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La ceramica "merovingia" nella Gallia del
nord e nella Belgica


La regione comprendente l'antica provincia romana di
Belgica è caratterizzata, gia in epoca imperiale, da una
fitta rete di atelier per la produzione di ogni tipo di
manufatto in ceramica, atelier che fin da allora potevano,
provvedere a tutte le necessità della popolazione, dal
trasporto, allo stoccaggio, alla mensa alla cucina.
Tutta la gamma delle ceramiche d'uso domestico, in uso
presso la popolazione gallo romana, si ritrova nelle
produzioni delle manifatture regionali: dal vasellame "fine" da tavola, alla ceramica comune per usi specifici, come quella da cucina, brocche, anforette, mortai, ed ancora, recipienti da conserva. Per lo più le produzioni regionali si distinguono per l'utilizzo dell'argilla con forte contenuto siliceo che caratterizza il suolo della regione.
Sulla base delle tecniche di lavorazione impiegate e delle caratteristiche formali dei prodotti, si ritiene che fin dalla prima età imperiale la Belgica sia stata "colonizzata" da famiglie di ceramisti immigrati dalla regione del Reno; nonostante l'inevitabile produzione di contenitori ispirati, dal punto di vista formale, alle ceramiche italiche e sud galliche che giungevano nella regione lungo le vie del commercio interregionale, gli atelier locali si distinguono presto per la presenza di soluzioni formali originali e di particolari tecniche di decorazione. La limitata produzione di ceramiche destinate alla cottura si deve probabilmente alla scarsa disponibilità di argille calcaree, più resistenti all'azione del calore; si deve forse a questa circostanza il fatto che la produzione locale, lungo tutta l'epoca imperiale, si sia specializzata soprattutto nelle produzioni fini da mensa, bicchieri coppe e piatti, e di contenitori da stoccaggio come
brocche e anforette.
Dal punto di vista quantitativo una distinzione "per
fabbriche" del materiale proveniente da svariati contesti
"di consumo", rivela una presenza nettamente dominante
delle ceramiche uscite dagli atelier regionali, rispetto a
quella di prodotti d'importazione; questi ultimi consistono
essenzialmente in terre sigillate, altre ceramiche fini
(sigillate, pareti sottili), ed anfore. Questa bassa
percentuale di importazioni si ritrova su tutti i siti gallo
romani della regione, in proporzioni variabili ed in
funzione del genere di sito, ed oltrepassa raramente il
15 % dell'insieme di materiali presenti.
Per quanto riguarda la ceramica non tornita, abbondante
in diversi siti e prodotta ininterrottamente lungo tutto l'arco
dell'epoca imperiale, ad oggi non è stato identificato con certezza nessun sito di produzione a causa stesso metodo di fabbricazione che avveniva probabilmente in semplici fornaci terragne senza distinzione tra camera di combustione e camera di cottura, le quali hanno lasciato scarse tracce archeologiche.
Nell'ambito di diversi atelier si diffonde a partire dal II secolo d.C. un particolare tipo di vasellame dall'impasto di colore chiaro, caratterizzato dalla la superficie affumicata, e di colore brunastro, cotta in atmosfera "riducente", soggetta poi una "post - cottura" ossidante, più una affumicatura finale, forse nella stessa camera di cottura. La produzione comprende tanto del vasellame fino, a superficie liscia, derivante dal repertorio formale del vasellame da tavola, che ceramica comune da cucina.
La "batteria da cucina", infine, evolve verso modelli prettamente "gallo romani", che divengono onnipresenti in tutta la regione ed oltre, con evidenti diversità cronologiche tra il nord e il sud, tra i siti urbani e quelli rurali. La ceramica da cucina, ad esempio, si caratterizza per le molte forme aperte destinate a far "rinvenire" gli alimenti prima di cucinarli, a discapito delle forme chiuse destinate alla bollitura. Le ceramiche si sono probabilmente adattate al cambiamento delle abitudini alimentari della popolazione gallo romana, come anche ai metodi di preparazione e conservazione dei prodotti alimentari.
Si ritiene che i gravi disordini che hanno interessato la Gallia intorno alla metà del III secolo, accompagnati dai primi "sconfinamenti" delle popolazioni germaniche fino ad allora stanziate oltre il Reno, abbiano causato la rapida decadenza delle manifatture locali. In realtà le recenti ricerche archeologiche hanno documentato diverse "rioccupazioni" tarde di siti produttivi della prima età imperiale come quello legato alla villa di Bruyelle, presso Tornai.

Le diverse produzioni ceramiche consentirebbero di identificare comunità di Frisoni e Sassoni stanziati a ridosso del confine della Belgica già nel III secolo d.C. in seguito ad alleanze con l'autorità romana o costituite da nomadi, la cui presenza appare di volta in volta transitoria o più stabile.
Anche se non è facile oggi distinguere
caratteri "culturali" tipici delle varie
popolazioni "non romane" menzionate
dagli storici e dalle cronache antiche,
è certo che già nel III secolo costoro
producevano oggetti e contenitori in
ceramiche dalle caratteristiche peculiari,
e per nulla influenzate da quanto veniva
prodotto e commerciato nelle vicine
regioni romanizzate; piuttosto queste
produzioni rientrano in una più vasta
"facies" germanica della quale fanno
parte anche le ben note ceramica scura a stampigliature prodotte in Pannonia e importate dai Longobardi nei primi anni del loro insediamento nell'Italia del nord.
Le ceramiche, presenti nei primi stanziamenti regionali di popolazioni germaniche, comprendono manufatti importati dalle regioni del Reno e della Mosa già nella seconda metà del III secolo e all'inizio del IV, insieme a molta ceramica d'impasto non classificabile; il sistema di cottura e l'argilla sabbiosa impiegata le caratterizza come produzioni locali. Per contro le forme, le decorazioni caratterizzate da svariati motivi a spina di pesce e a pigne, così come i degrassanti impiegati, suggeriscono una loro discendenza dalle produzioni autoctone della Frisia o della bassa Sassonia.
Le "Grubbenhausen" di Donk e i contesti d'abbandono a Kontich (Belgio, regione di Antwerpen), restituiscono, già nel IV secolo, una ceramica di fattura locale decorata con semplici impressioni digitali. Alcuni recipienti presentano degrassanti minerali caratteristici del nord ovest della Germania, mentre altri sono realizzati con la stessa forma ma con materiali locali. Si tratta quindi di manufatti in parte portati nel corso delle migrazioni, in parte realizzati di volta in volta nei luoghi di stanziamento.
Questi ed altri esempi, tuttavia, mostrano come materiali di importazione diretta o imitazioni caratterizzate dalla "eredità" tecnologica delle regioni d'origine, siano difficilmente distinguibili nell'ambito dei primi insediamenti precari dei popoli nomadi.
In questo contesto estremamente mutevole i Franchi
appaiono come popolazione distinta dalle altre tra la
fine del III e la seconda metà del IV secolo, parte di
una lega di tribù, a volte dedite al saccheggio, nomadi
oppure mercenari al soldo di usurpatori, altre volte
stanziati come "Dediticii" o "Foederati", o al servizio
dei contingenti "Limitanei"; in alcuni casi, come a
Furfooz (Belgio, provincia di Namen) sembra abbiano
rioccupato le fortificazioni di altura lungo la Mosa e i
suoi affluenti. Dalla metà del IV al V secolo diverse
necropoli del Balgio e del nord della Francia (Eprave,
Haillot, Pry, Thon, Tournai e Vieuxville), mostrano una
continua assimilazione delle usanze e dei costumi della
popolazione gallo romana, come nel caso
dell'organizzazione dello spazio sepolcrale in "ranghi"
regolari, per l'orientamento preferenziale delle sepolture
verso nord e per l'adozione di elementi del vestiario o
del corredo femminile. La presenza di monete
longobarde, bizantine e ostrogote su diversi siti mostra
come nel corso del tempo la regione dominata dai
Franchi, corrispondente tra V e VI secolo all'antica
provincia romana della Bellica, si sia aperta al
commercio con il resto del mondo Mediterraneo.
Negli stessi anni la fascia litoranea della regione è
interessata dalla migrazione delle tribù Anglosassoni; sui
siti archeologici riferibili a questi stanziamenti è
caratteristica la presenza di ceramica tornita di
repertorio "merovingio" ed alcune importazioni
renane come la ceramica con digrassante in paglia triturata e sterco, caratteristica del litorale, direttamente derivante da quella che dovrebbe essere la tradizione anglosassone; altre produzioni mostrano l'impiego di chamotte e quarzo, caratteristici della valle dell'Escaut, così come le produzioni di Campinoises (Champagne-Ardenne) alla brabantine che sembrano ricollegarsi alla tradizione germanica della regione tra il Reno e il Weser.
In questo quadro estremamente complesso che
caratterizza l'assetto sociale della regione, l'aspetto più
appariscente relativo alle produzioni ceramiche è il
drastico impoverimento del repertorio formale che si
riduce quasi unicamente alle forme chiuse per mescita
e conservazione di bevande o, comunque, sostanze
liquide. Si tratta per lo più di boccali, olle o brocche
dalla semplice forma globulare od ovale, con
imboccatura larga a labbro svasato, raramente
sagomata a versatoio; le forme di dimensioni maggiori,
possono essere, poi, monoansate o provviste di
versatoio a cannello impostato sulla spalla.
La circostanza non deve stupire se si pensa che
contemporaneamente molti altri contenitori di uso
domestico dovettero essere realizzati in materiali
deperibili, come legno o fibre vegetali; circostanza,
questa, accertata dovunque la composizione del terreno
abbia consentito la conservazione di questi manufatti.
Da questa prima constatazione si deduce,
conseguentemente, la drastica chiusura di molti canali
commerciali con le regioni del sud, Provenza e Italia, i
cui mercati sono ancora, nel VI e VII secolo, dominati
da produzioni ceramiche di tradizione tardo romana e
bizantina, e con un repertorio formale notevolmente più
ricco.
Quello che caratterizza anche in maniera innovativa la
produzione ceramica di epoca merovingia è, invece, il
ricco repertorio decorativo, per lo più realizzato con
impressioni a stampo che vanno dai semplici punzoni, a
quelle che sembrano essere piccole matrici realizzate
appositamente per essere impresse sulla superficie
esterna dei contenitori più voluminosi e pregiati;
contenitori che, il più delle volte, si ritrovano nei corredi
tombali contemporanei.
Motivi costituiti da semplici perforazioni con punzone
caratterizzano il vaso biconico decorato a rosette
proveniente da Lavoye (Mosa - Saint-Germain-en-Laye ; musée d'Archéologie nationale), datato intorno al 500 d.C. In seguito vengono impiegate sempre più frequentemente matrici a timbro o cilindriche, come mostra il grande vaso biconico riccamente decorato da motivi con archetti e croci iscritte, che proviene da Avelesges (Somme - Saint-Germain-en-Laye ; musée d'Archéologie nationale), datato alla seconda metà del VI secolo.
La netta cesura che caratterizza il passaggio
dall'età romana all'alto medioevo, da forse l'idea
dell'impatto devastante delle migrazioni, iniziate
nella seconda metà del III secolo, e culminate
con lo sfondamento del "limes" nei primi anni
del V secolo; non c'è dubbio, infatti, che gli
atelier attivi nei primi due secoli dell'impero
cessarono quasi del tutto la loro produzione per
essere rimpiazzati da manifatture operanti in
maniera del tutto diversa, e sulla base di una
cultura "figurativa" formatasi per lo più al di fuori
dell'impero romano.
Tra le innovazioni caratteristiche del periodo
merovingio, nella Gallia del nord, va annoverata
la comparsa delle olle a profilo globulare o
ovoidale, monoansate, con larga imboccatura e
versatoio a cannello verticale a volte solidale con il labbro e
superficie esterna variamente decorata con motivi impressi a
punzone o matrice (v le forme Chatelet 2002, n. 123 - 126).
Si tratta di una forma molto caratteristica, che si diffonde nella
regione già nel VI secolo, e che si ritrova, con poche variazioni,
nell'ambito di altre produzioni locali anche molti secoli più tardi,
come nel caso delle olle prodotte a Roma all'inizio del IX
secolo, in ceramica acroma o invetriata (c.d. Forum Ware).
L'olla globulare monoansata con orlo sagomato a versatoio o
con un breve cannello obliquo applicato sulla spalla, è una
forma tipica della tarda antichità, che non tarda a diffondersi e
ad essere prodotta, in forme spesso molto simili, in Italia,
Spagna e nord Africa. Contenitori simili sono presenti, anche se
con percentuali variabili, in molti contesti regionali, come
imitazioni o rielaborazioni, per lo più in ceramica acroma o
sovradipinta. Tra il VI e il VII secolo la loro enorme diffusione
come contenitori da mensa e da dispensa, è testimoniata da
diversi contesti romani, come la Crypta Balbi, ostiensi, laziali e
campani.
Olle simili sono presenti addirittura tra le produzioni ceramiche
autoctone delle popolazioni stanziate ai margini del mondo
romanizzato, come i Longobardi, la cui ceramica prodotta
durante il soggiorno in Pannonia e nel Norico, si ritrova in
quantità rilevante nei siti del primo stanziamento successivo alla
migrazione nell'Italia del nord. Gli esemplari presenti a Brescia
nel VI secolo, ad esempio, riprendono le forme di epoca tardo
romana aggiungendovi la tipica decorazione a punzonature della
ceramica longobarda.
La notevole somiglianza tra contenitori prodotti in Galla a partire
dal VI secolo e le olle romane in ceramica invetriata del IX
secolo è una circostanza spiegabile, forse, con il forte apporto
di cultura "continentale" seguito all'entrata dell'Italia e di Roma
stessa nell'ambito dell'impero franco, culminata con
l'incoronazione di Carlo Magno nell'anno 800. Si tratta di un
aspetto, forse marginale, che rientra nel più vasto problema,
tuttora discusso dagli specialisti, della comparsa repentina delle
produzioni invetriate nel IX secolo a Roma e nel Lazio.

Bibliografia

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Ceramiche fini da mensa provenienti dall'atelier detto di "Liberchies"; II - III secolo d.C.
Ciotole e vasetti "tripodi" in ceramica "Nigra", di provenienza nord gallica - Parigi, Museo dell'Ile-de-la-Cité
Broechem; in ceramica grezza boccali con decorazione con decorazione incisa di probabile produzione anglosassone - VI secolo d.C.
In alto forme ceramiche di età merovingia da Strasbourg; in basso boccali in ceramica grezza da Condécourt
Grandi vasi in ceramica decprata a stampo, provenienti da lavoye (sopra) e da Saint-Germain -en-Laye (sotto), regione della Mosa; VII secolo
Gruppo di ceramiche da mensa acrome dalla regione della Walonne; al centro brocca monoansata con versatoio a cannello cilindrico, probabile forma originale del primo periodo merovingio.
Brocche con versatoio tubolare e decorazione a stampo da Strasbourg; VI secolo
Brocche in ceramica invetriata dal Foro Romano, a Roma; IX secolo
Ceramiche di produzione longobarda da Brescia; VI secolo