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I moti anti ebraici e anti pagani di Alessandria d'Egitto,
nel V secolo d.C., e l'uccisione di Ipazia.


Se esiste uno scenario "simbolo" della crisi del monto classico e del
passagio dall'antichità al medioevo, questo è certamente l'Egitto tardo
antico, con i tragici avvenimenti cui fece da sfondo a partire dalla fine
del IV e per gran parte del V secolo. Questi ed altri scenari sono stati
presi ad esempio da Santo Mazzarino, nel suo saggio sulla fine del
mondo antico (1959), del graduale allontanamento delle provincie
dell'impero di più antica tradizione (Egitto e Siria ad esempio, ma anche
i Balcani e la Gallia), rispetto al potere centrale rappresentato da Roma,
prima, e da costantinopoli poi.
Il cristianesimo, nelle sue manifestazioni più o meno intransigenti, si
sarebbe inserito in questo antico contrasto "etnico", divenendo l'elemento
dirompente nel momento in cui, dopo Costantino,
divenne la religione ("ufficiale") della famiglia imperiale
(con l'eccezione del breve regno di Giuliano 355 -
363). L'alterno appoggio dei successori di
Costantino e poi dei discendenti di Teodosio
a dottrine religiose che più o meno si
allontanavano dall'ortodossia rivendicata dai
Vescovi di Roma, non fece altro che esasperare
questo distacco, fino al punto di rottura
dell'anno 642, quando di buon grado la
popolazione dell'Egitto, sotto la guida dei suoi
vescovi, si sottomise al generale arabo 
Khalid ibn al-Walid, vittorioso dopo la battaglia
dello Yarmùk .

Gli avvenimenti drammatici degli anni a cavallo
tra IV e V secolo, si snodano anche sullo sfondo
dello scontro feroce tra i grandi patriarcati del
periodo, ed in particolare quello di Alessandria,
appoggiato dal Vescovo di Roma, contro la
sede di Costantinopoli, la quale rivendicava per
se una autorità morale (ma anche politica) sulle
chiese orientali, forte anche di un appoggio
imperiale piuttosto altalenante.
Ma, come accennato, non va trascurato anche
il sentimento di ribellione dele masse rurali e
cittadine dell'Egitto, contro tutto ciò che allora rappresentava (ai loro occhi) la presenza del potere centrale romano (o bizantino), portatore di un fiscalismo esasperato dalle continue necessità di difesa dei confini orientali dell'impero.
Queste masse scontente e cariche di rancore, sono rappresentate dalla popolazione comune ma anche dalle orde dei monaci cosiddetti "Parabolani" (di fatto una milizia privata dei Vescovi), ferocemente fanatici e pronti a creare disordini, e risultano facilmente infiammabili e pronte a sollevarsi sotto la guida di questo o quel "capo", contro tutto ciò che rappresentasse la cultura greca o "una cultura" estranea.

Un'altro tratto saliente del medioevo, che proprio in questo periodo si viene delineando, è l'ansia degli uomini del tempo di realizzare "concretamente" sulla terra, quella Città di Dio, teorizzata da Agostino; proposito, questo, che nelle intenzioni poteva concretizzarsi solo garantendo l'unità degli uomini sotto un unica fede e un unica dottrina religiosa.
Se questo proposito, nei secoli successivi assumerà risvolti tragici, di vero e proprio scontro di civiltà, nel periodo in esame, e soprattutto nell'area geografica in questione, assume acquisisce subito i contorni del fanatismo esasperato, di singoli e masse. I primi certamente (ma non in assoluto) mossi da insaziabile brama di potere, sia spirituale che politico; le seconde mosse da diversi fattori: malcontento, risentimento, ansia, insicurezza, sensazione dell'imminenza di qualcosa di estremamente tragico, necessità di un appiglio nei confronti della difficoltà di vivere, in un momento in cui (come in tutti i momenti di crisi), pochi ricchi diventano sempre più ricchi e si moltiplicano i poveri e i bisognosi "di tutto".
Più di un "libero pensatore" dell'epoca si scontrò, anche tragicamente, con la cosidetta "ortodossia", rivendicata di volta in volta dai vari patriarchi e vescovi, ma nelle grandi linee incarnata nella dottrina elaborata dalle chiese occidentali, e da quella romana in particolare, che nelle grandi linee è tuttora valida.

Date queste premesse, in estrema sintesi, diviengono più definite le personalità dei protagonisti di queste vicende, pochi ma di grande rilievo, ambiziosi e spesso disposti ad andare fino in fondo ndelle proprie convinzioni, forti dell'incondizionato appoggio di grandi masse di popolo.

Cirillo di Alessandria, egiziano di nascita, da giovane fece esperienza di
vita ascetica. Nel 403 partecipò a diversi sinodi al seguito dello zio
Teofilo, patriarca di Alessandria; a Costantinopoli intervenne al "Sinodo
della Quercia" presso Calcedonia, nel corso del quale venne deposto
il patriarca Giovanni Crisostomo.
Da patriarca di Alessandria (dal 412) fu accerrimo nemico del
governatore dell'Egitto Oreste, col quale ebbe a sostenere un'aspra
lotta nella sua azione, anche violenta, contro i Novaziani e i Giudei
della città.
Nel 429, con l'appoggio del papato, attaccò duramente Nestorio e il
suo dualismo ipostatico (in riferimento alla persona del Cristo), finché
questi fu deposto dal seggio di Costantinopoli nel 431 (concilio di Efeso).
Ma nello stesso venne a sua volta deposto per intervento di Giovanni
d'Antiochia; l'imperatore Teodosio lo fece in seguito incarcerare,
anche se, dopo pochi mesi potè tornare ad Alessandria, mentre Nestorio
si ritirava in un monastero d'Antiochia, dove muore nel 444.

Nestorio (ca. 381- ca. 451), nacque in Germanicia, in Siria, studiò
alla scuola di Teodoro di Mopsuestia ad Antiochia, prendendo i voti
ed entrando successivamente nel monastero di Euprepio, vicino ad
Antiochia.
Nel 428 divenne patriarca di Costantinopoli come successore di Sisinnio,
in un momento di lotta per la successione al seggio, grazie all'appoggio
dell'imperatore Teodosio II (408-450).
Ebbe un patriarcato molto tribolato, culminato con il suo esilio decretato nel citato Sinodo della Quercia (sobborgo di Costantinopoli) nel 403.
L'evento non piegò, tuttavia, la determinazione nella lotta contro i vari eretici imperanti al tempo e presenti nella sua diocesi: ariani, macedoniani, quartodecimani, apollinaristi e novaziani.
Nel 428   un nuovo scontro dottrinale sull'utilizzo del termine Theotòkos venne scatenato dal presbitero Anastasio, un protetto di Nestorio, il quale ricusò il titolo di Theotòkos (Madre di Dio), utilizzato nei sermoni per la venerazione della Vergine Maria.
Anastasio e Nestorio, provenienti da una scuola antiochena, dove si tendeva a dare maggiore peso alla natura umana di Cristo ritenevano inconcepibile che una donna avesse potuto generare Dio, che era eterno. In alternativa proposero il termine Christotòkos, Madre di Cristo oppure Theodòchos, “che riceve Dio”.
Nestorio era, inoltre, convinto che esistessero due persone separate nel Cristo incarnato, l'uno Divino e l'altro umano, cioè che le due nature fossero solo congiunte e non unite, come affermato dalla scuola alessandrina.
Cirillo, allora patriarca di Alessandria, provvide ad informare Papa San Celestino I (422-432) con uno scritto, in cui, camminando sul filo del rasoio, contestò la dottrina nestoriana, accusando Nestorio e il suo maestro, Teodoro, di duofisismo, cioè di sostenere una doppia natura di Cristo.
Già da tempo le sedi di Alessandria e Roma si erano unite contro il potere e prestigio delle sedi di Costantinopoli e Antiochia, ed inoltre Cirillo aveva dalla sua parte le due donne più potenti dell'impero: la sorella dell'imperatore, Pulcheria e la moglie Eudossia.
Nell'agosto del 430 il papa convocò un sinodo che condannò Nestorio e diede mandato a Cirillo di notificarne la condanna;questi impose a Nestorio la sottomissione alla decisione papale. Nestorio, dal canto suo, chiese all'imperatore Teodosio II che il dibattito fosse portato in un concilio plenario, che fu effettivamente convocato ad Efeso per il giugno 431.
Tuttavia l'intero andamento del concilio fu agitato da una serie di eventi:
L'arrivo in massa degli alleati di Cirillo il 22 giugno, che, senza attendere la controparte, confermarono la scomunica a Nestorio; gli atti di violenza della popolazione, aizzata da Memnone di Efeso, alleato di Cirillo; l'arrivo il 24 giugno di Giovanni di Antiochia e dei vescovi favorevoli a Nestorio, che annullarono la sentenza e controscomunicarono Cirillo e Memnone; l'arrivo dei delegati del Papa il 10 luglio, che permisero a Cirillo di riaprire i lavori, confermando la scomunica di Nestorio e aggiungendoci i nomi di Giovanni di Antiochia e dei suoi seguaci; i tentennamenti dell'imperatore nel dare ragione all'una o all'altra parte, e i palesi tentativi di corruzione in atto. Infine l'intervento del comes Giovanni, inviato dell'imperatore, che fece arrestare Nestorio, Cirillo e Memnone e dichiarò sciolto il concilio.
Nestorio fu definitivamente condannato dall'imperatore nel 435 all'esilio nell'oasi di El Kharga, nella Tebaide, la zona attorno a Tebe, nell'Alto Egitto, dove, sottoposto a violenze fisiche, morì  dimenticato nel 451.

Tra i principali testimoni degli avvenimenti dell'epoca vi è poi Dioscoro , patriarca di Alessandria d'Egitto dal 444 al 451, quando fu deposto dal Concilio di Calcedonia a causa del suo sostegno al Monofisismo del monaco Eutiche (378-454).
Successore di Cirillo, la sua fama è legata più che altro al secondo concilio di Efeso (449), in cui riuscì a far approvare con la forza una professione di fede monofisita. Si trattò un estremo tentativo di affermare l'autorità e l'indipendenza della sede patriarcale di Alessandria in contrapposizione a quella di Costantinopoli, nella difesa di un dogma.
Papa Leone I (in carica dal 440 al 461) inviò al concilio, convocato dal Patriarca di Costantinopoli Flaviano (in carica dal 446 al 449) una lettera (il Tomus ad Flavianum), in cui enunciava in modo esemplare la dottrina "romana" della duplice natura, umana e divina, di Cristo.
Dopo il colpo di mano compiuto da Dioscoro, Leone I dichiarò nullo il concilio, dichiarandolo un latrocinium (e difatti questo episodio è a volte citato come "brigantaggio di Efeso" dai cattolici). Esso fu però ritenuto valido dall'imperatore Teodosio II, e i suoi atti furono quindi inclusi nel Codice Teodosiano.
Alla morte dell’imperatore Teodosio nel 450, gli ortodossi ottennero dall'imperatrice Pulcheria, poi santificata, la convocazione di un concilio che si tenne a Calcedonia nell’ottobre del 451, in cui il monofisismo venne condannato e furono esiliati sia Dioscoro (che morì nel 454), che Eutiche. Il concilio stabilì che in Cristo esistono due nature (dyo physeis) dopo l'incarnazione e una sola persona (prosopon) e sussistenza (ypostasis).

A Dioscoro stesso è attribuito un racconto che appare piuttosto come una tarda collazione di testi anteriori di varia provenienza, per costruire un'omelia sul vescovo-monaco Macario di Tkou (Antaiopolis; Q?w al-Kab?r nel sud dell'Egitto). I testi collazionati narrano, nella sostanza del viaggio del vescovo-monaco  Macario, con Dioscoro stesso, a Costantinopoli per partecipare ad un concilio, un dialogo fra Dioscoro e Papnute (figura sconosciuta), ed infine la narrazione del "martirio" di Macario.
Vi si narra, tra l'altro, di una sorta di spedizione guidata dallo stesso Macario, contro un villaggio, non meglio identificato, nel quale si venerava una misteriosa divinità locale (Kothos), e dello scempio perpetrato, sia del santuario che della popolazione locale.

"C'era una città, a occidente del lago, in cui veneravano un idolo di nome Kothos, che stava innalzato sulle finestre delle case; e quando gli abitanti del luogo entravano nella porta di casa, chinavano per lui la testa fino a terra, e lo adoravano.
Giunsero i presbiteri di quella località e riferirono al mio padre spirituale (Macario) tutto quello che facevano i pagani, e come rapissero i bambini piccoli dei cristiani e ne facessero sacrifici al loro dio Kothos.
Essi avevano preso una quantità di loro e li avevano interrogarono verbalmente, ed costoro avevano dichiarato senza alcuna tortura: "Noi abbiamo spesso ucciso i bambini piccoli dei cristiani...Versiamo il loro sangue sull'altare, ed estraiamo le loro viscere e le tendiamo come nervi per le nostre cetre e cantiamo con esse ai nostri dei".
Ma gli uomini che erano stati presi diedero del denaro per liberarsi, poichè gli uomini di quella provincia sono gente avida di denaro.
Come ebbe sentito questo dai presbiteri, il santo vescovo Abba Macario si levò e andò con loro. E andammo con lui io e altri due personaggi; e questi due presbiteri camminavano innanzi a noi.
Quando fummo penetrati nella provincia per un cinque miglia, vedemmo il tempio che era il loro, ed il vescovo Macario disse "Come è vero che vive il Signore, anche se dovessero uccidermi non me ne andrò prima di esserci entrato!" e avanzò dal lato della porta del tempio.
A sentir ciò i sacerdoti vennero fuori e avanzando verso di noi avevano armi in mano, e lance e asce,  e insieme le donne andaron sul tetto del tempio per gettarci pietre addosso.
Il vescovo Macario disse:"Che avete voi in comune con i figli dei cristiani che immolate agli idoli?". Ed essi risposero:"Non è verità". E disse loro il santo:"Se questo non è vero fatemi entrare e visitare il tempio". Ed essi gli dissero:"Vieni".
Si levarono allora venti uomini, e chiusero la porta dietro di noi, decisi a ucciderci, mentre noi eravamo quattro in tutto.
Disse il loro capo." Si vada e si informi il nostro sommo sacerdote prima di tutto. Innanzi di ucciderli, chiamatelo al sacrificio del nostro dio Kothos". Il resto dei pagani fu d'accordo con lui e il nome del loro capo era Omero.
Ecco che il santo Apa Visa battè alla porta. Quelli non risposero, e lui gridava da fuori; ma subito la porta del tempio si aprì immediatamente ed entrò il santo Apa Visa con alcuni monaci; e facevano quattordici uomini.
Subito fummo sciolti e disse il santo Apa Visa al padre mio:"Fai una di queste due cose: o tu appicchi il fuoco ed io prego, o tu preghi, ed io appicco il fuoco". Gli disse il padre mio:" No, ma anzi leviamoci e preghiamo tutti insieme, finchè il fuoco cali dal cielo e bruci il tempio". Ed ecco una grande fiamma di fuoco circondò tutto attorno il tempio intero, ed i muri del tempio caddero a terra, e il fuoco li divorò fino alle fondamenta.
E in quel momento un demone impuro entrò in un uomo, e se ne andò alla città gridando:"Che tutti pagani fuggano, perchè, ecco, Visa e Macario di Tkou sono venuti!".
In seguito il padre mio incontrò Omero, il loro capo, sulla via ed immediatamente fece cenno ai suoi dicendo: "Afferratelo e legatelo!"; quando questi fu catturato gli gridò il padre mio:"Ti brucerò vivo con il tuo dio Kothos".
Quando giunsero in città, e la folla dei cristiani uscì e si diresse verso di loro, allora egli ordinò che accendessero un fuoco e gettassero Omero il sacerdote in esso; e quelli lo bruciarono con gli altri idoli che trovarono nella sua casa.
Quanto al resto dei pagani, una quantità di loro divenne cristiana e prese il battesimo. Alcuni altri non vollero, ma presero quel che possedevano e lo gettarono nel lago e nei pozzi, e se andarono, loro e i loro idoli, in un luogo deserto.
Noi facemmo il conto degli idoli che erano stati distrutti in quella occasione, e trovammo che assommavano a trecentosei idoli.
Quanto a quelli che erano fuggiti, i cristiani andarono a stare nelle loro case
".

Potrebbe trattarsi di un fatto storico nelle grandi linee, o comunque esemplificativo di quanto accadeva comunemente in Egitto in quel periodo, anche se infarcito di elementi miracolistici; al di la della violenza con cui le diverse "fazioni" si affrontavano, risalta in questo caso la volontà di totale sopraffazione dell'avversario, la conversione, evidentemente estorta con la violenza, e l'esproprio dei beni degli sconfitti.

Dalla Cronaca di Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu (X secolo), è tratto un episodio, altrettanto drammatico, ambientato questa volta nella stessa Alessandria, che testimonia del clima di tensione e reciproci scambi di accuse, instaurato tra le comunità cristiana ed ebraica, all'indomani degli editti imperiali che avevano proibito qualsiasi forma di culto pagano, ed eletto il cristianesimo a religione di stato.

"Un giorno in cui stavano facendo allegramente uno spettacolo teatrale con ballerini, il governatore della città pubblicò un editto riguardante gli spettacoli pubblici nella città di Alessandria. Tutti gli abitanti della città erano riuniti nel teatro. Cirillo, che era stato nominato patriarca dopo Teofilo, era ansioso di comprendere esattamente il contenuto dell'editto.
C'era un uomo chiamato Hierax, un cristiano che possedeva comprensione ed intelligenza e che era solito dileggiare i pagani. Era un seguace affezionato all'illustre padre il patriarca ed obbediente ai suoi consigli. Egli era anche molto versato nella fede cristiana.
Ora questo uomo si era recato al teatro per conoscere la natura dell'editto. Ma quando gli ebrei lo videro nel teatro gridarono e dissero: 'Questo uomo non è venuto con buone intenzioni, ma solamente per provocare un baccano'. Il prefetto Oreste scontento [del comportamento] dei figli della santa chiesa, ordinò che Hierax venisse arrestato e sottoposto pubblicamente a punizione nel teatro, sebbene fosse completamente senza colpa.
Cirillo si irritò con il governatore della città per questo fatto, ed anche perché ... aveva messo a morte Ammonio, un illustre monaco del convento di Pernodj, ed anche altri monaci.
Quando il magistrato principale della città venne informato, rivolse la parola agli ebrei come segue: "Cessate le ostilità contro i cristiani". Ma essi rifiutarono di dare ascolto a quello che avevano sentito; si vantarono dell'appoggio del prefetto che era dalla loro parte, e così aggiunsero oltraggio a oltraggio e progettarono un massacro in modo infido.
Di notte posero in tutte le strade della città alcuni uomini, mentre altri gridavano e dicevano: "La chiesa dell'apostolico Athanasius è in fiamme: corrano al soccorso tutti i cristiani". Ed i cristiani al sentire queste grida vennero fuori del tutto ignari della slealtà degli ebrei. Quando i cristiani vennero avanti, gli ebrei sorsero e perfidamente massacrarono i cristiani e versarono il sangue di molti, sebbene fossero senza alcuna colpa.
Al mattino, quando i cristiani sopravvissuti sentirono del malvagio atto compiuto dagli ebrei contro di loro, si recarono dal patriarca. Ed i cristiani si chiamarono a raccolta tutti insieme. Marciarono in collera verso le sinagoghe degli ebrei e ne presero possesso, le purificarono e le convertirono in chiese. Una di esse venne dedicata a S. Giorgio.
Espulsero gli assassini ebrei dalla città. Saccheggiarono tutte le loro proprietà e li derubarono completamente. Il prefetto Oreste non fu in grado di portare loro alcun aiuto
".

L'episodio, anche se narrato diversi secoli dopo, descrive
il clima di attrito venutosi a creare tra il vescovo Cirillo e il
governatore della provincia d'Egitto, Oreste, un conflitto le
cui reali origini risalgono, evidentemente, nell'avversione
dell'egiziano cirillo, contro il rappresentante del potere
imperiale, preoccupato, come sembra, più del mantenimento
dell'ordine pubblico nella città, piuttosto che di schierarsi con
una o con l'altra "fazione".
Tale clima di attrito è adombrato anche da altri autori
contemporanei; Socrate Scolastico (380-450), di religione
cristiana, avvocato, autore di una Historia Ecclesiastica in
sette libri, ed Isidoro di Damascio (480-550), pagano,
filosofo neoplatonico ed ultimo rettore della Accademia di
Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel 529, narrano
brevemente e in maniera non del tutto concordante, la storia
dell'uccisione di Ipazia (370-415) vissuta al tempo
dell'imperatore d'Oriente Arcadio (377-408) e di suo figlio
Teodosio II (401-450).
Tutti e tre, tuttavia, indicano, in maniera più o meno esplicita,
la responsabilità o la connivenza di Cirillo con gli autori del delitto.
Secondo il Suda, una sorta di enciclopedia bizantina redatta nel
X secolo, Ipazia era figlia di Teone, geometra e filosofo, ultimo
direttore del Museo di Alessandria. Nota per il suo sapere nel
campo della matematica, dell'astronomia e della filosofia
platonica, fu per breve tempo a capo della scuola neoplatonica di Alessandria.
Secondo Socrate la donna "fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo.
Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l'assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.
Questo accaduto non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria. E certamente nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che permettere massacri, violenze, ed azioni di quel genere.
Questo accadde nel mese di marzo durante la quaresima, nel quarto anno dell'episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio
".
Ben più esplicito Isidoro che accusa direttamente Cirillo di avere organizzato la spedizione per un semblice sentimento di gelosia e rancore nei confronti della donna: "così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione [i cristiani], passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c'era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare.
Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso e disonorevole contro il loro paese d'origine.
L'Imperatore si adirò, e l'avrebbe vendicata se non fosse stato subornato da Aedesius. Così l'Imperatore ritirò la punizione sopra la sua testa e la sua famiglia tramite i suoi discendenti pagò il prezzo. La memoria di questi eventi ancora è vivida fra gli alessandrini
".
Cinque secoli dopo anche Giovanni di Nikiu tira in ballo l'odio della popolazione verso il governatore Oreste, e l'influenza nefasta che Ipazia avrebbe esercitato su di lui. Subito dopo i moti anti ebraici, dunque "una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi.
Quando trovarono il luogo dove era, si diressero verso di lei e la trovarono seduta su un'alta sedia. Avendola fatta scendere, la trascinarono e la portarono nella grande chiesa chiamata Caesarion. Questo accadde nei giorni del digiuno.
Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le strade della città finché lei morì. E la portarono in un luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il suo corpo.
E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono 'il nuovo Teofilo' perché aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella città
".





Lo scontro tra il primo Califfato dei Rashidun e l'Impero Bizantino durò in realtà quasi l'intero mese di agosto del 636, ed ebbe come scenario varie località del vicino oriente come Gaza, Rabbath Moab, Agnadain, Pella, Damasco, Homs, fino allo scontro finale presso il fiume Yarmuk (affluente del Giordano), e quello che oggi è il confine tra Siria e Giordania. Le battaglie segnarono la prima grande ondata di espansione islamica dopo la morte di Maometto, sancendo così la rapida avanzata dell'Islam nelle province della Siria e della Palestina, e poi verso l'Africa.
Tra gli eventi che seguirono la caduta di Alessandria, vi è quello narrato da Abu al-Farag (Isfahan 897-Bagdad 967), conosciuto come Abualpharagius nell'Occidente medievale, relativo alla distruzione della Biblioteca di Alessandria
Il generale arabo Amr ibn al-As, dopo l'occupazione della città, avrebbe chiesto istruzioni al califfo Omar sul destino della Biblioteca di Alessandria. Il califfo avrebbe risposto: "Se gli scritti dei greci erano in accordo con il il Corano, allora erano inutili e dovevano essere distrutti; se essi erano in disaccordo, allora erano pericolosi e dovevano essere distrutti".
Amr ubbidì ed utilizzò i volumi come combustibile nei bagni pubblici di Alessandria.
Molti dubitano della storicità dell'aneddoto, poiché la Biblioteca di Alessandria sarebbe stata già stata distrutta nel 391 dai cristiani sotto la guida del patriarca Teofilo. L'aneddoto, cosi come viene narrato, testimonia del modo in cui veniva percepito nel medioevo il rapporto dei musulmani con la cultura occidentale.

Busto attribuito all'imperatore d'oriente Teodosio II, Parigi, Louvre
Frammento di manoscritto raffigurante il vescovo Teofilo nell'atto di distruggere un tempio pagano
Icona bizantina raffigurante San Cirillo di Alessandria

CTh.16.10.11

Idem aaa.[ gratianus, valentinianus et theodosius aaa. ] evagrio praefecto augustali et romano comiti aegypti. nulli sacrificandi tribuatur potestas, nemo templa circumeat, nemo delubra suspiciat. interclusos sibi nostrae legis obstaculo profanos aditus recognoscant adeo, ut, si qui vel de diis aliquid contra vetitum sacrisque molietur, nullis exuendum se indulgentiis recognoscat. iudex quoque si quis tempore administrationis suae fretus privilegio potestatis polluta loca sacrilegus temerator intraverit, quindecim auri pondo, officium vero eius, nisi collatis viribus obviarit, parem summam aerario nostro inferre cogatur. dat. xvi kal. iul. aquileiae tatiano et symmacho conss. (391 iun. 16).

Testo di un'editto emesso nel 391 dal governatore dell'EgittoEvagrio, in nome degli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio, nel quale vengono proibite tutte le manifestazioni cultuali pagane, sotto la minaccia di una ammenda di quindici solidi aurei.