto che, del resto, lo stato non impone).
Gli archeologi, insomma sono proprio in buone mani !
Entrambe le associazioni di cui sopra fin dalla loro comparsa insistono (giustamente) sul tema del riconoscimento giuridico della figura dell'archeologo; riconoscimento che non può non passare per una regolamentazione “severa” dei requisiti indispensabili per l'accesso alla professione. Quindi un ben preciso percorso formativo, universitario e post-universitario, determinati titoli di studio, specializzazione e perfezionamento, apprendistato e aggiornamento. Giustissimo !
Tuttavia solo pichi anni fa vennero duramente contestati i requisiti dettati dalla Direzione Nazionale per i Beni Archeologici per l'accesso alle “liste di collaboratori” (previste da quando le attività di archeologia preventiva sono state normate dal Codice dei Contratti Pubblici del 2006 e dal D. M. 60/2009); requisiti che, almeno sulla carta, avrebbero sbarrato l'accesso a tutti coloro che “di fatto” collaborano con le Soprintendenze, a vario titolo e con diversi titoli di studio “anomali” (si parlò addirittura di collaboratori con il diploma in Arte Applicata !); ma soprattutto avrebbero impedito l'accesso alle liste medesime, a ditte e cooperative, in quanto “non titolari” di alcun diploma o laurea.
Evidentemente in questo caso l'azione di lobbyng ha dato i suoi frutti, dato che, prontamente, la Direzione Nazionale fece marcia indietro, dando a quelle liste un carattere “puramente consultivo” (di fatto non servono a nulla), e lasciando piena libertà di iscrizione ad imprese e cooperative (oltre che ai Dipartimenti Universitari); soggetti che continuano a condizionare l'accesso al lavoro, svolgendo un vero e proprio caporalato.
Leggere i dati del censimento, dunque, può solo servire a ripetere (e ripetersi): “… lo avevo detto !”. Quindi … ora lo sappiamo; in realtà già lo sapevamo, però abbiamo un dato certo: 835 archeologi in tutta Italia sono in queste condizioni. Gli altri 2 o 3000, non sappiamo neanche chi siano; non esistono.