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Le fonti letterarie per la storia dell'Arabia
pre islamica (II°); il Periplus Maris Erythraei
e le fonti sul commercio dell'oro


La problematica relativa alla storia dell'Arabia in epoca
preislamica, come già accennato, impone la rilettura delle
fonti, di epoca romana e tardo romana, relative alle rotte
commerciali marittime tra il Mediterraneo e il medio
oriente; rotte che, per ovvia necessità, toccavano il sud
della penisola araba, sia in quanto scalo intermedio, sia in
quanto produttore ed esportatore di materie prime pregiate
e ricercate.













lunghi;  si radono la barba e portano i baffi;  ma altri lasciano le loro barbe non rasate. È abbastanza strano a dirlo, ma delle sue innumerevoli tribù, una metà vive di commercio e l'altra vive di brigantaggio. Preso nel loro insieme, è uno dei più ricchi popoli del mondo, perché gran parte delle ricchezze di Roma e dei Parthi sono ammassate nelle loro mani, e perché vendono i prodotti che ottengono dal mare o delle loro foreste, e non acquistano niente in ritorno.

Eventuali notizie di parte europea, relativamente a questa parte più misteriosa ed inaccessibile della penisola araba, sarebbero della massima importanza per risolvere il problema dell'eventuale esistenza di vie commerciali terrestri, interne alla penisola stessa, che giustifichino l'esistenza di città carovaniere e dei principali santuari convertiti poi alla religione islamica all'inizio del VII secolo.
Sembrerebbe, leggendo le fonti classiche, che il commercio delle materie prime di cui era ricco il sud della penisola non avvenisse seguendo percorsi terrestri interni. Perlomeno non in maniera tanto consistente da giustificare l'attenzione di mercanti e geografi.
Alcuni di questi autori, tuttavia, concordano nel ritenere che la maggiore risorsa di cui disponeva l'Arabia desertica fosse l'oro, presente in gran quantità sia nel terreno che nelle acque di superficie, in una regione che dall'interno giungeva fino alla costa sul Mar Rosso.
Una delle più antiche notizie in proposito è quella di Diodoro Siculo (II, XIX), che oltre a rilevare la presenza del minerale prezioso segnala l'utilizzo che ne facevano le popolazioni locali, come merce di scambio per ricavarne altri materiali, soprattutto metallo, non riconoscendone, tuttavia l'effettivo valore.

“... questi [nomadi] pascolano greggi di cammelli, che vengono utilizzati da essi in ogni incombenza della vita. Infatti essi combattono i loro nemici montando su questi animali, con questi stessi trasportano ogni sorta di cose, ne traggono tutto ciò che a loro occorre, ne bevono il latte e ne mangiano le carni; e per spostarsi lungo il paese, poi, utilizzano quella razza che chiamano Dromedari.
In mezzo a questa terra corre un fiume che porta con le sue acque, in gran quantità, pagliuzze e frammenti d'oro; e presso la foce si può vedere tutta la sabbia risplenderne. Quegli abitanti però non lo sanno lavorare; per il resto essi sono cortesi e ospitali, non con tutti i forestieri, ma solo con i Beozi e i Peloponnesi, a causa dell'antica parentela contratta con questa gente da Eracle, come loro asseriscono.
Accanto a questi è il paese abitato dagli Alilei e dai Gasandi, altri popoli Arabi; questo non è bruciato dal calore cocente del sole, come i paesi vicini, ma è sempre coperto da dense nubi, che danno rugiada e piogge, per cui l'estate il clima resta sempre temperato; per questo la terra è adattissima a produrre di tutto, ed estremamente benigna; ma per l'ignoranza degli uomini non è coltivata come dovrebbe.
Grande abbondanza d'oro si trae da certe grotte naturali, raccogliendolo così come è nato senza bisogno di ricorrere a liquefare le pagliuzze e i frammenti di esso; per questo quell'oro si chiama “apiro”, ovvero che non ha sofferto il fuoco. La pallottola più piccola che di esso si trovi è grossa come un nocciolo, e la più grande quasi come una noce. Questi popoli usano portare tali pietruzze d'oro inframmezzate da pietre diafane, così al polso, come al collo. Quanto poi abbondano di oro, cosi scarseggiano di rame e di ferro; così permutano coi mercanti questi due metalli con l'oro, in ragione di un egual peso.”


Le stesse informazioni vengono riprese anche da Strabone (XVI, 4, 18), in maniera più dettagliata.

“Dopo che si è percorsa una costa dall'aspetto molto frastagliato e superati ancora molti golfi e depressioni, si arriva all'altezza di una regione percorsa (in parte) da nomadi, che non vivono e non esistono, così si può dire, che con i loro cammelli; questi servendo loro allo stesso tempo per la guerra, per i viaggi, per i trasporti, e forniscono loro il loro latte come bevanda e la carne come principale prodotto alimentare. Il territorio occupato da questi popoli è attraversato da un fiume che trasporta delle pagliuzze d'oro; [ma costoro] purtroppo non sanno estrarre il metallo prezioso. La nazione del Dèbei (tale è il nome che si dà loro) si divide in tribù nomadi ed in tribù agricole. In generale, tuttavia, passerò sotto silenzio i nomi di tutte le tribù che si incontrano, dato che, in verità, sono così poco conosciute !D'altra parte la loro pronuncia strana li rende per noi difficili da pronunciare e trascrivere. Del resto, le popolazioni circondano i Dèbei hanno un'aria più civilizzata, cosa che dipende apparentemente dalla natura più temperata della costa che abitano: di fatto questa costa è bene fornita di corsi di acqua e riceve inoltre piogge abbondanti. Aggiungerò che vi si trovano miniere d'oro, e che in queste miniere l'oro non si presenta in semplici pagliuzze, bensì allo stato di pietre, grosse almeno come un nocciolo, o tutt'al più come una noce, ma più di solito come una nespola, e che quindi necessitano soltanto di un raffinamento molto leggero. Gli abitanti del posto perforano le pepite e le dispongono alternate a piccole pietre trasparenti, poi le portano attorno ai polsi e al collo. [Costoro] vendono il loro oro alle popolazioni vicine ad un prezzo molto basso, dando poi il triplo per il rame, il doppio per il ferro e dieci volte di più per l'argento, cosa che si spiega, tanto con la loro inesperienza metallurgica che con quest'altra circostanza, cioè che gli altri metalli, che prendono in cambio del loro oro, mancano assolutamente nel loro paese e sono ben più necessari agli usi quotidiani.”

Ma la notizia di maggiore interesse è certamente quella fornita da
Cosmas di Alessandria (II, 52 - 55), riferita alla prima metà del VI secolo, secondo cui una fiorente attività di scambi, tra oro e altre materie prime come metallo, sale e carni, era intrattenuta regolarmente tra le tribù dell'interno con i commercianti provenienti da regno Axumita dell'Eritrea.

“... Gli Homeriti non sono affatto distanti dalla Barbaria, difatti il mare che si estende tra di loro può essere attraversato in un paio di giorni; quindi oltre Barbaria è l'oceano, che è chiamato  Zingion. Il paese conosciuto come quello di Sasu è vicino all'oceano, proprio come l'oceano è vicino al paese dell'incenso, in cui sono anche molte miniere d'oro. Il Re degli Axumiti, in conseguenza, ogni altro anno, attraverso il governatore di Agau, invia colà degli agenti a negoziare per l'oro, e questi sono accompagnati da molti altri commercianti ...”


Altri autori, come quello ignoto che ha redatto il
"Periplus Maris Erythraei", forniscono invece un immagine dell'Arabia Felix (o Eudaemon Arabia), come di una regione priva di qualsiasi materia prima, al di fuori dell'incenso e della mirra, povera dal punto di vista delle risorse agricole, e dipendente, per l'approvvigionamento di beni, quasi unicamente dalle merci che giungevano dal Mediterraneo, e in particolar modo dall'Egitto.
Vi era una scarsa produzione di cereali e vino, favorita certamente dalle piogge monsoniche. Le principali merci esportate erano, ovviamente, l'incenso, la mirra pregiata e l'alabastro che giungevano fino ai porti della “costa lontana” (Corno d'Africa).
Il fatto che questo autore, così minuzioso nelle sue indicazioni, non menzioni l'oro dell'Arabia centrale, indica, verosimilmente, che esso non viaggiava per mare ma, probabilmente, solo per vie interne.

Le informazioni del
“Periplus Maris Erythraei” circa le rotte commerciali in epoca romana sono completate da quelle contenute il un papiro, datato alla metà del II sec. d.C. (Vindob. G. 40822), dove sono riportate le clausole di un prestito concesso a copertura delle spese per un viaggio terrestre e marittimo di andata e ritorno da Alessandria d'Egitto a Muziris, il grande emporio del commercio romano, nel sud dell'India.
Pubblicato per la prima volta nel 1985, il documento ha suscitato discussioni sulla natura dell'accordo: si è pensato ad un prestito marittimo contratto in India per un viaggio di sola andata verso l'Egitto; un accordo integrativo ad un prestito di sola andata, concesso in India e stilato all'arrivo nel Mar Rosso, o un accordo supplementare relativo alle garanzie, al pagamento dei dazi e ai compensi, allegato alle singrafi nautiche [sorta di assicurazioni] redatte ad Alessandria per il viaggio di andata e ritorno in India.
Dal testo si evince che, nonostante la possibilità di risalire
in nave il Mar Rosso e giungere ad Arsinoe nei pressi di
Alessandria, gli spedizionieri, o parte di essi, preferivano
effettuare una serie di trasbordi da mare a terra: il primo
lungo la costa orientale dell'Egitto, verosimilmente nel
porto di Berenice (Medinet-el Haras), da dove le merci
traversavano il deserto a dorso di cammello fino allo
scalo fluviale di di Coptos (Qift), per poi essere
nuovamente imbarcate e percorrere il Nilo fino ad
Alessandria.

Al recto, col. II: "...ai tuoi procuratori o amministratori,
e valuterò se concedere al tuo conduttore di cammelli
altri venti talenti per condurre la carovana verso
Coptos. Ed io sorveglierò il trasporto attraverso il
deserto fino al deposito pubblico della dogana a
Coptos, sotto sorveglianza e con adeguate misure di
sicurezza, e porrò (la merce) a tua completa
disposizione, con il tuo sigillo, o quello dei tuoi
procuratori o di altro uomo di fiducia, fino all'imbarco
sul fiume (Nilo); e armerò quando sarà il momento una nave fluviale sicura per trasportare (la merce) al deposito doganale per la tetralogia ad Alessandria e nello stesso tempo porrò la merce a tua completa disposizione, con il tuo sigillo, o quello dei tuoi procuratori, e farò fronte a tutte le spese, conformemente a quanto stabilito, per l'armamento della nave a partire da ora fino alla tetralogia, ed ai costi del trasporto attraverso il deserto, agli scali fluviali e alle altre spese. Se, quando sarà giunto il momento della restituzione che è stato concordato nelle síngrafi del prestito concluso per Muziris, io non dovessi saldare il mio debito nel tempo stabilito, a te e ai tuoi procuratori o amministratori sarà data la libera scelta ed il potere illimitato (di disposizione) secondo il vostro parere, di compiere l'esecuzione senza dilazione ed aggiudicazione, di appropriarsi e beneficiare della suddetta ipoteca, pagare un quarto del patrimonio come dazio e depositare i restanti tre quarti dove vorrete; di vendere e pignorare ulteriormente, e cedere ad un'altra persona, come sempre voi vorrete, ed amministrare secondo la vostra volontà l'affare; di prendere per te stesso al consueto prezzo di mercato ed incamerare e detrarre dal summenzionato prestito le entrate, accordando (piena) fiducia per le entrate a te ed ai tuoi procuratori o amministratori, mentre (noi) non agiremo reciprocamente in ogni modo. Il meno ed il più della somma dell'affare grava su di me, mutuatario ed ipotecario...". Il verso, col. II prosegue con il computo per il pagamento del dazio ed i relativi conteggi per altre tre partite di mercanzie: nardo del Gange (11. 1 3), zanne di elefante di buona qualità (11. 4 15) e balle di stoffa (11. 16 25); in ll. 27 29 prosegue: "Questo è l'intero valore delle sei partite di merci, che nella nave Ermapollo sono trasportate: millecentocinquantaquattro talenti e duemilaottocentocinquantadue dracme".


Al di la del sostanziale silenzio delle fonti classiche, cui si accennava, le notizie circa l'esistenza di rotte commerciali “interne”, che potevano anche attraversare regioni desertiche utilizzando carovane di cammelli, si può estendere, in via del tutto ipotetica, anche al territorio arabo. È possibile che tali percorsi venissero utilizzati per sopperire in parte alla “stagionalità” delle rotte marine, il cui utilizzo era vincolato dalla direzione dei venti monsonici. Il fatto che il movimento di tali carovane fosse motivato dal commercio dell'oro, delle spezie provenienti dall'Arabia Felix, o semplicemente dalla distribuzione di generi di prima necessità nel vasto territorio interno della penisola, è un interrogativo rilevante al quale tuttavia anche un'attenta lettura delle fonti
non riesce a dare una risposta.

L'antica regione aurifera degli arabi del deserto si identifica, senza dubbio,
con l'attuale sito minerario di Mahd Al-Dhahab, situato nella regione centro
occidentale della penisola, noto perlomeno a partire dall'alto medioevo.
Il sito potrebbe essere stato utilizzato anche in epoca classica per alimentare
il commercio del minerale prezioso, e ipotesi storiche non documentabili
localizzano nella zona in questione le leggendarie miniere di Re Salomone
(ma altre ipotesi, più documentate, spostano l'attenzione sul sito di
Khirbat en-Nahas in Giordania); tuttavia, al di la di questo, è probabile
che l'oro proveniente in quantità abbondante dagli affioramenti e
occasionalmente trasportato dai corsi d'acqua stagionali, abbia
rappresentato una delle principali fonti di reddito della penisola.
In epoca abbasside gli arabi erano in grado di estrarre considerevoli
quantità di minerale ossidato soprattutto dalla superficie o in cavità poco
profonde. Essi estraevano il metallo soprattutto mediante la rottura,
frantumazione e livellamento della superficie, utilizzando sia martelli che
mole in basalto locale.
Molti frammenti di queste ruote (ma anche qualche esemplare intatto)
sono ancora visibili attorno alla parte nord della montagna. Dopo la
molitura, il minerale veniva fuso in forni di piccole dimensioni scavati alla
base delle alture. Si stima che circa 30 tonnellate di metallo prezioso siano
state prodotte, con questi metodi, nel corso dell'antichità e fino alla recente
meccanizzazione del processo.

Il
"Periplus Maris Erythraei" (o Viaggio intorno al Mare di Eritrea) è un
opera anonima redatta intorno alla metà del primo secolo d.C., scritta verosimilmente da un mercante greco che aveva tuttavia l'Egitto come base di partenza per i suoi viaggi verso l'oriente.
Sebbene il titolo dell'opera sia universalmente noto nella traduzione italiana come “Periplo del Mar Rosso”, l'espressione originale Maris Erythraei aveva nell'antichità un significato molto più ampio, ed includeva anche il Golfo di Aden, il Golfo Persico e l'intero Oceano Indiano fino alle foci del fiume Gange.
La prima parte del testo (capitoli 1-18) descrive le rotte commerciali marittime che seguono l'asse di nord-sud, dall'Egitto lungo la costa dell'Africa Orientale fino all'odierna Tanzania. I seguenti capitoli (19-66) descrivono le rotte sull'asse Est-Ovest, che partivano dal golfo di Aden e dal Corno d'Africa, costeggiavano la Penisola araba, e, passato il Golfo Persico, giungevano sulla costa occidentale di India. Dalle descrizioni realistiche dei luoghi menzionati, si ritiene che l'autore abbia realmente percorso quasi tutte le terre che descrive.
Gli ultimi capitoli descrivono la Costa Orientale dell'India, l'estremo nord le foci del Gange ed includono delle notizie ricevute dall'autore circa le terre inesplorate più lontane. L'intento dell'opera è quello di descrivere le distanze e le condizioni del viaggio, gli empori marittimi e i punti di ancoraggio principali, le caratteristiche rilevanti delle popolazioni indigene, e le principali importazioni ed esportazioni delle terre percorse. Poiché i venti monsonici annuali costituivano il fattore condizionante principale per poter effettuare il viaggio, l'autore inserisce costantemente la notazione del mese (sia greco sia egiziano) in cui è consigliabile navigare dall'Egitto.
L'unità di misura delle distanze marittime che viene utilizzata è lo stadio greco: 10 stadion greci equivalgono a circa 1 miglio inglese o 1,6 chilometri.
Un altro autore romano, Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” (VI 26, 101 - 106) riporta con precisione il calendario dei viaggi che si svolgevano annualmente sulla rotta indiana, e da la cifra dell'enorme spesa che gravava sulle finanze statali per l'importazione di merci orientali, soprattutto di carattere suntuario. La rotta, basata sull'alternanza dei venti monsonici, è sostanzialmente la stessa indicata dal Periplo e seguita fino ai tempi recenti dai velieri arabi tra il Golfo Persico e le coste dell'Africa; anche essi, per sfruttare i venti, facevano un solo viaggio all'anno.
Il Periplus Maris Erythraei è contenuto in un manoscritto bizantino del X secolo, oggi conservato presso la biblioteca universitaria di Heidelberg. Una copia più recente, del XIV-XV secolo, è conservata al British Museum.
Il testo, composto di 66 brevi capitoli, segnala molte località portuali del mondo antico, e in molti casi, la descrizione è sufficientemente precisa e dettagliata per consentire di identificare le loro posizioni attuali. Per altre vi sono diverse ipotesi in campo; ad esempio "Rhapta" viene menzionata come la città mercato più lontana lungo la costa africana di "Azania"; tuttavia sono state identificate almeno cinque località che si adattano alla descrizione, partendo da Tanga fino al delta di Fiume di Rufiji.
Negli ultimi capitoli, dopo la descrizione della costa indiana e la menzione del il Fiume Gange, il testo diviene meno chiaro e, verosimilmente, riporta notizie non di prima mano, ad esempio quando descrive la Cina come " Thina, una grande città dell'interno" da cui proviene la seta cruda.
Un'altra caratteristica interessante del Periplo è la l'elencazione di molte merci, oggetto dei commerci locali e “inter regionali”, che non risultano mai segnalate nella letteratura antica e che, per questo motivo, non possono essere identificate con certezza.

Quelle che seguono sono le principali città-mercato, menzionate dall'autore del Periplo, presso le quali facevano scalo le navi che percorrevano la rotta verso l'India (e al ritorno), per fare rifornimento, sfuggire le tempeste, e acquistare merci da utilizzare in successivi scambi, o da riportare in Europa.
L'emporio di Opone corrisponde forse all'attuale Ras Hafun nella Somalia del nord. A conferma di questo vi sarebbero le ceramiche di provenienza egiziana, romana e persiana recuperate in più di un'occasione nella zona. Opone era uno dei principali scali della costa africana e vi giungevano commercianti provenienti dalla Fenicia, dall'Egitto, dalla Grecia, dalla Persia, dallo Yemen, dalla Nabataea, dall'Azania, e dall'Impero romano; era infatti situato in una posizione strategica lungo la via costiera che congiungeva l'Azania al Mar Rosso. È probabile che anche i commercianti provenienti da terre più lontane, come Indonesia e Malaysia, siano passati per Opone, per esportare le spezie, le sete ed altre merci, per poi proseguire a sud verso l'Azania o a nord verso lo Yemen e l'Egitto.
Tra gli altri empori menzionati lungo la riva meridionale del Golfo di Aden, spicca Malao, attuale Berbera. La città è ancora menzionata nel medioevo da Ibn Sa'id, viaggiatore Islamico del XIII secolo. Nel IX secolo Duan Chengshi, un autore cinese dell'epoca della dinastia Tang, descrive nel suo resoconto di viaggio (863 d.C.) il commercio degli schiavi, dell'avorio, e dell'ambra grigia che si svolgeva in una località chiamata Bobali, che si ritiene possa essere essere l'antica Berbera.
Il regno di Aksum è più volte menzionato nel Periplo come il principale centro per il commercio dell'avorio, che veniva esportato in ogni parte del mondo antico. Secondo l'autore, il governatore di Aksum, nel I secolo d.C., era Zoscales, che, oltre ad Aksum, controllava anche due importanti città portuali sul Mar Rosso: Adulis (vicino Massawa) ed Avalites (Assab).
lo scalo di Rhapta, infine, potrebbe trovarsi nei pressi della foce del fiume Rufiji e la vicina isola di Mafja in Tanzania, appena a sud dall'attuale Dar es Salaam, dove recenti ricerche archeologiche hanno consentito il rinvenimento di elementi, come monete e ceramica, riconducibili al commercio romano nella zona. L'isola di Menuthias, menzionata nel Periplo andrebbe quindi identificata con Zanzibar. L'autore riferisce, inoltre, che Rhapta nel I secolo era sotto il controllo di un governatore, nominato dal re Himyarita dello Yemen, con l'incarico di raccogliere le tasse; questi era assistito da incaricati arabi ed altri agenti stranieri che, grazie al rapporto continuo e ai matrimoni misti, conoscevano bene la zona e la lingua.
Passando sulla sponda opposta del Mar Rosso l'autore del Periplo menziona i regni di di Himyar e Saba, riuniti sotto un unico sovrano Charibael (Karab Il Watar Yuhan'em II), che allora era in rapporti amichevoli con Roma. Le navi provenienti da Himyar percorrevano regolarmente la costa orientale africana.
Piu ad est, lungo la costa meridionale della penisola arabica, viene descritto il regno dell'incenso, con il porto di Cana (Qana nel sud dell'Arabia, oggi Bir Ali in Hadramaut). Il principe di questo regno è chiamato Eleazus, o Eleazar, da identificare forse con Iliazz Yalit I.
Il porto indiano di Barygaza è quello maggiormente descritto dall'autore del Periplus. Nahapana, il governatore della satrapia Indo-Scythia occidentale, menzionato con il nome di Nambanus,  estendeva allora il suo dominio anche sulla città e l'area circostante. La città era certamente uno dei centri più importanti per il commercio romano con l'India, e il Periplo elenca minuziosamente le merci che venivano scambiate, e che in gran quantità giungevano al porto da Ujjain, la capitale del regno.
La scomparsa città portuale di Muziris nel regno di Chera, come pure l'antico regno di Pandyan, sono menzionati come i maggiori empori del sud dell'India (conosciuto come Damirica, Dramira o Lymirike dai geografi greci, l'attuale territorio Tamil) per il commercio delle spezie e del pepe, il metallo lavorato e le pietre semipreziose. Secondo il Periplo, i numerosi marinai greci costituivano una presenza costante a Muziris. Inoltre questa città fungeva da centro di raccolta per le merci provenienti dall'interno e dalla pianura del Gange.
L'autore descrive inoltre molti edifici e fortificazioni greche nella regione di Barigaza, attribuendoli erroneamente ad Alessandro Magno, che in realtà non si è mai spinto così a sud. Tuttavia questo riferimento potrebbe riguardare quanto rimaneva allora dell'espansione più meridionale degli Indo-greci nel Gujarat. Il testo, inoltre, testimonia della circolazione di monete Indo-greche nella regione, e menziona a città greca di Alessandria Bucephalous, sul Fiume di Jhelum, presente anche nella Tabula Peutingeriana.
Per quanto riguarda l'isola di Dioscorida, oggi Socotra, i Greci ne collegavano l'origine al mito dei Dioscuri (da cui il nome Dioskouridou e di Dioscoridis Insula con cui la chiamavano i Romani). Socotra è ricordata, tra gli altri da Cosmas Indicopleuste, da Marco Polo, e dai geografi arabi Yaqut (m. 1229), al-Qazwini (m. 1283), al-Idrisi (XII sec.) e al-Hamdani (m. 1538). Una tradizione cristiana sostiene che i suoi abitanti sarebbero stati convertiti al Cristianesimo dall'apostolo Tommaso nel 52 dC. 

W.H. Schoff, The Periplus of the Erythraean Sea: Travel and Trade in the Indian Ocean by a Merchant of the First Century (New York: Longmans, Green, and Co., 1912).

E. Wormington, The Commerce between the Roman Empire and India, Cambridge 1928.

Casson, The Periplus Maris Erythraei: Text with Introduction, Translation and Commentary (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1989).

H.D. Hakim, M. Chinkul, A fluid Inclusion Study on Mahd Al-Dhahab Gold Deposit, Saudi Arabia, J.KAU: Earth Science, vol. 2, 1989, pp. 51 - 68.

T.E. Levy, et al., Reassessing the Iron Age chronology of Biblical Edom: New Excavations and 14C Dates from Khirbat en-Nahas (Jordan). Antiquity 8, 2004, pp. 63-76.

J.. Innes Miller, Roma e la via delle spezie, Torino 1974.






La penisola araba e i mari adiacenti nella Cosmographia Claudio Tolomeo, Ms. lat. del secolo XV (1460-66); Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. V. F. 32
L'Africa orientale e la regione del Nilo nella Cosmographia Claudio Tolomeo, Ms. lat. del secolo XV (1460-66); Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. V. F. 32
Ciò che le fonti greche e latine tacciono (quasi) del tutto riguarda gli eventuali rapporti commerciali con le tribu nomadi dell'Arabia desertica; popolazioni che gli occidentali conoscevano bene e che frequentemente vengono menzionate per le loro singolari abitudini di vita, la loro irrequietezza ed inaffidabilità.
(Plinio Naturalis Historia VI, 32).7 ... Per quanto concerne la superficie del suo territorio, l'Arabia non è inferiore a nessun altra [terra] ...  presso i nomadi e le altre tribù che infestano il territorio dei Chaldéi, vi sono gli arabi Scéniti; anche essi sono un popolo nomade, ma prendono il nome delle loro tende fatte di pelli di capra, che piantano ovunque vogliano [...] Gli arabi usano indossare la mitra o di altri indumenti, sui capelli tenuti