This page created with Cool Page.  Click to get your own FREE copy of Cool Page!

Le fonti storiche sull'Arabia pre islamica

Gli Arabi sono una delle etnie più antiche riconosciute nella storia dell'umanità Una delle
molte teorie sull'Arabia pre islamica, formulata da Hugo Winckler e Leone Caetani, ipotizza
sia avvenuto un processo lento e costante di inaridimento della Penisola, che nei secoli
portò al declino della produzione agricola, ma anche ad un aumento di popolazione, che poi
si riversò nelle vicine terre della Mezzaluna Fertile, dando vita alle antiche civiltà Cananee e
Mesopotamiche.
Questa teoria è stata in seguito aggiornata da Juris Zarins, il quale ha proposto lo sviluppo
di diverse correnti migratorie da parte degli Arabi pastori e nomadi nel periodo della crisi
climatica del 6.200 a.C., in parte richiamate nelle terre circostanti per via della loro abilita
nella domesticazione e nell'allevamento degli animali, la fusione con i cacciatori-raccoglitori
Harifiani nel sud della Palestina, altri collegamenti ed affiliazioni con le culture del Fayyum e
del Deserto Orientale dell'Egitto. Tutte culture che praticavano questo stesso stile di vita,
sviluppatesi lungo le coste del Mar Rosso e trasferitesi in seguito verso est dalla Siria all'Iraq
meridionale.
Testimonianze storiche, che sono forse le più antiche in assoluto, sono state rinvenute tra le rovine
di Babilonia e di altre città della valle dell'Eufrate; in questi testi spesso si fa riferimento alle invasioni arabe della “Valle Fertile” e agli stanziamenti arabi nelle sue regioni più ricche. Sembra probabile che le classi agricole residenti nell'antica città di Babilonia fossero in gran parte di razza araba, originate dai matrimoni misti tra i feroci conquistatori nel deserto e la popolazione locale sconfitta.


J. Zarins, "Pastoral Nomadism in Arabia: Ethnoarchaeology and the Archaeological Record," in: O. Bar-Yosef & A. Khazanov, eds. "Pastoralism in the Levant", 1992

Sia i più antichi geografi greci che quelli romani avevano ben chiara l'esistenza e la particolare natura della terra delimitata dai due mari, Arabico e Persiano, costantemente percorsi per motivi commerciali, e che costituiva uno dei luoghi di transito obbligati tra l'India, la Persia e il Mediterraneo.
La scarsa fortuna dell'Arabia, presso gli autori classici, si deve in parte proprio alla peculiarità del paese (ma non meno dei suoi abitanti), unico nell'ambito del mondo allora conosciuto, se si escludono l'India e l'estremo oriente, che però rimasero a lungo al di fuori dell'orizzonte dei geografi e dei commercianti occidentali.
La penisola araba costituiva, per sua natura, uno dei luoghi di passaggio “obbligati” per le merci che dall'Asia centrale dovevano raggiungere i porti sul Mediterraneo; nonostante la natura impervia e inospitale dell'interno, questo era  percorso, già in epoca ellenistica e forse prima ancora, dalla cosiddetta “Via del Hijaz” (dal toponimo arabo “Barriera”), che percorreva il territorio costiero occidentale (lungo la costa del Mar Rosso, allora indicato come “Golfo Arabico”), l'unico transitabile da carovane di cammelli o dromedari, per la presenza di numerose oasi intorno alle quali si andarono sviluppando importanti centri abitati. La via, partendo dal sud (oasi di Najran), consentiva, come sembra, di giungere in soli 60 giorni al porto di Gaza in Palestina.
Nella “Geografia” di Tolomeo (100 - 175 d.C. Circa; vol. VI,  7, 31-37) l'Arabia per la prima volta viene esplicitamente menzionata tra le terre facenti parte del mondo conosciuto, e nel testo compare anche un elenco di città molte delle quali non più identificabili:

"Mokhura, Thoumna, Alouarè, Phalbinu, Salma, Gorda, Marata, Ibirtha, Lathrippa (Yathrib, poi al-Madina ?), Karna, Biabana, Goiratha, Katara, Bayba (o Rayba), Makoraba (Makka ?), Sata, Masthala, Domana, Attia, il Palazzo di Rabana, Khabuata, Olaphia, Inapha, Tiagar, Apa, Agdamu, il palazzo di Karman, Irala, la metropoli di Naskos, Labris, il villaggio Hiérakôn, Alabana, Khargatha, Lattha, il mercato di Omanon (Oman), Marasdu, la metropoli di Mara e la metropoli di Nagara (oasi di Najran ?)"

Se è corretta l'identificazione del centro di Makoraba con
l'attuale Makka, questo sarebbe il primo testo occidentale,
in assoluto, a menzionare per nome la futura città santa
dell'Islam. Verosimilmente allora si trattava di un oasi lungo
la Via del Hijaz dove le carovane potevano sostare per far
rifornimento di acqua; ruolo che ha mantenuto a lungo, con
l'aggiunta di quello derivato dalla presenza del santuario della
tribù Banu Quraysh, che all'epoca dominava il territorio.
Il santuario, da sempre chiamato Ka'ba (al-Ka'bah in arabo),
custodiva inizialmente l'idolo di Hubal, divinità mesopotamica
adottata dalla tribù dominante; ma ben presto con la
deposizione di altri simulacri e idoli divenne una sorta di
“Pantheon” delle tribù dell'intera penisola, che qui convenivano
periodicamente per motivi economici e religiosi.
Gli storici e geografi occidentali adottarono presto la definizione,
divenuta poi corrente, di "Arabia Felix", termine latino
corrispondente al greco "Eudaimonia Arabia", che designava tuttavia le sole
regioni più meridionali della Penisola arabica, gli attuali stati dello Yemen,
dell'Hadramawt e dell'Oman. La ricchezza di tali regioni, da secoli già note per
l'abbondanza di preziose "materie prime", prima fra tutte l'incenso, e bagnate dalle
piogge monsoniche, rendeva più che plausibile tale agettivo.
Nel descrivere i territori più a nord, verso la Siria e la Palestina, si usò invece l'espressione Arabia Petrea (dalla città carovaniera di Petra), limitatamente alla regione abitata dai Nabatei, distinta dal territorio facente capo a Palmira (Palmirena). Per le regioni intermedie, infine, nessun autore ha mai trovato altra definizione al di fuori di quella, scontata, di Arabia Desertica.
Al di fuori dell'incerta indicazione di Tolomeo, non si hanno notizie certe su quello che poteva essere, già allora, uno dei principali centri commerciali e religiosi della penisola, Makka (o Mecca); secondo una interpretazione del Corano (Sura 3, 96-97), non del tutto accettata, la città era chiamta Bakka in epoca pre islamica:

"La prima Casa che è stata eretta per gli uomini è certamente quella di Bakka, benedetta, guida del creato. In essa vi sono i segni evidenti come luogo in cui ristette Abramo: chi vi entra è al sicuro. Spetta agli uomini che ne hanno la possibilità di andare, per Allah, in pellegrinaggio alla Casa. Quanto a colui che lo nega sappia che Allah fa a meno delle creature".

Nel passo, infatti, Bakka viene indicata come il sito della più antica moschea, che, come l'Islam insegna, si ritiene essere la Ka'aba, ricostruita da Abramo (Ibrahim), e da suo figlio Ismaele (Ismaele) circa 2000 anni prima di Cristo.
(Molte traduzioni del testo, in effetti, rendono semplicemente Bakkah come Mecca, accettando l'implicazione che la città del primo Tempio fosse in effetti la Mecca, o più specificamente, la Kaaba della Mecca).

Il primo tempio viene ricordato anche nei versi 124 - 132 della Sura 2:

"E Abramo!… Quando il suo Signore lo provò con i Suoi ordini ed egli li eseguì, [il Signore] disse: " Farò di te un imâm per gli uomini","E i miei discendenti?","Il Mio patto, disse [Allah] non riguarda quelli che prevaricano".
E quando facemmo della Casa un luogo di riunione e un rifugio per gli uomini. Prendete come luogo di culto quello in cui Abramo ristette !  E stabilimmo un patto con Abramo e Ismaele: "Purificate la Mia Casa per coloro che vi gireranno attorno , vi si ritireranno , si inchineranno e si prosterneranno ".
E quando Abramo disse:"Fanne una contrada sicura e provvedi di frutti la sua gente, quelli di loro che avranno creduto in Allah e nell'Ultimo Giorno", disse [il Signore]: "E a chi sarà stato miscredente concederò un godimento illusorio e poi lo destinerò al castigo del Fuoco. Che tristo avvenire! ".
E quando Abramo e Ismaele posero le fondamenta della Casa, dissero: "O Signor nostro, accettala da noi! Tu sei Colui che tutto ascolta e conosce !
O Signor nostro, fai di noi dei musulmani e della nostra discendenza una comunità musulmana . Mostraci i riti e accetta il nostro pentimento. In verità Tu sei il Perdonatore, il Misericordioso!
O Signor nostro, suscita tra loro un Messaggero che reciti i Tuoi versetti e insegni il Libro e la saggezza, e accresca la loro purezza. Tu sei il Saggio, il Possente ".
Chi altri avrà dunque in odio la religione di Abramo, se non colui che coltiva la stoltezza nell'animo suo? Noi lo abbiamo scelto in questo mondo, e nell'altra vita sarà tra i devoti.
Quando il suo Signore gli disse:"Sottomettiti", disse:"Mi sottometto al Signore dei mondi".
Fu questo che Abramo inculcò ai suoi figli, e anche Giacobbe:"Figli miei, Allah ha scelto per voi la religione: non morite se non musulmani ".


Dal V d.C. secolo la tribù locale Quraysh deteneva il controllo della città,
importante snodo commerciale grazie anche alla precarietà di altre vie
terrestri; quelle che transitavano per la Persia sfruttando in parte il corso
del Tigri e dell'Eufrate, ad esempio, potevano diventare difficilmente
percorribili a causa del continuo stato di guerra tra i due grandi imperi,
romano e sassanide. Anche la navigazione sul Mar Rosso, in epoca romana,
era spesso minacciata dalla pirateria, ed in questa situazione l'impprtanza
strategica di Makka (e della via carovaniera interna) dovette presto uguagliare
quella di altre città carovaniere del nord come Petra e Palmira.
Se è corretta questa ricostruzione alla metà del VI secolo i maggiori centri
abitati della penisola erano proprio quelli del l'Hejaz lungo la regione costiera
del Mar Rosso, in una fascia abitabile tra il mare e il deserto ad est; tra le
città, cresciute intorno alle oasi dove vi era disponibilità di acqua, doveva
esservi gia allora Yathrib (Lathrippa secondo Tolomeo, poi al-Madina).
400 km a sud di Yathrib, sulle montagne, era la città di Ta’if, ed Infine,
sebbene l'area circostante fosse completamente sterile, la città di Makka,
tra quelle dotate delle maggiori riserve d'acqua grazie alla fonte detta
ZamZam le cui origini, ancora una volta, la tradizione islamica fa risalire
all'epoca dei Profeti.
Per completare, in breve, il quadro storico relativo al periodo in cui si
concentrano le testimonianze dei grandi geografi greci, va detto che gran
parte del territorio dell'Arabia "Felix" era stato da poco unificato sotto il regno
di Himyar, con capitale nella città di Thifar (il cui sito si identifica a 130 - 160 km a
sud est dell'attuale capitale dello Yemen Sana'a). Gli Himyariti avrebbero allora
unificato la parte sud-occidentale della penisola, assumendo il controllo del mar
Rosso e del Golfo di Aden; in seguito grazie a fortunate campagne militari
i sovrani Himyariti estesero in breve il loro potere fino alle coste del Golfo
Persico e all'estremo settentrione del Deserto Arabico.
Il regno sopravisse, sostanzialmente unito, fino all'islamizzazione dell'intera
penisola negli anni '30 del VII secolo. Nel IV secolo i sovrani che governavano
Himyar, a partire da Dhu Nuwas, abbracciarono una fede di tipo monoteistico
vicina all'ebraismo, fenomeno a cui si aggiunse la presenza di una cospicua
comunità cristiana nella grande oasi di Najran (centro di partenza delle lunghe
carovane per il nord). Questo repentino affermarsi di concezioni religiose
monoteistiche non sembra essersi mai arrestato, neanche durante
l'occupazione del paese da parte dei persiani sasanidi a partire dal 570 d.C.
circa.

Sembra che nessun viaggiatore europeo, con poche eccezioni, abbia realmente
percorso la penisola araba nel suo interno; per lo più mercanti e geografi si sono
limitati ad osservarla navigando lungo il Mar Rosso e a raccogliere le informazioni trasmesse oralmente dagli indigeni, circa la conformazione dell'interno, gli usi e i costumi dei suoi abitanti.
A questa regola non sfugge neanche uno dei massimi geografi greci dell'antichità,
Strabone (circa 64 a.C. - 19 d.C.), il quale, tuttavia, nonostante si sia limitato nei suoi viaggi a percorrere il Mediterraneo e la valle del Nilo fino all'Etiopia, fornisce una delle più più dettagliate descrizioni della penisola araba, anche se per questo attinge largamente alle notizie fornite da altri autori, primi fra tutti Artemidoro di Efeso e Diodoro Siculo. Altre parziali descrizioni provengono da  Erodoto (Alicarnasso, 484 a.C. - Thurii, 425 a.C.), Dione Cassio (155 - dopo il 229 ca.) Ammiano Marcellino (Antiochia, 330 circa - Roma, dopo il 391), e Procopio di Cesarea (Cesarea, ca. 500 - Costantinopoli, ca. 565), tutte limitate ad una osservazione "dall'esterno", spesso concentrata sulle aree maggiormente fertili e popolate, come la Nabatea al nord e l'Arabia "Felix" al sud, ed inserite nel contesto di narrazioni storiche.
Ammiano Marcellino sembra essere il solo autore ad aver descritto, nella seconda metà del IV secolo, la vita e i costumi delle tribù del deserto arabo; è probabile che lo storico greco si sia basato, per redigere le sua scarne osservazioni, anche sulla sua esperienza personale, dal momento che in gioventù fu inviato a compiere il servizio militare sotto Ursicino,
governatore di Nisibis nella Mesopotamia romana, mentre nel
363 prese parte alla campagna sassanide di Giuliano.
Tra le testimonianze sopra citate assume un certo rilievo quella
di
Procopio, probabile testimone dei fatti, relativa alle vicende
intercorse intorno al 520 d.C. Tra il regno etiope di Axum e
quello Himyarita dello Yemen; sembra, infatti che per alcuni
anni Axum, con il re Ella Atsbeha (Hellestheaeus secondo
procopio), abbia stabilito un proprio controllo diretto sul territorio
oltre lo stretto di Djibouti, imponendo un proprio viceré nella
persona di Sumuafa' Ashawa' (un arabo del sud, Esimphaios
secondo Procopio). Alle stesse vicende allude, secondo
l'interpretazione corrente, il
Corano nella Sura LXXXV Al-Burûj
(Le Costellazioni), laddove con l'appellativo di "Gente del Fossato" si allude
al re filoisraelita di Najrân, nel nord dello Yemen, Dhu Nuwâs, persecutore dei
cristiani.
Negli stessi anni Giustiniano avrebbe intavolato trattative con entrambi i regni, che da circa due secoli avevano abbracciato la religione cristiana (o comunque una forma di monoteismo), per coinvolgerli, senza esito tuttavia, nella guerra contro i persiani.
Di ben altro valore, come documento storico e geografico, è il lungo racconto fatto da
Strabone (libro XVI, 22-24), circa la spedizione inviata in Arabia nel  25-24 a.C. Da Augusto, e guidata dal Prefetto Elio Gallo. L'impresa non aveva, evidentemente, scopi puramente conoscitivi, ma mirava ad aprire una via terrestre verso la terra dell'incenso, e forse studiare la possibilità di un intervento diretto di Roma per il controllo di quel regno: "... negoziare un'alleanza con gli Arabi o garantirsi il tributo di questo popolo con le armi ... sondare la possibilità di trovare negli Arabi o degli amici ricchi capaci di aiutarlo con i loro tesori, o dei nemici ricchi ma facili da sconfiggere e spogliare ...", sono le parole testuali dell'autore.
Si ritiene che Strabone abbia conosciuto personalmente il Prefetto Elio Gallo, allora governatore dell'Egitto, ma probabilmente non prese parte in prima persona alla spedizione, che tuttavia narra con dovizia di particolari.

Quello che manca del tutto, in questo periodo, sono le testimonianze dirette
dei popoli che abitavano la penisola; molti storici si sono chesti il perché di
questa lacuna ed hanno dato varie spiegazioni legate alla natura dei luoghi
e degli uomini. È molto più probabile, tuttavia, che una "letteratura" araba sia
esistita a partire da un epoca non definibile, ma che sia andata quasi del tutto
perduta, soverchiata prima dalla diffusione dei testi sacri dell'Islam, poi
dalla letteratura e dalla storiografia medievale fiorita nei territori del vastissimo
dominio arabo.
Se si deve dar credito alle datazioni tradizionali dobbiamo giungere quasi
al tempo del Profeta Muhammed, vale a dire al V-VI secolo d.C., prima di
trovare tra di loro delle opere letterarie elaborate, in forma poetica, proprio
dagli abitanti nomadi della parte più inospitale e misteriosa della penisola.
Infatti nonostante antichissimi rapporti intessuti con le popolazioni della
"Mezzaluna Fertile" e del Corno d'Africa, nella loro patria gli Arabi furono tra
gli ultimi popoli asiatici a sviluppare una letteratura scritta. Che gli Arabi siano
stati così lenti in questo processo dipese forse dal loro peculiare modo
di vita. L'arte delle parole è stata altamente onorata fra le antiche tribù arabe,
ma è probabile che per questi uomini che vivevano in mezzo il silenzio del
deserto, il merito maggiore fosse sì la cura della lingua e dell'eloquio, ma non
della parola scritta.
In epoca islamica gli uomini si dedicavano, spesso con passione, all'oratoria
e ai versi pungenti; più in generale amavano impegnare se stessi in quelle che
consideravano le tre principali “virtù”: la generosità verso coloro che vengono
accolti come amici, l'abilità nelle arti della guerra - cioè la cura del cavallo e
delle armi - e, infine, la padronanza della loro lingua antichissima. Quando un
nuovo poeta dotato di particolare merito si manifestava in una qualsiasi tribù si
tenevano festeggiamenti di gioia, e le altre tribù inviavano rappresentanti per congratularsi
con i fortunati, per l'onore e la felicità che Dio avevano loro inviato.
Il fatto che un popolo che conferiva un tale valore alle arti del discorso le abbia coltivate per
migliaia di anni senza un loro sviluppo in forma scritta, è una della sorprendenti stranezze della storia letteraria. Tuttavia le cause di questo sono evidenti; la maggior parte della penisola Arabica è così vasta e arida che le sue genti dovevano tenersi in costante movimento per trovare abbastanza pascoli per gli animali da cui dipendono per la propria esistenza. Quindi non disponevano di alcun luogo per la conservazione di libri e testi scritti (non vi furono mai delle biblioteche). È vero che ci sono in Arabia alcune terre fertili, nelle oasi o lungo la costa meridionale, dove sono fiorite civiltà e città floride; tuttavia si ritiene che anche gli Arabi di queste terre viaggiassero spesso e lontano nel deserto. Il deserto vuoto e assolato nella sua immensa solitudine era, insomma, la loro vera casa.
Una letteratura araba in forma scritta, l'unica forma in cui essa può essere permanentemente conservata, non inizia quindi prima del V - VI secolo della nostra era, il secolo appena precedente la nascita del Profeta Mohammed. Durante questo periodo vi furono molti poeti tribali di tale valore, che qualcuno ebbe l'idea di onorare il loro lavoro esponendo copie dei loro migliori poemi nel principale santuario religioso dell'Arabia, l'edificio chiamato Ka'aba nella città santa di Makka. Così la letteratura araba pre-islamica che oggi conosciamo inizia con questi “poemi esposti”, o “appesi”; quelli, almeno, che non andarono dispersi dopo l'avvento dell'islam e sono stati tramandati.

Oggi conosciamo solo sette di questi celebrati poemi,
ciascuno attribuito ad un diverso autore. Sfortunatamente,
già nel medioevo, questi componimenti non erano più
conservati nella Ka'aba, se veramente vi furono mai
letteralmente "appesi" [o esposti]; gli stessi cronisti arabi,
inoltre, non sono completamente concordi per quanto riguarda
i nomi e le opere da attribuire ai loro più antichi scrittori.
Ma i più noti fra loro sono pienamente riconosciuti ed
altamente apprezzati.
Fra questi l'autore probabilmente più antico è Imru-ul-Quais.
Questi era di rango nobile [forse un principe], e per la sua
appassionata dedizione agli “affari di amore” avrebbe talmente
irritato il padre, lo sceicco o re della sua tribù, che questi lo
fece bandire dalla comunità costringendolo alla vita solitaria
di pastore. In questo modo, tuttavia, Imru-ul-Quais riuscì a
scampare al massacro che si abbattè su tutti i membri della
tribù a seguito di una guerra; rimase così vagabondo e privo
di legami familiari e tribali.
La tradizione vuole che in questo suo errare sarebbe giunto, nell'anno 530
circa, alla corte del dell'imperatore Giustiniano, a Costantinopoli, dove ricevette grandi onori per la sua poesia. La stessa tradizione narra, poi, che sarebbe morto, per le torture subite a causa della relazione con un
a principessa della famiglia imperiale.
Il Profeta Mohammed dichiarò in seguito che Imru-l'ul-Quais fu il massimo tra i poeti arabi; ed il “poeta-principe” sarebbe stato, come si ritiene, il primo autore a ricondurre ad un ritmo regolare e misurato il canto individuale e selvaggio degli antichi cantori del deserto.

“Ferma, oh miei amici, fermiamoci a piangere sulla memoria della mia amata. Qui era la sua dimora sul bordo del deserto di sabbia tra Dakhool e Howmal. Le tracce del suo accampamento non sono stata ancora del tutto cancellate, perfino quando il Sonth soffia la sabbia su di loro il vento del Nord la spazza via. I cortili e le mura della vecchia dimora sono ora del tutto desolati; Lo sterco del cervo selvatico vi si trova abbondante come i semi di pepe.
La mattina della nostra separazione fu come se mi fossi trovato nei giardini della nostra tribù tra i cespugli di acacia, dove le lacrime mi accecavano gli occhi per via della polvere dai baccelli aperti del Cocomero amaro”.


L'autore più rinomato fra i sette è però
Antar o Antarah; nei secoli seguenti egli è stato considerato l'eroe e il più celebrato fra romanzieri arabi. Antarah era figlio di una schiava africana, e come uno schiavo venne allevato nella famiglia del suo padre arabo. Tale era comunque la sua determinazione ed il suo valore in guerra, che riuscì a diventare l'eroe della sua tribù. Ne divenne anche il poeta ufficiale, cantando di volta in volta la guerra e, soprattutto, il suo amore per la  principessa Ibla o Ablah (questa, tuttavia, dapprima avrebbe respinto ridicolizzandola la passione del giovane schiavo, ma in seguito si legò a lui e gli rimase accanto per tutta la sua carriera, nella gloria e nella sfortuna).
I racconti che, per generazioni sono stati intessuti intorno alla figura di Antarah, facendone una sorta di eroe nazionale, sono stati paragonati a quelli che gli inglesi hanno costruito intorno alla vita di Arthur o gli spagnoli sul Cid.
La sua vita leggendaria costituisce il fulcro attorno a cui ruota una lunga tradizione romanzesca, iniziata intorno al VIII secolo e ancora  fiorente intorno al XII, denominata Sirat 'antar: “La vita di 'Antarah”.

La trama di questi romanzi, nelle grandi linee, descrive Antarah come il figlio di un emiro e di una schiava etiope; il riconoscimento da parte della tribù avvenne grazie al suo valore di guerriero, ma esasperò il suo rapporto con la moglie, descritta come donna ingrata dell’amore di Antarah.
Secondo i racconti leggendari, Antarah si recò anche a Makka per ottenere il riconoscimento dell’alto valore della propria poesia. Dopo aver combattuto gli infedeli, durante un viaggio in Etiopia, avrebbe scoperto che anche sua madre era di rango nobile
Dopo aver raggiunto tutti questi obiettivi, il condottiero e poeta, ormai vecchio e stanco, morì in battaglia per mano di un nemico.
L'opera rappresenta il modello di tutta la letteratura “cavalleresca” araba, e nel corso dei secoli quello che era stato un eroe arabo-pagano si trasformò in un eroe islamico che combatte gli infedeli, giungendo fino al tempo delle crociate.


Un altro di questi primi poeti, che ha forse lasciato una traccia di se anche nella storia, è Zuhair, accreditato come il precursore della letteratura filosofica e religiosa della sua nazione. Zuhair fu forse il più recente nel gruppo di autori preislamici, e quasi contemporaneo del Profeta Mohammed; si ritiene che i due si siano anche incontrati. Zuhair era allora un anziano e riverito saggio centenario; Mohammed, che aveva appena iniziato la sua missione profetica, avrebbe pregato Dio di proteggerlo dalla lingua pungente del poeta; ovvero, secondo la tradizione letterale tramandata, avrebbe cercato aiuto contro lo spirito o il djinn di Zuhair; gli antichi arabi ritenevano realmente che i loro poeti fossero divinamente ispirati; e poiché la maggior parte delle poesie erano degli epigrammi, brevi, pungenti, e sarcastici, l'ispirazione era attribuita agli spiriti malvagi, detti djinni o geni, che si riteneva popolassero la terra, al pari degli uomini.
Zuhair, tuttavia, nei versi che sono stati tramandati, appare meno sarcastico della maggior parte dei suoi colleghi poeti. Si sarebbe sforzato, anzi, di esprimere pensieri profondi con parole semplici e chiare, e con le sue frasi limpide, insegnare alla sua gente idee alte e nobili. Era anch'egli uomo di rango regale e benestante, esponente principale di una famiglia già rinomata per la loro abilità poetica e la loro devozione religiosa. riassumendo Zuhair è il filosofo e gentiluomo fra i poeti arabi.

“Guarda, oh mio amico ! Non le vedi tante donne che viaggiano su cammelli, andando oltre la terra alta lungo la corrente dello Jurthum ?
Essi hanno coperto le loro selle con trapunte di gran pregio, e stoffe sottili, e le loro frange sono di colore rosso, simile a sangue.
Ed ora dirigono verso la valle di Sooban, e convergono al centro di essa, e nei loro volti era una volta l'immagine affascinante di persone dall'aspetto aggraziato cresciute nel benessere e negli agi.
Ora esse si sono levate la mattina all'alba, e si sono dirette verso la valle di Rass, così come la mano va inevitabilmente alla bocca, quando si mangia.
E tra di loro vi è un luogo di gioie, per colui che è lungimirante, ed una vista piacevole per gli occhi dell'osservatore, che osserva con attenzione.
Come se i brandelli di lana tinta, che hanno lasciato dietro di loro in ogni luogo in cui esse si sono fermate,  fossero i semi che annunciano la notte e che non sono stati ancora calpestati”.


Al di la del loro valore letterario queste opere offrono una visione ampia, variegata e dettagliata sulla vita delle popolazioni del deserto, fino ad allora quasi del tutto ignorate dagli storici e dai geografi occidentali. Il quadro che ne emerge e quello di un territorio apparentemente privo di una vera organizzazione statale, sterminato quanto desolato, eppure declamato in maniera appassionata dai poeti che rappresentavano le principali tribù che se ne dividevano il controllo.
Questi gruppi di nomadi, guidati da un anziano indicato di volta in volta come re o Shaykh (Sceicco), si spostavano continuamente per gli ampi spazi desertici, conducendo lunghe carovane di cammelli e facendo la spola tra le varie oasi, dove la presenza sorgenti garantiva l'acqua, il foraggio e alcuni frutti come i datteri. Dal cammello, e dalle altre greggi che conducevano con loro, i nomadi del deserto traevano quasi per intero il loro sostentamento, utilizzandone il latte, la carne e le pelli.
Trattandosi di un territorio praticamente non governato le uniche leggi vigenti erano quelle della fedeltà nell'ambito della tribù, e dell'accaparramento dei pochi territori più fertili dove condurre le mandrie. Per conseguire quest'ultimo scopo i vari clan potevano collaborare tra loro come anche muoversi guerra, in un gioco di repentine alleanze e tradimenti (a seconda della convenienza immediata), che investiva sia i rapporti tra clan che i rapporti interpersonali tra le persone e tra i due sessi.
E quello degli amori spezzati, o resi impossibili, per un improvviso cambio di alleanze tra tribù è proprio uno sei temi più cari agli autori arabi (e tale rimarrà anche in epoca islamica), insieme al proprio valore guerriero e al discredito per i nemici. Intorno a questi pochi elementi
Antarah, ad esempio, costruisce la sua lunga ode (mu‘allaqa), composta di ben 93 strofe, narrando l’amore per la cugina Abla, il proprio coraggio, le virtù mostrate in situazioni difficili e ricordando, fra l’altro, anche il suo valoroso cavallo morto in battaglia; il tutto intrecciato con intense e vive descrizioni dei luoghi che fanno da sfondo.
L'utilizzo del testo coranico come fonte storica per ricostruire, almeno in parte, i caratteri della società araba pre islamica, è tuttora oggetto di dibattiti fra storici occidentali e islamici; ciò che maggiormente osta, contro un utilizzo del Corano dal punto di vista storico, è la possibilità - ventilata da studiosi europei - che il testo sacro possa essere stato oggetto di rielaborazioni, o comunque abbia potuto subire una evoluzione, nei contenuti, nel corso dei secoli successivi al suo concepimento.
Vi sono tuttavia passaggi, anche di notevole estenzione all'interno del testo sacro, che inequivocabilmente dovrebbero risalire ad un "corpus" di nozioni "dottrinali", insegnamenti morali e norme comportamentali che sembrano andare in netto contrasto con  quelle che erano le consuetudini di vita nella società araba "primitiva" (estendendo questo concetto fino agli albori del VII secolo d.C.), pagana, patriarcale, tribale e sostanzialmente "anarchica".
Un aspetto che già gli autori classici non avevano marcato di rimarcare, in più di un'occasione, riguarda i rapporti familiari e la posizione delle donne nell'ambito dei clan e delle tribù. È probabile che questo aspetto della convivenza assumesse connotati diversi tra le aree tribali e il sud della penisola caratterizzato da aggregazioni di tipo urbano; difatti mentre
Ammiano marcellino, testimone diretto, descrive un rapporto sostanzialmente paritario all'interno della coppia nomade anche se in assesza di un legame stabile, Strabone in un suo celebre passo (XVI, 25), delinea in maniera del tutto diversa la condizione delle donne nel regno Himyarita dello Yemen; quì, infatti, la donna veniva considerata parte del patrimonio comune della famiglia - evidentemente un gruppo "allargato" alla stregua di un clan - , con la conseguenza che i rapporti di tipo incestuoso erano all'ordine del giorno e del tutto tollerati.
In questo senso sono stati interpretati i primi versetti della
Sura IV - An-Nisâ' (Le Donne); in questi si sancisce, evidentemente per la prima volta nella storia, il diritto ereditario delle donne; la concezione stessa della condizione femminile relativamente alla successione è ribaltata: da "oggetto" di successione, la donna diviene "soggetto" a pieno titolo in base alle norme che vengono precisate nel corso del testo.
La sura, una delle più l'unghe nell'ambito del testo sacro, contiene molte altre "notazioni" riconducibili a quella che era la socetà pre islamica, sia per quanto riguarda i rapporti familiari [con la proibizione decisa di ogni tipo di rapporto "illecito"] e le superstizioni discendenti dalla primitiva religione politeistica.
Tra i testi coranici maggiormente significativi, per quanto concerne i riferimenti alla società araba del tempo e i riferimenti ai principali avvenimenti storici della regione, si possono segnalare, infine,
la Sura LXXXV Al-Burûj (Le Costellazioni), la Sura XXIV -An-Nûr (La Luce), e la Sura XXXIV Sabâ'.


A.J. Arberry, "The Seven Odes", London, 1957

L.A. Blunt & W.S. Blunt, "The Seven Golden Odes of Pagan Arabia", London 1903

S.W. Jones, "The Mo'allakat or Seven Arabian Poems", new ed., Calcutta
1877

F. E. Johnson, "The Seven Poems Suspended in the Temple at Mecca", Bombay 1893

C.J. Lyall, "The Diwans of 'Abid ibn al-Abras and 'Amir ibn at-Tufail", London 1913

P. Heath, "Thirsty Sword; Sirat Antar And The Arabic Popular Epic", University of Utah Press 1996






La penisola araba secondo la Geografia di Tolomeo; II sec. d.C.
Probabile raffigurazione di guerrieri arabi, in groppa ad un dromedario, da un'iscrizione assira del palazzo di Ashurbanipal (Nineveh) - 668 - 627 a.C.
Probabile ritratto di un sovrano Himyarita, risalente al IV - V sec. d.C.; Londra British Museum
La fonte detta ZamZam, nel centro di Makka, in una foto della fine del XIX secolo
Ritratto monetale del re axumita Ella Atsbeha, o Kaleb di Axum
La grande moschea di Makka in una raffigurazione del pittore turco   Masjid al-Haram 1878
La Ka'aba nel 1315 in una mimiatura della cronaca persiana Jami al-Tawarikh, di Rashid-al-Din Hamadani