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Il dibattito storico intorno all'antichità della città santa di Makka, e del
santuario della Ka'aba, che procede praticamente ininterrotto almeno
un secolo, è stato "viziato", sin dall'inizio, da due fattori fondamentali,
dai quali, a quanto sembra, non si riesce a prescindere: il carattere,
per l'appunto, "sacro" degli elementi oggetto della discussione, ed il
fatto che - da qualunque angolazione si voglia osservare la questione -
nessun autore classico menziona "mai" la città e il suo santuario
(perlomeno non in maniera esplicita), e sembra che nessun
viaggiatore dell'antichità abbia lasciato memoria della sua esistenza.
Si tratta di circostanze che concorrono a togliere obiettività a quello
che dovrebbe essere un semplice dibattito intorno ad elementi di
carattere storico - o tutt’al più archeologico -.
A complicare la situazione concorre anche il carattere proprio della
storiografia araba posteriore al IX secolo, la quale per colmare un
vuoto di oltre due secoli, e
ricostruire in maniera
lineare e completa la
storia del popolo arabo,
del suo Profeta e
dell'espansione musulmana
nel Mediterraneo, non ha
potuto far altro che
attingere a tradizioni
frammentarie tramandate
per lo più oralmente, pochi testi scritti, cronache scarne, anche redatte da autori non arabi.
Non conoscendo tutte le "fonti" a cui attinsero i cronisti arabi a partire dal IX secolo (quasi due secoli dopo la "rivelazione" e la nascita dell'impero arabo), le notizie che confermerebbero l'antichità del sito e del luogo di culto sono da ritenere valide o  respingere in blocco, senza la reale possibilità di una verifica.
Date queste premesse va puntualizzato che si  conosce ben poco circa la  storia antica della Ka'aba (e in generale della città di  Makka), e vi sono varie opinioni riguardanti la sua origine ed il suo significato sacro. Vi è accordo tra gli storici sul fatto che le antiche popolazioni arabe consistevano principalmente in tribù di guerrieri e nomadi, dediti alla pastorizia itinerante; sembra poi che quando questi gruppi riuscivano a convivere pacificamente, era di solito in occasione di ricorrenze religiose. Ma questi scarni dati si ricavano facilmente dalla lettura delle notizie tramandate dagli autori classici.
Attualmente più di uno storico identifica Makka con il luogo chiamato "Macoraba" compreso nell'elenco di città arabe riportato da Tolomeo nel cap. II della sua Geographia. Il testo si data intorno alla metà del II secolo d.C. e la citazione di Macoraba viene generalmente interpretata come un centro abitato nell'Arabia meridionale, sorto intorno a un santuario. La zona sarebbe stata meta di pellegrinaggi religiosi già molto prima dell'anno 500, epoca a cui si fanno risalire le prime testimonianze "attendibili", sempre derivanti dalla tradizione araba.

Si tratta di circostanze che concorrono a togliere obiettività a quello che dovrebbe essere un semplice dibattito intorno ad elementi di carattere storico - o tutt’al più archeologico -.
A complicare la situazione concorre anche il carattere proprio della storiografia araba posteriore al IX secolo, la quale per colmare un vuoto di oltre due secoli, e ricostruire in maniera lineare e completa la storia del popolo arabo, del suo Profeta e dell'espansione musulmana nel Mediterraneo, non ha potuto far altro che attingere a tradizioni frammentarie tramandate per lo più oralmente, pochi testi scritti, cronache scarne, anche redatte da autori non arabi.
Non conoscendo tutte le "fonti" a cui attinsero i cronisti arabi a partire dal IX secolo (quasi due secoli dopo la "rivelazione" e la nascita dell'impero arabo), le notizie che confermerebbero l'antichità del sito e del luogo di culto sono da ritenere valide o respingere in blocco, senza la reale possibilità di una verifica.
Date queste premesse va puntualizzato che si conosce ben poco circa la storia antica della Ka'aba (e in generale della città di Makka), e vi sono varie opinioni riguardanti la sua origine ed il suo significato sacro. Vi è accordo tra gli storici sul fatto che le antiche popolazioni arabe consistevano principalmente in tribù di guerrieri e nomadi, dediti alla pastorizia itinerante; sembra poi che quando questi gruppi riuscivano a convivere pacificamente, era di solito in occasione di ricorrenze religiose. Ma questi scarni dati si ricavano facilmente dalla lettura delle notizie tramandate dagli autori classici.
Attualmente più di uno storico identifica Makka con il luogo chiamato "Macoraba" [Macoraba] compreso nell'elenco di città arabe riportato da Tolomeo nel cap. II della sua Geographia. Il testo si data intorno alla metà del II secolo d.C. e la citazione di Macoraba viene generalmente interpretata come un centro abitato nell'Arabia meridionale, sorto intorno a un santuario. La zona sarebbe stata meta di pellegrinaggi religiosi già molto prima dell'anno 500, epoca a cui si fanno risalire le prime testimonianze "attendibili", sempre derivanti dalla tradizione araba.

Secondo la tradizione Musulmana in questo periodo la tribù Quraysh (nella quale nacque il Profeta Muhammad) avrebbe preso il controllo della zona grazie anche ad accordi con i beduini locali. Il santuario "panarabo" della Ka'aba, localizzato in una valle sterile circondata dalle montagne, sarebbe stato costruito in quella posizione anche per via della presenza di un oasi e della sorgente oggi conosciuta come Pozzo di ZamZam, un area di considerevole importanza, dunque, per il transito delle carovane provenienti dallo Yemen e dirette in Siria.
E' stato anche ipotizzato che vi fossero diversi santuari come la "Ka'aba" in altri centri dell'Arabia, ma quello situato nella città di Makka sarebbe stato il solo costruito in pietra e quindi conservato. Gli altri santuari "tribali", probabilmente, ebbero anche dei “complementi” alla Pietra Nera. Vi sarebbe stata una la "pietra rossa", la divinità della città di Ghaiman nel sud della penisola [probabilmente Juban nella regione di Al Ghaiman nel sud dello Yemen], e una "pietra bianca" nella Ka'aba di al-Abalat [vicino alla città di Tabala, a sud di Makka].
E' stato anche ribadito che l'esperienza della divinità, in quel periodo e presso quelle popolazioni, si fondava su svariati elementi, per lo più naturali; era spesso rappresentata nei feticci di pietra, nelle montagne, in particolari formazioni di roccia o in alberi "dalla crescita strana".
La Ka'aba, infine, sarebbe stata pensata per rappresentare il centro del mondo, con il “Cancello del Cielo” direttamente al di sopra di essa (così è stata del resto rappresentata dai geografi arabi nel medioevo). La Ka'aba marcava il punto in cui il mondo sacro si intersecava con mondo degli uomini e la Pietra Nera, li incassata già prima dell'avvento dell'Islam, era un simbolo ulteriore di questo stato, trattandosi di un meteorite caduto dal cielo, e quindi un collegamento tra cielo e terra.
Altre tradizioni riferiscono che circa quattrocento anni prima della nascita di Muhammad,
un uomo chiamato "Amr bin Lahyo bin Harath bin Amr ul-Qais bin Thalaba bin Azd bin
Khalan bin Babalyun bin Saba", discendente da Qahtan e dal re di Hijaz (la porzione
nord-ovest dell'Arabia Saudita, che circonda le città di Makka e al-Madina ), avrebbe
collocato un idolo del dio Hubal sopra il tetto della Ka'aba; si trattava di una delle divinità
principali della tribù regnante dei Quraysh. L'idolo era realizzato in agata (o corallina) rossa
e modellato come un essere umano, ma con la mano destra spezzata e sostituita con una
mano dorata. Quando l'idolo venne spostato nell'interno della Ka'aba, furono poste le sue sette frecce davanti ad esso, al fine di utilizzarle per le divinazioni.
Per mantenere la pace fra le tribù, continuamente in guerra tra loro, Makka venne allora dichiarata luogo sacro dove, dentro 20 miglia dalla Ka'aba (32 km), non era consentita alcuna violenza. Proprio l'esistenza di questa zona franca avrebbe consentito alla città di
prosperare, non solo come luogo di
pellegrinaggio, ma anche come centro
commerciale.

Circa trenta anni or sono il dibattito
è stato animato dalla prof.ssa Patricia
Crone, orientalista nell'Institute for
Advanced Study di Princeton, la quale
si è espressa in disaccordo con gli
storici accademici, sulla maggior parte
delle questioni relative alla storia araba
pre islamica, compreso quanto
riguarda la Ka'aba.
In "Makkan Trade and the Rise of
Islam
" (Princeton University Press,
New Jersey 1987), la Crone, sulla
base delle fonti, sosteneva che, mentre non è dimostrato che Muhammad abbia viaggiato al di fuori del Hijaz, non vi sono prove che la città di Makka abbia fondato le sue fortune sul commercio transarabico e sulla gestione dei pellegrinaggi già in epoca preislamica; infine, l'identificazione della Macoraba di Tolomeo non è fondata; si tratterebbe piuttosto di una città dell'Arabia meridionale, il territorio che è stato poi conosciuto come Arabia Felix.
La più antica e valida testimonianza che abbiamo circa l'esistenza di Makka, è databile quasi 100 anni dopo le date tradizionali tramandate dall'islam e dal Corano: si tratta della "Continuatio Byzantia Arabica", una cronaca che si data all'inizio del regno califfo Hisham.
Tra questa e la citazione di Tolomeo (per altro discussa), trascorrono oltre 500 anni in cui nessun autore occidentale menziona “mai” la città.
Ancora più rilevante, dal punto di vista storico, è l'affermazione dei musulmani secondo cui Makka era non solo una città antica e grande, ma era anche il centro delle vie commerciali dell'Arabia nel VII secolo e ancor prima. Questo aspetto, tuttavia, è più facile da esaminare, poiché disponiamo di una documentazione antica molto ampia, ed incentrata proprio su quella parte del mondo, con cui valutare la sua fondatezza.
Secondo la Crone e altri storici anglosassoni, semplicemente, Makka non si trovava su alcuna delle maggiori vie commerciali dell'epoca. La ragione di questa conclusione è la seguente: "Makka è situata al margine della penisola, e in nessun modo il luogo può essere descritto come un incrocio naturale fra una rotta nord-sud e est-ovest". Se Makka si fosse trovata sulla via commerciale tra l'India e il Mediterraneo, questo avrebbe avrebbe comportato una deviazione dalla direttrice naturale situata lungo il crinale montuoso occidentale; tale via avrebbe bypassato Makka di circa cento miglia.
Patricia Crone, inoltre, aggiunge
una motivazione pratica che
spesso è stata trascurato dai
primi storici. Fa notare cioè
che, "Makka si trovava in un
luogo sterile, e tali luoghi non
sono adatti alla sosta di carovane
di cammelli, tanto meno
quando si trovavano a breve
distanza da altri luoghi verdi e
rigogliosi. Perché le carovane
avrebbero affrontato una
discesa fino alla valle di Makka
quando avrebbero potuto
sostare a Ta'if ?. Makka aveva,
certamente, sia un pozzo che
un santuario, ma oltre questo
Ta'if aveva anche la possibilità
di approvvigionamenti
alimentari
".
La Crone si chiede, poi,
"Quali merci potevano esservi
in Arabia, che potessero
essere trasportate a grande
distanza, attraverso un
ambiente così inospitale, e,
una volta vendute [sui mercati
della Siria e della Palestina]
dare un profitto abbastanza
grande per sostenere la crescita
di una città in un luogo
periferico  privo di risorse
naturali ?
"  Non poteva trattarsi
dell'incenso, delle spezie o altre
merci esotiche, come hanno scritto
molti autori classici. Secondo recenti studi, gli arabi praticavano mestieri di tipo decisamente più umile, cioè la concia delle pelli e la fabbricazione di vestiti, ma difficilmente questa attività potrebbe aver innescato un commercio remunerativo su scala internazionale.
Il problema reale, relativamente a Makka, è che semplicemente non vi era alcun commercio internazionale che possa aver avuto luogo in Arabia, e in Makka, nei secoli prima della nascita di Muhammad e della diffusione dell’islam. Sembra che molte delle nostre conoscenze in quest'area, siano state errate dal principio, a causa di una lettura superficiale delle fonti originali. Anziché utilizzare le fonti di primo secolo (come il Periplus e Plinio), andrebbero valorizzati, piuttosto, gli storici greci posteriori più vicini agli avvenimenti come Cosmas, Procopio, Nonnosus, Teodoreto di Ciro e gli altri padri della chiesa siriani. In questo modo si giungerebbe alla conclusione che il commercio greco tra l'India ed il Mediterraneo, dopo il primo secolo d.C., era completamente marittimo.
Basta solo osservare una mappa per capire il perché: avrebbe avuto poco senso spedire delle merci attraverso tali distanze via terra, quando era disponibile la via marittima. La distanza da Najran, nello Yemen del sud, a Gaza in Palestina era approssimativamente di 1.250 miglia; perché i commercianti avrebbero spedito le loro merci dall'India in mare, le avrebbero scaricate nel porto di Aden, per poi caricarle sul dorso di molti cammelli, più lenti e più costosi, ed infine percorrere faticosamente 1.250 miglia attraverso il deserto arabo fino a Gaza, quando le avrebbero potute lasciare semplicemente sulle navi e proseguire la via del Mar Rosso lungo costa occidentale dell'Arabia ?
Sempre sulla base delle fonti la Crone ritiene che il commercio greco-romano con l'India sia crollato nel III secolo d.C.; quindi al tempo di Muhammad non vi era, non solo alcuna via terrestre, ma nessun mercato romano tale da giustificarne l'esistenza. Inoltre ciò che rimaneva di quel mercato, era ormai controllato dagli etiopi e non dagli arabi, e Adulis, la città portuale sulla costa etiope del Mar Rosso, era allora il maggiore centro commerciale
della regione.
Tuttavia in precedenza i greci, che percorrevano quelle vie commerciali, non hanno
mai riferito di un luogo chiamato Makka; la Crone, infatti, nel suo studio dei
documenti sul commercio dei greci ha trovato riferimenti alla città di Ta'if (che è a
sud-est rispetto a Makka), e a Yathrib (poi Medina), come pure a Kaybar nel nord,
ma di Makka non viene fatta alcuna menzione.
Alla ricostruzione storica della dott.ssa Crone ha prontamente replicato il Dott. Amaal Muhammad Al-Roubi nel suo volumetto "A Response to Patrica Crone's book" - s.d.
Il dibattito non sembra aver registrato, di recente, alcun avanzamento e la questione rimanga tuttora praticamente aperta; tuttavia i due principali contributi scritti - della Prof.ssa Crone e del Dott. Al-Roubi - costituiscono le migliori ricostruzioni, per quanto riguarda la parte puramente storica e la quantità di fonti letterarie, citate e riportate per esteso.
Nonostante tutto l'opinione comune, espressa soprattutto da storici di fede musulmana (ma non solo) continua a ritenere che Makka sia stata menzionata per la prima volta da Tolomeo, nel II sec. d.C., e che il nome che egli tramanda consente di identificarla come una fondazione del sud dell'Araba cresciuta intorno ad un importante santuario pre islamico (G.E. Von Grunebaum).
Anche secondo l'Enciclopedia Britannica, "[la Ka'aba] è stata venerata gia prima dell'avvento dell'Islam in quanto luogo sacro sacro e meta di pellegrinaggi", mentre il nome "Ka'aba" potrebbe essere stato tramandato alla lingua araba meridionale da una parola etiope come "mikrab", con il significato di tempio.

Navigando in rete mi sono reso conto che più di una pagina dedicata alla storia romana, descrive la spedizione di Elio Gallo in Arabia, nel 25 - 24 a.C., dando per scontato il fatto che egli abbia attraversato (e conquistato) le città di Makka (Marsiaba) e al-Madina (Athrula); tuttavia sembra che la vicenda di Elio Gallo non sia mai entrata nel dibattito sull'antichità (o meno) delle due città sante dell'Islam.
Mi permetto questa digressione perchè la notizia del passaggio dei romani per le due città arabe viene ripetuta con un insistenza sospetta, al punto da ritenere che in più di una pagina sia stata "copiata" senza alcuna seria verifica.
In realtà il racconto di Strabone (XVI, 24) è talmente chiaro e dettagliato che non lascia adito a dubbi: Elio Gallo non ha incontrato alcun villaggio o città prima di giungere nella Arabia Felix (Yemen); o comunque non vi si è soffermato, tanto e vero che il grande geografo greco non ne da notizia.
Se si ammette il fatto che la prima località ad essere occupata dai romani sia stata Négrana [Najran al confine tra Arabia saudita e Yemen], va da se che essi si trovavano gia molto a sud della regione del Hijaz, dove si trovano le due città. Gli altri movimenti descritti da Strabone - come le altre città assediate dai romani - dovettero svolgersi tutti nell'ambito del territorio yemenita più ad ovest; sembra difficile infatti che con l'esercito stremato e decimato Gallo abbia potuto compiere lunghe manovre nella regione (che per altro non oppose una particolare resistenza), ne tanto meno che sia potuto tornare a nord per occuparsi di due villaggi privi di importanza in mezzo al deserto.
Mi sembra, inoltre, di dover escludere dal dibattito anche il passo di Diodoro Siculo (vol II, cap. XIX) relativo ad un importante tempio venerato da tutti gli arabi, dal momento che la citazione sembra riferirsi, piuttosto, ad una località posta poco a sud del golfo di Aqaba e del paese dei Nabatei, caratterizzata da una costa frastagliata e ricca di insenature.
In conclusione il problema della Makka pre islamica deve rimanere aperto, nell'attesa di nuovi elementi, possibilmente da rinvenimenti archeologici, perché le fonti scritte, contemporanee e posteriori, non consentono di giungere ad una conclusione.
Allo stato attuale va precisato che i romani, perduta l'occasione offerta dalla sfortunata missione di Elio Gallo, dovranno attendere ancora 600 anni per realizzare l'esistenza dei due sperduti villaggi nel deserto arabo, destinati a diventare guida, politica e spirituale, per oltre metà del loro sterminato impero.

J.A. Wensinck, s.v. Ka`ba. Encyclopaedia of Islam Vol.4. S-Z, M.Th. Houtsma, A.J. Wensinck, H.A.R. Gibb, eds., 1936 p. 317

E. Imoto, "The Ka'ba-i Zardušt", Orient, XV (1979), The Society for Near Eastern Studies in Japan, pp. 65–69 (Eiichi Imoto è professore di cultura persiana presso l'università di Osaka per gli studi stranieri)

G.E. Von Grunebaum, "Classical Islam: A History 600 a.D. - 1258 a.D". George Allen & Unwin Limited, Aldine Publishing Company 1970

H. G. Sarwar. Muhammad the Holy Prophet (Pakistan), s.d.



[Neanche il grande storico inglese Edward Gibbon si è sottratto dall'esprimere un opinione in proposito, e scrive della Ka'ba e della sua esistenza prima dell'era cristiana: "La genuina antichità della Ka'aba risale a molto prima dell'era cristiana: nel descrivere la costa del mar Rosso lo storico greco Diodorus segnalava, tra il Thamudites ed il Sabeans, un famoso tempio, la cui santità era allora onorata da tutti gli arabi; il velo di lino serico, che è annualmente rinnovato dall'imperatore turco, era stato inizialmente offerto dagli Homeriti, che governarono settecento anni prima del tempo di Mohammad" (Gibbon's Decline And Fall Of The Roman Empire, Volume V, Everyman's Library, London, pp. 223-224)].
[Qahtan o Yoq'an, è ritenuto dalla tradizione l'antenato degli "Arabi del sud" - al-'Arab al-'Ariba -, ossia degli arabi indigeni, quali i Sabei, che furono in perenne rivalità con gli "Arabi del nord", discendenti di Adnan]
[Secondo la tradizione riportata in età islamica da Ibn al-Kalbi nel suo Kitab al-a'nam (Libro degli idoli), il feticcio del dio Hubal venne portato a Makka, dalla Mesopotamia, nella prima metà del III secolo d.C. Dal mitico 'Amr ibn Luhayy, con lo scopo di farne il genio tutelare della città.
L'aspetto dell'idolo era di un vecchio con un arco e una faretra nel cui interno erano sette frecce, senza punte né impennaggi; queste ultime servivano al sadin (il custode del santuario) per emettere, a pagamento, vaticini su richiesta dei pellegrini. L'idolo sarebbe era realizzato cornalina rossa e, secondo la tradizione, il braccio destro, si sarebbe rotto nel trasporto e quindi sostituito con un nuovo arto d'oro.
Il nome della divinità dovrebbe essere una semplice variante araba del semitico ha-Ba?l ("il Dio"); infatti una delle espressioni usate in età islamica per invocare Dio rimase quella di "Rabbi al-Bayt", cioè "Il Signore del Santuario".
A lui venivano sacrificati animali nel mese lunare di rajab - in primavera-, la cui santità (con altri significati) si è  conservata anche nell'Islam]
[La Crone è certamente una delle più "iconoclastiche" fra gli studiosi di antichità islamica. Nel corso degli anni '70 e '80 ha scritto e collaborato a molte pubblicazioni, fra le quali una delle più note, con Michael Cook (professore di storia del vicino oriente presso l'università di Princeton), dal titolo: "Hagarismo: la costruzione del mondo Islamico(1977)". Nei suoi lavori ha sollevato nuove e radicali argomentazioni intorno alle origini dell’Islam e la storia islamica in generale. Tra le sue conclusioni più controverse va ricordata quella secondo cui il Corano sarebbe venuto alla luce - più o meno nella sua veste attuale - molto più tardi di quanto non si ritenga comunemente ("Non vi è alcuna solida evidenza che dimostri l’esistenza del Corano in alcuna sua forma prima dell’ultima decade del settimo secolo"); inoltre la città di Makka, agli inizi, non sarebbe stato il principale santuario islamico ("L’evidenza indica senza ambiguità nella direzione di un santuario situato nel Nord-Ovest della penisola araba ... Makka era allora un centro secondario); le conquiste arabe nel Mediterraneo avrebbero preceduto, storicamente, l'istituzionalizzazione dell’Islam come religione (L’immaginazione dei giudei messianici fu rappresentata, allora, nella forma di una conquista araba della Terra Santa); l’idea della hijra, ovvero la migrazione di Maometto e dei suoi seguaci dalla Mecca a Medina del 622 d.C. Sarebbe stata concepita molto tempo dopo la sua morte ("Nessuna fonte del settimo secolo identifica l’epoca araba come quella della hijra”); ed infine il termine "Musulmano" non sarebbe stato utilizzato nell’Islam degli inizi ("Non vi è alcuna buona ragione per ritenere che i fedeli dei primi tempi si chiamassero tra di loro ‘musulmani’; piuttosto le fonti riportano una denominazione iniziale, riferita all'intera comunità, che si può tradurre in greco come ‘Magaritai’, - in un papiro del 642 d.C. -, e in siriano come ‘Magre’ o ‘Maegraphè’ , forse fin dai primi anni dopo il 640”).
Sia la Crone che Cook successivamente si sono in parte dissociati da alcune delle loro più radicali conclusioni - come quelle, per esempio, nelle quali sostenevano che il profeta Muhammad sia vissuto due anni più a lungo di quanto non proclami da sempre la tradizione storica islamica, o che la storicità della sua migrazione a Medina sia contestabile. Ma la Crone ha continuato a “rivedere” entrambe le visioni ortodosse, musulmana e occidentale, della storia islamica. Nella sua celebre monografia "Makkan Trade and the Rise of Islam", già citata, la Crone ha tentato di costruire, su questi temi, una argomentazione solida e dettagliata che sfidava seriamente la credenza prevalente tra gli studiosi occidentali (e alcuni musulmani): "il Corano è una scrittura con una sua storia, come ogni altra del resto; il fatto è che noi non conosciamo questa storia ..."].
[La testimonianza, perfettamente attendibile, di Cosmas Alessandrino, tuttavia, conferma l’esistenza di una rotta commerciale marittima con l’Egitto ancora nel VI secolo d.C.]