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La figura di Baduila (Totila per la maggior parte degli storici) ha avuto una scarsa fortuna nella storiografia recente; non esiste, che io sappia, una monografia specifica sul personaggio, e lo stesso breve periodo di dominazione dei re ostrogoti, fino a Teodato almeno, è spesso considerato come un'appendice della storia dell'Italia tardo antica. La circostanza non è del tutto priva di fondamento; le strutture amministrative della penisola, considerata all'indomani della deposizione di Romolo Augustolo, ancora parte dell'impero romano d'occidente, rimasero saldamente nelle mani dell'oligarchia senatoria italica (con rare “intromissioni” di personaggi di origine germanica), sin dal “colpo di stato” di Odoacre, e poi dopo la presa del potere, pilotata
da oriente, di Teodorico.
Il conferimento del titolo di “Patricius” ai capi militari
germanici, costituiva una sorta di alta investitura imperiale
e il re assumeva,  teoricamente, la carica di governatore
di una provincia. L'espediente venne applicato ad
Odoacre, dopo il  4 settembre 476, e poi a Teodorico,
nell'autunno del 488. Il re degli Ostrogoti, con il suo
popolo, si mossero allora da Novae, nella Mesia,
attraversando la Dalmazia ed oltrepassando le Alpi Giulie,
ed entrarono in Italia alla fine dell'agosto del 489.
Il primo confronto con l'esercito di Odoacre si ebbe sul fiume
Isonzo il 28 agosto.
Odoacre venne sconfitto e fuggì verso Verona, dove, un mese dopo, si svolge una battaglia conclusa con la vittoria dei Goti, sanguinosa e schiacciante. Odoacre dovette rinchiudersi a Ravenna, mentre il grosso del suo esercito guidato da Tufa si arrendeva ai Goti.
Teodorico mandò allora Tufa ed i suoi uomini per trattare la resa con Odoacre, ma questi si riunirono al loro re. Nel 490  Odoacre organizzò una nuova campagna militare riconquistando Milano e Cremona, ed assediando la principale base gotica sul Ticino, Pavia. A quel punto intervennero gli alleati Visigoti; l'assedio venne tolto, ed Odoacre subì una nuova sconfitta sulle rive dell'Adda l'11 agosto 490. Odoacre si trincerò nuovamente a Ravenna, mentre il Senato e numerose città italiane si consegnavano a Teodorico.
Nel 492 Teodorico allestì una flotta per conquistare il porto di Ravenna, tagliando completamente le comunicazioni esterne della città. Sei mesi dopo, tramite la mediazione del vescovo Giovanni,  iniziarono i negoziati tra le due parti; il 25 febbraio 493 venne raggiunto un accordo, secondo il quale i due si sarebbero divisi il governo dell'Italia. Venne organizzato un banchetto per celebrare il trattato, ma nel corso della festa, il 15 marzo, Teodorico, dopo un brindisi, uccise Odoacre con le proprie mani; ne seguì il massacro di tutti i suoi soldati.
Alla caduta di Teodato, tra il 537 e ilo 541, dopo un breve periodo di “anarchia militare” e la prospettiva di una rapida occupazione dell'Italia da parte delle truppe di Belisario, accadde qualcosa di inaspettato. Un'oscuro comandante militare, preposto allora alla difesa di Treviso, di nome Baduila, venne eletto re dalle poche migliaia di Goti rimasti nelle fortezze del nord. Nel giro di pochi anni, con un'accorta strategia militare che denota in lui una notevole conoscenza del territorio italiano, estende il suo potere sulle ricche regioni del sud, occupa Roma, taglia del tutto i collegamenti navali con l'oriente, organizza una forte flotta navale, saccheggia la Sicilia e le coste della Grecia, prende la Sardegna e la Corsica, mette insieme un immenso tesoro reale distribuito tra varie città al nord e al sud della penisola, elegge magistrati per il governo delle province, prende drastici provvedimenti in materia economica e sociale; inoltre, e non è cosa da poco, si guadagna l'odio profondo e giurato dell'aristocrazia senatoria italiana, ma anche il sostegno della maggioranza della popolazione italiana; i senatori fuggono in oriente, i contadini prendono il possesso dei loro latifondi.
È nata una nazione, unita anche se non del tutto, con una forte base sociale, un esercito e una flotta bene organizzati, anche con l'ausilio di elementi militari di origine italica; questa nazione, per la prima volta, esiste in un ottica del tutto estranea all'idea di impero universale, su un territorio conquistato militarmente, senza ricercare alcun avallo da parte di Costantinopoli; i pochi tentativi operati da Baduila per intavolare delle trattative con Giustiniano, mirarono unicamente alla cessazione delle ostilità e ad ottenere, da parte dell'imperatore, il riconoscimento dello “status quo”, per il bene della nazione e della popolazione stremata dalla guerra.
Il sogno crollò definitivamente nell'estate del 552, con la vittoria di Narsete a Tagina; l'eunuco orientale ebbe l'intuizione, vincente, di prendere il nemico alle spalle, entrando in Italia attraverso le paludi costiere della Venetia Julia, con un fortissimo esercito organizzato grazie all'improvvisa larghezza di mezzi, e di denaro, messi a disposizione da Giustiniano.
L'Italia, alla metà del IV secolo, fu così ad un passo dal diventare una nazione, unita sotto una forte monarchia. Una tale occasione non si ripeterà più per quindici secoli; qualcosa di simile sarebbe potuta succedere nel corso della prima metà dell'VIII secolo, sotto la guida dei re longobardi, definiti la “dinastia cattolica”  (Alessandra Melucco Vaccaro, I Longobardi in Italia. Materiali e problemi, Milano 1982, pp. 76 - 77), Liutprando (712 - 744), Rachis (744 - 749) e Astolfo (749 - 756). Costoro seppero approfittare astutamente del guastarsi dei rapporti tra la santa sede e l'impero d'oriente, prima per motivi fiscali, poi per motivi religiosi. I re longobardi, a quel punto, si presentarono apertamente come difensori della causa papale, contro gli imperatori iconoclasti ed eretici. Nel 727 Liutprando riesce ad occupare, per la prima volta, l'esarcato, ma l'occasione sfuma a causa di nuovi contrasti tra  il re e i duchi di Spoleto e Benevento, che reclamavano una posizione di sostanziale indipendenza.
Il papa fece allora l'errore di schierarsi a sostegno degli spoletini, attirandosi l'ira del re, che si prese, con facilità, le fortezze di Amelia, Orte, Bomarzo e Blera, poste a difesa del confine nord del ducato romano.
Il papa, a quel punto, fallì anche il tentativo di coinvolgere i Franchi nel conflitto; Carlo Martello rifiutò di intervenire contro i longobardi, suoi alleati nel corso dell'incursione araba in Provenza e Borgogna.
La vittoria definitiva dei longobardi in Italia viene ancora rimandata, dopo la morte di Liutprando, dall'eccessiva arrendevolezza del successore Rachis; questi desistette dall'attacco decisivo contro Ravenna, cedendo alle suppliche di papa Zaccaria e lasciandosi convincere addirittura a farsi monaco e rinchiudersi a Montrcassino.
Con Astolfo l'esarcato ricevette il colpo definitivo; il re occupa Ravenna, si insedia nel palazzo di Teodorico e respinge risolutamente i messi papali. A quel punto, tuttavia, lo scontro tra regno e papato ha perso qualsiasi implicita connotazione di carattere dottrinale; il re è un fervente cattolico e la popolazione non corre alcun pericolo, sotto questo punto di vista; la posta in gioco è il potere politico sull'Italia.
Questa volta gli appelli di Adriano a Pipino ebbero l'effetto sperato, nonostante le resistenze dei notabili del regno franco. Nel 754 il re pose sotto assedio Pavia e costrinse Astolfo alla resa; l'esercito franco dovette poi intervenire ulteriormente per reprimere i successivi tentativi di Astolfo, di riprendere il controllo del regno. Infine nel 774 il figlio di Pipino, Carlo, mise fine in maniera definitiva al regno longobardo in Italia, con la battaglia delle Chiuse di Susa e l'assedio di Pavia.
A quel punto prese il sopravvento la politica e le lunghe trattative sulla spartizione del territorio conquistato tra il regno franco e il papato, divenuto ormai attore politico a tutti gli effetti.
L'incoronazione di Carlo, la notte di natale dell'anno 800, sancisce alla luce del sole quella che è stata la politica papale degli ultimi cinquant'anni: l'idea di un forte regno italico unito sotto la corona dei longobardi, magari con un re insediato a Roma, a pochi passi dal Laterano, per i pontefici era qualcosa di inaccettabile per quelle che erano le mire politiche e territoriali delle grandi famiglie romane e centro italiche, che espressero le ultime grandi figure di pontefici: Adriano, Zaccaria e Leone III.
Molto meglio un imperatore, anche barbaro, militarmente forte, autorevole e rispettato ma lontano da Roma centinaia di miglia, ortodosso e lontano dalle ingerenze religiose e dottrinali degli imperatori d'oriente, “incoronato da Dio” e per questo facilmente manovrabile.
Per rivedere sulle carte geopolitiche un regno italico esteso dalle Alpi alla Sicilia bisognerà attendere il 20 settembre 1870, quasi undici secoli, mentre, tutto intorno, l'Europa era sostanzialmente in formazione già all'indomani della caduta dell'ultimo imperatore d'occidente !





Baduila re dei Goti e re d'Italia (541 - 552 d.C.)